La regina delle rose

racconto2

La prima volta che ho sentito questa storia mi è stata raccontata da una rosa che si ergeva solitaria al centro di un giardino dimenticato ormai da secoli.
Era una signora non meno dignitosa e viva di quelle che pigre vegetano tra i banchi delle chiese o sulle panchine dei giardinetti. Un viso petaloso, screziato da qualche macchiolina di ruggine e increspato dalle prime rughe che l’inverno ormai prossimo già disegnava su quella pianta giunta alla fine della sua ultima fioritura.
«Non è rimasto più nessuno.», sospirò mentre il vento le sosteneva il capo pesante per i molti petali e i pistilli ormai sterili. «Nessuno.», ribadì guardando triste la villa che muta si ergeva alle sue spalle avvolta in uno scialle di edera tra cui ancora si intravedeva qualche tenace rametto di glicine.
«E fra poco nemmeno io, nemmeno io.», sospirò continuando quel triste monologo.
Una raffica di vento scosse l’erba del prato incolto facendo fremere l’ultima rosa e gettando scompiglio tra le foglie già sparse tra le aiuole silenti e il cortile addormentato.
«Ma non è stato sempre così.», disse mentre una brezza più gentile la cullava facendole spostare lo sguardo stanco da un angolo all’altro del suo antico reame ormai caduto in mano alle erbacce e ai parassiti aggressivi.
Un gatto passò indisturbato, aprendosi un passaggio tra due cespugli di calicanto su cui già si intravedevano i primi bozzi pronti a diventare gemme e poi fiori. Frustò i rami più bassi con la lunga coda e si mise a scavare tra le foglie umide che coprivano le radici dei due arbusti dando la caccia ad una lumaca.
«E da buon capitano io resto e attendo che l’inverno venga a prendere anche me.», la sua voce era ora ridotta a una nenia che intonava timida seguendo una melodia che il vento le suggeriva o che semplicemente era tornata alla sua secolare memoria
«Non è stato sempre così, no, non è stato sempre così.», ripeté triste mentre un petalo si staccava e scivolando verso il basso si perdeva tra le erbacce come una lacrima che lenta, lasciata l’umida iride, sparisce tra i capelli che incorniciano un volto.
«Questo era un giardino di rose superbe, iris capricciosi, gerbere allegre e timidi gigli.», mormorò ciondolando pigra il capo. «Ed io, io non ero solo una rosa qualunque. Avevo un nome, avevo una corte e l’alloro, il castagno e persino le pratoline parlavano di me come Diletta: la signora di tutte le rose. »
Aspettammo insieme l’inverno e mentre i nuvoloni premevano contro il cielo per cacciare la lunga estate, lei iniziò a raccontarmi del suo reame, delle rose superbe, degli iris capricciosi, delle gerbere allegre e dei timidi gigli.

«Hai mai immerso le dita nel terreno? Hai mai spinto così a fondo da veder la mano sparire tra quelle fauci di terra e temere di essere a tua volta risucchiato come un naufrago in balia di un gorgo? Se queste sensazioni ti sono sconosciute, difficilmente capirai cosa provai la prima volta che affondai le mie radici contorte in quella piccola aiuola preparata per me e le mie sorelle.
Freddo, come quando provi che la temperatura dell’acqua sia giusta e un brivido ti avverte che devi aspettare ancora un po’. Poi il brivido si tramutò in scarica: un’energia nuova che scosse i miei rami e mi fece vibrare fino alle punte delle gemme. Sperimentai quello che i pollini chiamano con nostalgia “l’abbraccio della madre terra”. Erano davvero dita di madre quelle che mi sfioravano lì dove nessuno mi aveva mai visto? Io non ho mai conosciuto la terra, ma solo il terreno che divenne presto mio amante e mi trascinò in un amore sacro e profano in cui ci alimentavamo a vicenda proprio come ad un banchetto nuziale che si rinnovava ad ogni estate.
Io ero la sposa, io ero la regina, io ero la signora delle rose e ogni primavera intorno a me sbocciava un carnevale di boccioli colorati e profumati.
Ivan il rosso era mio fratello e spesso dovevo rimproverarlo mentre corteggiava Aurora, la screziata gialla e rosa, aprendo per lei i suoi boccioli più belli e baciando con i suoi robusti petali quelli timidi ed arrossati di lei. Ida era rosa, bella e superba quanto me: una figlioccia che poteva benissimo essere polline del mio polline. E poi c’era lei, Anna, gialla come un botton d’oro e vivace più di un girasole.
Ci scambiavamo baci di petali e carezze di foglie, litigavamo scoprendo le spine come cani che snudano le zanne, ci stringevamo come pulcini per difenderci dal freddo e dai parassiti.
La nostra era la corte delle rose: un salotto in cui alcuni ceppi di legno facevano da seggiole e tavolino e in cui la nostra dama di carne veniva a passare del tempo leggendoci storie o scrivendone per nostro diletto.
Che cos’era il mondo? Io non l’ho mai conosciuto e tutto ciò che so, lo so grazie alle rondini e alle farfalle che venivano a raccontarmi dei loro viaggi. La nostra dama di carne era la nostra più fidata consigliera, la mia più tenera amica e la mia intrepida amazzone. Con lei ho sognato, da lei mi sono lasciata tagliare sapendo che ogni ferita mi avrebbe resa più bella e forte. E poi lei morì. Fu di cancro, così mi dissero le zanzare. Noi fiori moriamo visibilmente, ci accartocciamo e periamo sotto gli occhi di tutti, mentre voi uomini morite prima dentro e poi fuori, lentamente come un albero che piano a piano si secca. Lei morì esattamente come un salice o una quercia e noi rimanemmo sole e senza storie a tenerci compagnie. E cos’è una regina senza una corte? Cosa sono delle rose superbe senza qualcuno che si prenda cura di loro e le ami? Nulla, solo rose, solo petali e spine.
Amata avevo avuto un cuore che poteva assomigliare ad un cuore di carne. Sola e abbandonata, costretta a difendermi da sola per sopravvivere agli inverni feroci, lasciai che il mio cuore diventasse di legno.
Non ero più Diletta, non c’erano più Ivan e Aurora, la bella Ida e Anna. Eravamo solo rose.»
La rosa ciondolò triste il capo e una seconda lacrima si staccò dai petali sempre più fragili. Soffriva alla maniera dei fiori: in silenzio e piegati su se stessi come a difendere quel poco di vita che ancora gli scorre dentro.
«La nostra dama di carne era una creatura caparbia e quando si parlava di fiori sapeva essere dannatamente capricciosa e non nego che la cosa mi piacesse.», riprese dopo una breve pausa in cui rincorse un pensiero o un ricordo che non potevo conoscere. «Gli iris entrarono nel mio regno un po’ per capriccio e come figli capricciosi si comportarono per tutti gli anni che la natura gli donò. Non ho mai visto un loro bocciolo, nemmeno un tentativo da parte loro di regalare alla nostra dama un petalo o anche solo un fiore scompaginato. Lei si prendeva cura di loro, li spostava dove avrebbero preso tutto il sole che gli serviva per crescere e diventare belli e robusti e loro restavano nel loro letargo, impassibili e arroganti, buttando fuori qualche spettinata foglia verde troppo esile per trasformarsi in gambo.
Erano la vergogna del mio regno.
Le calle lo sapevano e così le ortensie, persino le violette e le pratoline non osavano disobbedire ad una legge che non impartivo io, ma veniva direttamente dalle labbra del Creato.
Un fiore non può e non deve sbocciare fuori dal proprio tempo, la vanità di chi osa splendere quando il mondo è in mano all’inverno è sempre punita con il freddo e la morte. Ma gli iris non disobbedivano a questa legge: loro dormivano che fosse novembre o giugno e la loro bellezza restava seppellita tra le pieghe dei grassi bulbi. Il sole di dicembre non era poi così diverso da quello che li cullava nelle torride giornate di luglio. Le piogge di ottobre erano dissetanti quanto quelle di agosto. I venti primaverili erano poi così diversi da quelli autunnali?
Una stagione poteva durare un anno. Come bandiere le foglie si issavano ogni primavera e per tutto il corso dell’estate restavano tese come le orecchie di una lepre, ascoltando le storie che altri vivevano intorno a loro e sognando corone di petali e colori che non avrebbero mai avuto.
Sapete perché per ogni fiore c’è una sola corolla e così tante foglie? I petali sono i nostri occhi, il nostro cuore in cui accogliamo la vita che il polline ci soffia dentro. Le foglie sono le nostre orecchie e così come voi umani avete un solo cuore e due orecchie, così è per noi. Le foglie ci raccontano il mondo dell’invisibile, captano lo zampettare dei parassiti, intirizziscono per il freddo o sono le prime a seccarsi per il caldo.
Gli iris capricciosi vivevano a metà e a metà sono morti. Occhi estranei li esaminarono a lungo prima di decidere di tagliare quelle esili foglie e strappare i bulbi ingrassati. Vennero tenuti in mano un po’, esaminati e infine gettati per fare spazio a dei gladioli che ripagarono subito il loro debito di vita regalando al mio regno la più bella fioritura che si fosse mai vista. Calici gialli, rossi e bianchi ornarono a festa il giardino, lunghi steli pesanti per i boccioli venivano periodicamente strappati per fare spazio ad altri fiori ancora più belli.
Ogni fiore lo sa e obbedisce a questa legge che non viene da me, ma che esce dalle labbra stesse del Creato: un fiore non può e non deve sbocciare fuori dal suo tempo.»
Il sole non era ancora tramontato e i suoi raggi non riuscivano a scaldare né a consolare quella regina che, sul suo letto di morte ed erbacce, mi dettava le sue memorie con la stessa disperazione di un moribondo che non vuole andarsene senza aver lasciato un segno del suo passaggio.
Diletta guardava triste i cespugli anneriti dal freddo di dicembre e bruciati dal sole di agosto, tremando per il freddo sempre più rigido.
Mi strinsi nel mio cappotto, feci fare un altro giro di sciarpa intorno al mio collo e calzai meglio i guanti di lana. I miei occhi si posarono sulla pianta che, nella penombra del pomeriggio, sembrava ancora più gracile e provata di quanto non fosse in realtà e solo per un attimo ebbi la tentazione di avvolgere la mia sciarpa intorno alle foglie ingiallite e le spine ormai innocue.
La regina delle rose guardava ora la sua corte di rovi e boccioli raggrinziti e, inudibili e impercettibili, esalava i suoi ultimi respiri che subito venivano rapiti dal freddo vento novembrino.
Attese, attesi, attendemmo.
Secondi, minuti, forse ore a scrutare il buio che calava intorno a noi e copriva la villa e il giardino, a cercare tra quelle ombre quella del mietitore supremo.
Per un attimo mi prese la paura e mi accorsi di tremare all’idea di quell’incontro ravvicinato con la morte, quell’appuntamento a cui non ero stata formalmente invitata ma a cui avrei assistito. Ebbi paura, mi vergognai, ebbi nuovamente paura.
Diletta non parlava più, sospirava e di tanto in tanto un altro petalo si staccava e raggiungeva gli altri tra le radici.
Erano ancora colorati, sembravano coriandoli sparpagliati in giro da un bambino particolarmente dispettoso ed esuberante. Ebbi la forte tentazione di toccarli e di raccoglierne uno, mi fermò il pensiero di scoprirli freddi, incolori ed inodori; di riconoscerli membra amputate di un cadavere senza tomba né fiori, andatosene da questo mondo senza canti né preghiere.
Guardai Diletta che, sempre più accartocciata su se stessa, sembrava chiusa sotto una campana di vetro in cui né il gelo né la morte avrebbero potuto toccarla.
«Coltivo una rosa bianca. », dissi iniziando a recitare una poesia ascoltata anni prima e di cui avevo ricopiato qualche verso qua e là, in un bizzarro tentativo di rimetterne insieme le rime e i pezzi. «Questo cuore con cui vivo
Cardi né ortiche coltivo
Coltivo una rosa bianca.»[1]
Il vento si placò per un istante e, fattosi più gentile, si appoggiò come una mano sotto il capo chino di Diletta, permettendole di alzare lo sguardo sul suo regno e su di me: l’ultima cortigiana e l’ultima dama di carne della regina delle rose.
Non parlò, non ne aveva la forza, sorrise ignorando i petali che copiosi si staccavano svestendola inesorabilmente. Sussultò, scossa per l’ultima volta dalla carezza del terreno e della madre terra, e in quel tremito si spogliò di tutti i suoi canidi petali, lasciando andare quel poco di vita, grande come un granello di polline, che aveva conservato per potermi raccontare la sua storia.
Così rimasi, incredula davanti al cespuglio senza vita della regina delle rose.

Ogni fiore lo sa e obbedisce a questa legge che esce dalle labbra stesse del Creato: c’è un tempo per la vita e un tempo per la morte e nessuno può né deve sbocciare fuori dal suo tempo.

[1] Cfr la poesia ” Cultivo Una Rosa Blanca” del poeta cubano José Martí

Annrose Jones

 

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Il lato nascosto

racconto4

Come dimenticare quello schiaffo e quei calci allo stomaco. I lividi impressi sulla pelle mi ricordano costantemente quel giorno di terrore. Segni evidenti di una violenza immotivata, che testimoniano quanto ancora sia incapace di affrontare la vita. Non ho mai ricevuto una consolazione, né un aiuto. Le contusioni sono tutto ciò che la gente riesce a vedere. Nessuno ha mai provato ad esplorare la mia anima; nessuno mi ha mai aperto il suo cuore. La sofferenza è la sola amica che abbia mai conosciuto; ed è la sola amica che mi stia accompagnando in questo cammino tormentato verso la solitudine. Non ho un obiettivo e non credo nemmeno di volerne trovare uno.
Era impaziente di incontrarmi. Si mise accanto all’entrata della biblioteca comunale, a braccia conserte e con fare minaccioso. Aspettò alcuni minuti, finché non mi vide arrivare. Avanzò qualche passo nella mia direzione e poi si fermò. I suoi occhi iniettati di odio mi stavano opprimendo. Ero così intimidito dal suo sguardo che a stento riuscivo a tenere la testa alta. La porta mi sembrava lontana anni luce, inarrivabile. Allungò una mano sulla mia spalla per impedirmi di entrare; e con un sorrisetto maldicente, piuttosto inquietante, mi domandò:
« Dove va il
giovanotto? » era così che mi chiamava per prendersi gioco di me.
« In biblioteca » risposi freddamente.
Il cuore batteva all’impazzata, la bocca era asciutta. L’ansia mi stava lacerando: mi morsi il labbro inferiore più e più volte, fino a farmelo sanguinare. Non avevo idea di cosa mi stesse per succedere. Da parte sua non c’era alcuna reazione. Respirai a pieni polmoni e provai ad andarmene; ma con violenza mi strattonò un polso e mi spinse a terra. Restò a fissarmi un istante, mentre dentro di sé fermentava una voglia perversa di picchiarmi. Si chinò e mi sussurrò con disprezzo:
« Merda sei e merda rimarrai » e mi diede un calcio allo stomaco.
Mi ricoprì di insulti, colpendomi ripetutamente all’addome, senza alcuna pietà. Pensavo di essere abbastanza forte da potermi far scivolare le sue offese addosso; ma non fu così. Chiusi gli occhi nella speranza di poter cancellare quello sguardo spietato dalla mia testa, mentre il mio esile corpo continuava ad incassare botte dappertutto. D’un tratto, niente più pugni, niente più calci. Rimasi inerme, a terra, senza proferire parola. Solo il silenzio. Poco dopo, mi sollevò di peso e, sbattendomi contro una parete, mi strinse la gola fino quasi a soffocarmi e mi diede l’ultimo schiaffo.
« Tu non sei degno di vivere » mi lasciò cadere, ormai privo di sensi; e si allontanò.
La strada per arrivare alla biblioteca maledetta è costeggiata di ciliegi in fiore. Passeggio con lo sguardo rivolto verso il cielo, mentre il vento mi accarezza i capelli e trasporta quel profumo inconfondibile di primavera. La mente si svuota di ogni paura e di ogni preoccupazione. Il sole cala lentamente dietro alle montagne e lascia spazio alla notte; ma il buio non mi spaventa. Nulla mi spaventa. Mi avvicino ad una vecchia panchina di legno che dà sul lago. Che spettacolo mozzafiato: acqua e cielo, così vasti e così lontani, si chiudono in un abbraccio azzurro infinito. Continuo a sorridere, incurante della gente intorno a me. Una lieve brezza rinfrescante solleva da terra le poche foglie secche rimaste dall’inverno appena trascorso e le fa volteggiare come farfalle. La natura mi circonda delle sue bellezze; ma io non ho nulla da offrirle in cambio: solo amarezza e tristezza. Abbasso gli occhi e sospiro. Guardo le mie gambe dondolare dalla panchina, mentre mi lascio cullare dalla melodia delle onde. D’un tratto, sento una voce chiedermi qualcosa, ma resto con la testa abbassata, consapevole di essere un po’ maleducato. Rispondo con tono nervoso, senza preoccuparmi di chi mi stia parlando. Poi, di nuovo:
« È occupato? »
« No » replico scontroso, e mi volto dal lato opposto.
Quel qualcuno si siede a pochi centimetri di distanza da me, come se la panchina non fosse larga abbastanza per entrambi. Mi scosto un po’ per gentilezza, ritrovandomi a ridosso del bracciolo. Con la coda dell’occhio mi accorgo che si tratta di una ragazza, più o meno della mia età. Fissa l’orizzonte, immobile, come incantata da quello straordinario spettacolo naturale.
« Passeranno » mi dice all’improvviso.
« Cosa? » domando di getto, senza quasi nemmeno rendermene conto.
« I lividi che hai addosso passeranno » e mi sfiora la mano con tanta delicatezza da farmi sobbalzare. Non sono abituato ad essere toccato con quel riguardo: chiunque abbia mai sperimentato un contatto fisico con me, lo ha fatto esclusivamente per il malsano gusto di picchiarmi. Il suo gesto, pieno di affetto e di cortesia, invece, mi ha emozionato a tal punto da non riuscire a descriverlo.
« Le ferite che hai dentro, quelle non guariscono » conclude con appena un filo di voce.
Nella mia mente risuonano incessantemente le sue parole colme di verità. Il dolore causato dai lividi si attenua e lascia spazio alle preoccupazioni dell’anima.
« Mi dicono sempre che il mio non è amore » racconto a singhiozzi.
La ragazza inarca le sopracciglia sconcertata e scuote la testa in segno di disapprovazione.
« Amare non significa solo provare attrazione per qualcun altro » afferma convinta, cupa in volto. Poi, cercando approvazione nei miei occhi gonfi di lacrime, mi conforta ancora una volta:
« Amare è volersi bene incondizionatamente. »
Le sue parole mi arrivano dritte al cuore. Il mio animo macchiato da una colpa innocente, ha trovato un modo per ripulirsi, dopo anni di mero supplizio. Scoppio in un pianto liberatorio incontrollato, mentre la ragazza mi rassicura e mi accarezza i capelli. Ci scaldiamo in un abbraccio solenne, colmo di serenità, e ci perdiamo ad ammirare l’immensa suggestività del tramonto.
È diventato un appuntamento fisso. Ci incontriamo su quella stessa panchina da alcuni mesi, senza mai esserci presentati formalmente. Non conosco il suo nome, né le sue origini: mi sembra tutto così superfluo, dannatamente frivolo. Poco prima del nostro rendez-vous, dei bulletti si sono avvicinati per darmi qualche pugno e per deridermi pubblicamente, schedandomi come malato e pazzoide. Ciononostante, il desiderio di incontrarla è smisurato e nulla può abbattermi dal punto di vista emotivo: così, mi lascio tutte quelle offese alle spalle e continuo per la mia strada. Raggiungo la panchina, con diversi lividi sul viso ed il naso ancora sanguinante; ma il dolore è sopraffatto dall’entusiasmo e poco mi interessa delle lesioni. In un attimo, arriva anche lei: la vedo zoppicare e con numerosi graffi sul collo. Corro a soccorrerla, ma declina il mio aiuto e subito mi allontana. Ci sediamo in silenzio.
« Cosa ti è successo? » domando in fretta.
Senza alcuna esitazione, mi chiede a sua volta:
« A te cos’è successo? »
« Solito » rispondo con tono altezzoso.
La ragazza cerca di contenere la sua risatina bizzarra, usando la sciarpa per nascondere il viso. Istintivamente mi sento di condividere un sorriso e la accompagno in quel momento di ilarità.
« Ma davvero non ti accorgi di quanto sia cambiato? » mi chiede incredula.
Coglie subito il mio smarrimento; perciò, riprende il discorso e precisa:
« Prima non facevi altro che abbandonarti al dolore, mentre adesso sei così spensierato. »
« Già » mormoro piano, quasi imbarazzato.
Incomincio a picchiettare nervosamente le dita delle mani le une contro le altre, come se volessi impedire alla mia preoccupazione di prendere il sopravvento; ma cedo. Le domando un’altra volta cosa le sia successo, nella vana speranza di ottenere delle spiegazioni. Il suo sorriso radioso si rabbuia e si trasforma in un’espressione tormentata. Inspira profondamente, come se volesse raccontarmi tutto, ma la interrompo ancor prima che incominci a parlare.
« Per favore, non sentirti in obbligo » mi scuso, cercando di tranquillizzarla.
Ammira l’infinità del lago, alla ricerca dei suoi ricordi; e con posatezza, mi rivela:
« Sono cieca, sai? »
Inveisco contro me stesso per non essermene mai accorto.
« … ma sono grata a Dio per questo. Certo, non vedo le cose come appaiono realmente, ma posso vedere i colori del mondo attraverso gli occhi del mio cuore. »
Mi mostra una busta, senza darmi alcuna delucidazione. Non dimenticherò mai il suo sguardo carico di dolore; le lacrime versate per la disperazione; la voce rotta dall’incredulità. La stringo al petto, come per proteggerla da quel mondo che tanto ci disprezza. La avvolgo in un abbraccio compassionevole, ignaro della gravità reale della situazione. Riesco a tranquillizzarla: il suo pianto si trasforma lentamente in un sorrisetto forzato, che lascia trapelare tutta la sua inquietudine. Con un cenno, mi invita a leggere il contenuto della busta; e resto impietrito.
« Questa volta mi sono arresa io » mi confida con rammarico.
Il respiro ansimante soffoca tutte le mie parole. Solo un urlo straziante si fa spazio tra gli affanni:
« Non devi abbandonarti alla vita » e mi alzo bruscamente.
« Ma non mi sto abbandonando alla vita » obietta subito.
Si interrompe un istante per riordinare i suoi pensieri; e, con una posatezza inverosimile, continua:
« … è la vita che sta abbandonando me. »
Cammino con passo deciso, avanti ed indietro. La tensione sembra non volermi abbandonare e la mente, offuscata dalla rabbia, mi fa perdere il controllo: impulsivamente, scaglio un pugno contro un albero lì vicino, fratturandomi la mano. Crollo a terra, arreso alla disperazione.
« Sei il mio unico fisso » le confido, piangendo.
La ragazza si avvicina pian piano, come se riuscisse a vedermi. Poi, si inginocchia accanto a me; e con la stessa dolcezza di una madre, mi rincuora:
« Sarò sempre al tuo fianco, te lo prometto. »
Passeggiando per quel sentiero, la sento ancora accanto a me: nel vento, quando scuote le chiome fiorite degli alberi; nelle onde, quando mi soffermo sulla nostra panchina ad ammirare il lago; nelle voci dei bambini mentre giocano e si divertono insieme. La luna si leva solitaria, distendendo poco a poco il velo notturno. Le nuvole si disperdono per lasciare spazio alle vicine stelle, che si accendono fulminee ed impreziosiscono il cielo. Fra i miei pensieri, nostalgici di una felicità ormai sfumata, riecheggia ancora quella domanda a cui non ho mai saputo rispondere lealmente. Spesso mi chiedeva quale fosse il mio lato nascosto; ebbene, solo ora mi rendo conto che il mio lato nascosto sei sempre stata tu.

Alessandro Valeri

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La morte del re

racconto3

La battaglia era persa.
Il colore scarlatto del sangue dei defunti aveva coperto il bel pavimento di pregiato marmo bianco e nero. A tratti, il lago carminio si interrompeva per lasciare posto al corpo rivoltato dell’uno o dell’altro soldato che ormai non avevano più vista per guardarsi intorno o olfatto per sentire il pungente odore che aveva colmato l’aria della stanza.
Guardandosi intorno, il re si rese conto che quella era stata probabilmente la battaglia più devastante che mai avesse deciso di intraprendere: ormai, al suo fianco c’erano solamente un giovane cavaliere venuto da lontano, uno di quei giovani che  cercano una gloria senza fine, e un vecchio arciere la cui mira, un tempo perfetta, si era minata a tal punto che egli poteva tirare soltanto dritto.
Il vecchio re avrebbe voluto dire ad entrambi che avevano assolto il loro compito, che non  sarebbero stati giudicati se avessero deciso di fuggire, che infondo non voleva obbligarli a lasciare che le loro vite si spegnessero per lui che tanto ormai da perdere non aveva più nulla. Tuttavia, sapeva che loro non l’avrebbero mai fatto, l’uno per la sete di fama e per l’età che ancora gli faceva sperare in una vittoria, una come quella delle favole, e l’altro per dovere ed onore. Che onta sarebbe stata, per quel vecchio arciere, fuggire come un vile davanti alla morte?
Gli stettero entrambi accanto fino alla fine e il giovane cavaliere, con un abilissimo inganno, riuscì anche ad uccidere uno degli ultimi soldati nemici, uno dei pochi non ancora impegnato in uno scontro frontale con un altro abile fante, entrambi ignari che il cuore della battaglia era altrove, dove i due Re si sarebbero scontrati, faccia a faccia, petto a petto, spada a spada.
Quando pensarono di essere abbastanza vicini, quando la speranza riaccese persino nel cuore del vecchio re dalla barba bianca la forza per combattere ancora, i tre si trovarono davanti la regina e due arcieri. Del re nessuna traccia.
La regina…
Con dolore, l’uomo distolse lo sguardo dalla donna dai lunghissimi capelli neri legati in una coda, i lunghissimi fili che ricordavano la seta più morbida e luminosa svolazzavano disordinati nel freddo vento che entrava dalle finestre rotte della sala del trono.
I suoi capelli erano così diversi da quelli dorati della sua amata, pensò il re, che erano così belli, così morbidi… quanto avrebbe voluto accarezzarli un’ultima volta, con dolcezza, come avrebbe voluto impedirle di andare con lui.
Sarebbe stata ancora viva, si disse il re, mentre gli occhi cercavano la figura di lei avvolta in quella armatura bianca che non aveva potuto proteggerla dalla punta di una lancia quando si era avvicinata troppo al codardo re , ancora nascosto dietro l’ultima fila dei suoi soldati.
Avrebbe pianto, quell’uomo, se la sua amata regina fosse morta? Lui che guardava da lontano il campo come se nulla lo toccasse davvero? Avrebbe mai cercato la vendetta al vedere il corpo esanime della giovane regina dai capelli neri?
La realtà lo risvegliò da quei pensieri bruscamente. Si insinuò tra quelle effimere immagini, quasi dolci, con un grido che spezzò spezzato l’aria riempiendola di un dolore forte, intenso e acuto quanto la voce del giovane: il cavaliere era caduto, disarcionato dal proprio cavallo che, ferito, gli era ricaduto sulle gambe schiacciandogliele sotto il suo enorme peso.
Non c’era sangue, non sarebbe morto per quello, ma non avrebbe più potuto cavalcare o combattere. Quando uno degli arcieri, accanto alla regina nera, colpì il giovane in mezzo al petto, sembrò quasi un atto di benevolenza.
Un’altra freccia, più inaspettata, andò a colpire il vecchio arciere che cercava, quasi disperatamente, di proteggere il proprio re. A quella prima, ne seguirono altre tre prima che il vecchio cadesse a terra, supino, il sangue che lentamente si faceva largo sulla stoffa bianca dei suoi abiti.
Il Re alzò gli occhi in quelli castani della giovane donna, la spada ancora stretta in pugno, l’arco di uno degli arcieri puntato al petto.
In un momento di rapida follia, il re prese a camminare, ma non procedette verso di loro, non corse, in un ultimo gesto di eroismo, a cercare di uccidere la donna e i suoi uomini.
Si diresse verso un altro punto di quell’assurdo e sanguinoso campo di battaglia.
Doveva andare da qualcuno di molto più importante.
Con gli occhi lucidi, si fece largo tra i cadaveri, uno degli arcieri lo colpì: la freccia gli trapassò l’armatura all’altezza della spalla e l’uomo sentì la vista appannarsi mentre un forte dolore al braccio destro gli fece quasi perdere la presa sull’elsa spada. Tuttavia non si fermò.
Finalmente le arrivò accanto, si lasciò cadere in ginocchio mentre le mani si avvolgevano attorno al corpo senza vita della sua amata, la strinse forte al petto, ignorando completamente il forte dolore al braccio. Con le lacrime agli occhi, quasi non si accorse della spada che calava togliendogli la vita, le sue iridi pallide per l’età per sempre unite a quelle brillanti della sua amata moglie.

*

– Scacco matto! – Il ragazzino pareva estremamente soddisfatto mentre i suoi occhietti verdi e vispi guardavano i propri pezzi tenere sotto scacco il mio re.
Sorrisi anche io mentre osservavo il mio unico pezzo che, nonostante tutte le insidie, ero riuscito a portato esattamente sulla casella in cui la regina era morta.
Aveva davvero vinto lui o aveva vinto l’amore?

Sher Jones

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L’amante veneziano

racconto8
L’AMANTE VENEZIANO
Sono nato a Venezia il venti aprile del 1912 e di nuovo il cinque settembre del 1944, una piccola parentesi di morte ha segnato i miei giorni: un apostrofo di lutto, un battesimo funebre che, come un rito, mi ha consacrato quale nuova creatura immortale.
Mi chiamo Romeo Giovanni Coin e sono il custode di Venezia.
Sono nato Romeo, ma in più di cento anni di vita ho portato molti nomi e altrettante maschere.
Ho conoscenze, negli uffici comunali, che possono redigere per me un certificato di morte mentre con l’altra mano già stampano un nuovo certificato di nascita: quel pezzo di carta che mi regala una nuova esistenza e tiene a bada i curiosi fino a quando non vengono ingoiati dallo quello stesso ingordo sepolcro che mi ha rigettato.
Ma parliamo di lei, la mia amata Venezia.
Questa città è adatta ad una creatura immortale come me: entrambi siamo incastonati nel tempo e nella storia senza alcuna possibilità di sottrarci alle maree che salgono, dai tumulti e dal mare da cui poi usciamo, sempre e comunque, asciutti e sicuramente più puliti.
Esiste al mondo città migliore di questa per trascorrere il proprio esilio su questa terra? Venezia non è cambiata, non cambia e non cambierà.
I nomi delle calli possono essere riscritti, le piazze assegnate a personaggi più illustri di chi li ha preceduti, i monumenti possono essere deteriorati e sostituiti; ma Venezia, questo delfino un po’ gobbo che gioca dirimpetto all’Adriatico, lei non muterà: nei secoli fedele come una sposa.
Adoro perdermi tra i suoi ponti e i vicoli, quando è notte e i turisti sono troppo impegnati a sognare per tediare la mia città e il mio riposo con i loro schiamazzi e la loro ingombrante presenza. Io mi muovo in lei come un amante che ripercorre per l’ennesima volta i tratti che compongono il corpo della sua donna proibita. La osservo, respiro il suo odore di fiori, alghe morenti e acqua che da qualche parte ristagna in attesa di una nuova marea. Se sono di buon umore canto per lei e la corteggio con le poesie che conosco e che ho imparato ad amare nei lunghi pomeriggio trascorsi  a leggere, quando il sangue appena succhiato è ancora troppo caldo ed inebriante per concedermi un riposo tranquillo.
Altre volte, quando non piove e la città si sgombra velocemente dei turisti assetati di sole e primavera, mi rintano nei musei o nelle chiese che sbucano ovunque come fiori di campo: esempi mirabili di gotico e romano.
Passerei la vita, e lo farò, davanti ai dipinti che raffigurano la resurrezione di Cristo, due risorti che si fissano: uno asceso alla gloria eterna, l’altro imprigionato come Prometeo alla piattezza di una vita che sembra mortale ma non lo è.
Ecco un’altra cosa che mi fa amare questa città: è una riserva di caccia eccellente per chi, come il sottoscritto, può vivere solo grazie alle ombre.
Io aspetto che la notte cali sulle cupole del duomo e il portico che abbraccia piazza San Marco, attendo paziente, seduto ai tavolini esterni del Caffè Florian, e mi lascio cullare dalle melodie moderne che solo le corde di un pianoforte riescono a rendere apprezzabili, mentre sorseggio una tazzina di costosissimo caffè. Suppongo sia buono, visto il prezzo, ma la verità è che trovo molto più piacevole sentire il calore della porcellana scottarmi le dita e le mani e farmi, solo per un istante, dimenticare il freddo mantello che sempre mi avvolge.
Aspetto fino a quando uno zingaro ritardatario non mi passa barcollando davanti e, farfugliando parole incomprensibili, non attraversa tutta la piazza prendendo la strada che conduce all’Accademia. Mi alzo e come un amante lo pedino fino a raggiungerlo.
Lo abbraccio da dietro, un gesto intimo che mi permette di poggiare il mio cuore nero e morto contro il suo rosso e palpitante, muovendomi sui passi di una danza che solo io conosco lo porto lontano dalle luci della calle e lì affondo i miei canini mentre lui si abbandona tra le mie braccia come un innamorato tra quelle calde e seducenti dell’amore.
Cosa ne faccio poi del corpo? Ormai vi posso svelare uno dei più macabri misteri della Serenissima che poggia le sue fondamenta su una foresta di alberi di pietra, dune sabbiose e cadaveri.
Un tappeto di cupole, finestre dai lineamenti orientali e chiese sotto cui si nascondono anni di assassini consumati tra i campi e i sottoporteghi.
Esaltato dalla linfa appena succhiata, come un’ape ubriaca di polline, torno verso Piazza San Marco ormai deserta e, senza che nessuno mi veda, spicco un volo fino a trovarmi sulla punta del campanile, ben oltre il limite imposto ai mortali e ai turisti che si arrampicano fin quassù pagando un biglietto e prendendo un ascensore.
Comodamente mi siedo sul braccio alzato dell’angelo che silenzioso sorveglia la laguna e, restando aggrappato alla sua veste dorata, abbraccio Venezia con lo sguardo.
Sperimento, in queste silenziose contemplazioni, ciò che poeti, credenti e scienziati chiamano “infinito”.
Guardando le stelle mi riconosco cadetto della vita ed orfano della morte, persino loro, le stelle, un giorno mi lasceranno e come un fuoco d’artificio brilleranno un’ultima volta per poi perdersi per sempre.
Luce sprecata inghiottita dal nulla che riempie l’universo.
Resto lassù e, d’un tratto, non sono più solo in questa bizzarra veglia di cui nessuno sa.
Io, piccola vita che si consumerà nell’immortalità, loro, sentinelle silenziose che spariranno in un battito di ciglia o poco più.
E il sole comincia a levarsi oltre la linea di terra ed acqua che chiude questo quadrato di isole che chiamano laguna.
Resto ancora, ancora un istante per sentire quelle dita calde toccare la mia pelle come un secolo prima, quando un raggio di sole era una piacevole distrazione e non un errore fatale.
Lo guardo rivestire Venezia di colori nuovi, colori che io non posso più vedere, e prima che la gelosia mi accechi e mi renda pazzo mi precipito giù dal mio trespolo dorato, sparendo tra le calli ancora vestite di ombre e sogni.
Buongiorno Venezia, il tuo amante tornerà di nuovo.

Devyani Berardi

 

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Festa di compleanno

RACCONTO RITIRATO SU RICHIESTA FORMALE DELL’AUTRICE.

racconto6

Mi guardo intorno con aria avvilita. Penso che ormai poteva dichiararsi definitivamente: era il peggior compleanno della mia vita. Sono fradicia per il diluvio che ancora imperversa fuori, in una sala vuota apparecchiata con tre tavoli rotondi da dieci e addobbata con rose blu –i miei fiori preferiti- e gardenie viola. Avevo comprato un vestito apposta per l’occasione, cremisi, stile impero, con il corpetto a cuore e con il corsetto. Il corsetto, mannaggia a novembre! Per non parlare della piega, si può dire che i miei boccoli siano rimasti impressi solo nella foto fatta dal mio parrucchiere che ora campeggiava su Facebook senza neanche un like. O meglio, per ora. Prendo il mio telefonino e mi collego a Facebook. Oltre a confermare la mia ipotesi che stasera nessuno si stia filando il mio compleanno, vedo la foto profilo di lui. Nuova, scattata da appena sette minuti. Niente di che per altro, una vecchia foto fatta come al solito in camera sua. Ma il like di sette ragazze, e dico sette –glielo avevano messo uno al minuto?!- mi fa drizzare i peli delle braccia. Sbuffo ricacciando a forza lo smartphone nella borsetta e lanciandomi indietro la poltiglia di capelli che mi era rimasta post inzuppata, decreto:-Ok, mi arrendo. La festa è finita, chiudete le porte- e lo dico con lo stesso tono di Elsa in Frozen. E la reazione di Maddy, che può tranquillamente essere la “mia” Anna, è la stessa del cartone. Mi guarda con i suoi grandi occhi verdi implorandomi di non lasciare andare il momento. Ma tanto, a che serve? Sono arrivata in ritardo, la pioggia mi ha lavata del tutto rovinandomi vestito, scarpe e piega. Abbiamo aspettato un’ora e mezza prima di cominciare a mangiare perché non si è presentato nessuno degli invitati, quindi il cibo era pessimo. Maddy tiene il broncio da ieri e per tutta la sera non abbiamo parlato di altro che di ragazzi, ben sapendo che Rory è suo malgrado ancora single, Maddy esce da quello da cui sta uscendo e di cui non si deve fare parola ed io…io ho lui, che non si è presentato alla festa. Ed è tranquillo, a casa, davanti al pc a cambiare foto profilo su Facebook. Ricaccio indietro le lacrime ma la voce è comunque rotta dal pianto:-Sentite, per favore…Direi che abbiamo aspettato a sufficienza. A parte Andrew, che è passato a portarmi il regalo, non penso che verrà nessun’altro-. Andrew poteva anche farsi un pacchetto di cazzi suoi, per quanto mi riguarda. Ma tengo per me questo pensiero perché so già che, dietro la facciata da dura, Rory è rimasta peggio di me per come sia finita la storia tra me e lui. Quindi evito di ricordarle che il suo migliore amico è uno stronzo. Mi metto la pochette a tracolla, prendo la maxi borsa con tutti i regali (o meglio, quelli che alla fine ho ricevuto), e dico:-Vado a saldare- e mi avvio verso l’atrio della sala mentre sento Maddy e Rory borbottare qualcosa, ma con la coda dell’occhio vedo che vanno a prendersi le borse. Mentre estraggo il portafogli dalla pochette abbinata all’abito, torno a guardare le mie amiche. Rory è splendida, con il suo abito color vinaccia con decori dorati sul tulle della gonna, ed ha una bella scollatura a V sul seno. Maddy, invece, ha optato per una camicia di seta con il colletto grigio perla e pantaloni neri di velluto. Ma con quelle trecce è davvero adorabile, e vorrei che tutti la vedessero così. E’ bella. Incredibilmente bella. Non che Rory non lo sia, ma se anche la vestissi con un sacchetto della spazzatura sarebbe bella. Maddy invece fa fatica a brillare di luce propria, ma quando vuole sa esplodere come una supernova. E lo vuole di rado, anche se non crea buchi neri, lei. La signorina alla cassa mi sorride e mi porge uno scontrino con una cifra molto più bassa rispetto al preventivo. –Ma signorina, i fiori…l’affitto…-. –Cara, questo è il costo dell’affitto. Non ti addebito nient’altro- e mi fa l’occhiolino. –E’ il regalo di compleanno del locale-. Le sorrido dolcemente e le mormoro un:-Grazie- commosso. Lei mi sorride di rimando, dopodiché mi saluta con un gesto della mano che ricambio. Quindi aspetto che Maddy e Rory mi seguano verso l’uscita. Almeno non ho buttato via una cifra esorbitante per una festa che è stata un flop assurdo. Prendiamo gli ombrelli dal portaombrelli di fianco alla porta e li apriamo appena vachiamo la soglia. Rory cerca le chiavi della macchina, ed intanto mi chiede:-Vuoi un passaggio?-. Le rispondo:-No, grazie. Camminare mi farà bene-. –Ma Jay! Piove a dirotto! Ti verrà una polmonite- protesta Maddy. Sbuffo e le ribatto, un po’ troppo incattivita:-Beh, guarda…almeno, se mi verrà una polmonite, qualcuno verrà a trovarmi in ospedale- e sbuffo, osservando i suoi occhioni da cerbiatta impaurita. Ho esagerato, lo so. –Scusami…è che davvero…- e guardo un punto al di là dell’orecchio di Rory trattenendo le lacrime. Piangerò appena saranno andate via. -…ho bisogno di camminare un po’ da sola. Con i miei pensieri-. Rory afferra il concetto e annuisce sorridendo appena, per poi dire:-Sì, tranquilla tata- e fa un cenno a Maddy di seguirla verso la macchina. Mi sporgo ad abbracciarle insieme, una per braccio, sussurro un –Grazie- e poi con il mio ombrello mi dirigo verso la parte opposta, e cioè verso casa mia.

Buon compleanno, Jay – mi dico nella mia testa. Felici ventitré anni…
Felicissimi, davvero. Un’oasi di pace e benessere. Ma vaffanculo! Già erano cominciati male i ventidue, per mille motivi che non volevo ricordare, poi era stato in se un annetto un po’ del…beh, sorvoliamo! Resta il fatto che alla fine lui non c’era. Non era venuto. Sbuffo e con la mano che tiene l’ombrello, facendo un po’ fatica, apro la pochette e ripesco il cellulare. Ed il mio cuoricino si frantuma

Edward: Ehi, come stiamo andando?

Mi viene da piangere, a vedere quel nome e quel messaggino sul mio telefono. Tenendo il manico ricurvo dell’ombrello stretto sotto l’ascella, rispondo

Jay: Una merda. Una vera merda. Disastro totale, flop assoluto. Va beh, ma pazienza. Tanto, come dici tu…un anno vale l’altro.

Intanto continuo a camminare, piano, ma la pioggia sembra affievolirsi. Oh, grazie del regalo! Ma la risposta di Edward tarda ad arrivare, e come sempre io resto pazientemente in attesa. Con lui è così, prendere o lasciare. E non ho intenzione di lasciare andare, per niente. Ci eravamo conosciuti un anno prima. All’inizio per me lui era solo “il ragazzo biondo che mi faceva gli scherzi” al corso di recitazione serale che frequentavo lunedì e mercoledì. Poi aveva iniziato a diventare “Edward, quello del pub dopo il corso”. Poi, un paio di volte eravamo usciti assieme. Io ero stra innamorata di lui, ma capì da subito che la cosa non avrebbe mai funzionato troppo bene. Perché Edward è…omosessuale. Bello, statuario come l’omonimo vampiro di Twilight –e credevo fermamente che l’autrice si fosse ispirata a lui per il personaggio- ma totalmente dell’altra sponda. Avevamo anche provato a baciarci, ma lui si era ritratto come un bambino di cinque anni ed a me aveva fatto tenerezza. E da allora era un po’ come un fratello, una spalla su cui piangere…un amichevole gattone a cui ero affezionata. Sì, perché lui è un gatto delle nevi, che non da confidenza a molti ma se si affeziona da l’anima, mentre io sono una civetta. Non perché ci provi con tutti, ma perché…durante un esercizio di teatro dovevamo metterci di fronte al pubblico dei nostri compagni e dell’insegnante a piedi nudi, e declamare un pezzo. Edward aveva subito esclamato:-E tieni quelle dita diritte, Jay!-. Avevo completamente arpionato i piedi al palco, proprio come i gufi sui loro rami. E da allora sono una civetta: mi aggrappo alle mie convinzioni come ad un ramo, od anche alle persone, giro sempre la testa di qua e di là perché non mi fido di nessuno e solo di notte rendo al massimo. In un certo senso, Edward è quello che sta un po’ sostituendo nonno. Perché sa vedermi dentro. Come lui.
Un trillo, e capisco che è arrivato un messaggio. E che devo aver cammianto più veloce del previsto, perché sono davanti alla porta di casa. Protetta, sotto il balconcino, chiudo l’ombrello e leggo l’sms

Edward: Tu di a tutti che fai vent’anni, vedrai che saranno più gentili

Rido, perché al di là delle apparenze, anche Edward ha ventitré anni come me. E anzi, li ha pure da più tempo di me. Qualche mese…poso il cellulare nella borsa e prendo le chiavi del portoncino. Sento un altro trillo ma ignoro l’sms successivo fino a che non sono nella hall del mio palazzo. Mi arrabatto tra ombrello, chiavi e borsa dei regali per arrivare fino all’ascensore, e solo allora poso la borsa dei regali per riprendere il telefonino e leggere il messaggio. Sarà mia madre, penso io.

Chase: Allora sta festa? Come va?

E mi trattengo dal lanciare il telefonino dall’altra parte della hall solo perché costa un sacco di soldi ed è il mio modello preferito.
Va tutto bene? Fammi pensare, mmmh…avevo invitato alla festa una trentina di persone e sono venute solo due mie amiche ed il mio ex ragazzo e tu sei uno di quegli invitati che mi ha dato buca. Quindi no, non va tutto bene. Non va bene per un cazzo!
Ma decido di fare la brava e rispondo

Jay: Sì, assolutamente perfetta ora sono quasi a casa, sto aspettando l’ascensore

Rimetto a posto il telefonino e pigio il pulsante per far scendere l’ascensore. Intanto riprendo la borsa dei regali, e non appena le porte automatiche si aprono sgattaiolo dentro e pigio il bottone del piano –molto alto- a cui abito. Per fortuna, questo aggeggio non si rompe da qualche anno. Fare le scale è una fatica allucinante, anche se ti fa venire un culetto sodo che nemmeno a diciott’anni. Mamma si tiene in forma facendo le scale tutti i giorni. Ma io sono pantofolaia…arrivo al pianerottolo e riposo la borsa dei regali per aprire la porta di casa. E’ abbastanza tardi perché i miei dormano, ma non abbastanza da fargli chiudere la porta con la seconda serratura. Appena varcata la soglia, rimetto l’ombrello nel portaombrelli e poi chiudo la soglia alle mie spalle, infilo le chiavi nella toppa dentro e do tre giri decisi. Quindi lascio le chiavi lì, e con la borsa dei regali arrivo in camera mia. Accendo lo schermo del cellulare, e vedo un altro sms

Chase: Ancora auguri, piccola

In allegato al messaggio c’è un video. Mi faccio luce con il cellulare ed arrivo fino al letto e dal cassetto del comodino estraggo le cuffiette del cellulare. Quindi le attacco al mio dispositivo e faccio partire il video. Un ragazzo con il viso affilato, la barba ben regolata ed i baffetti, i capelli corti ed una maglietta di chissà quale videogioco di guerra sta animatamente suonando e cantando una canzone –una…la mia preferita- con una chitarra elettrica rosso fuoco. Guarda l’obiettivo con aria dolce, perché comunque è una canzone lenta e melodica che racconta di una storia d’amore. Tra chi non lo dice apertamente, fa solo un allusione a due occhi o verdi o azzurri. E un po’ mi rabbuio, perché in un precedente video Chase parla proprio di una ragazza dagli occhi azzurri che visibilmente non sono io, che li ho marroni. E comunque, non dovrebbe importarmi di lui. E più lo dico, più mi rendo conto che sono innamorata persa di lui e che se continua a cantare in questo modo mi sciolgo e divento tutta sua…
Eh no, cazzo. No.
Arrivo alla fine del video, sorrido e gli rispondo

Jay: è davvero bellissima ❤ ti ringrazio infinitamente. E’ un regalo meraviglioso!

E senza staccare le cuffie mi sdraio sul letto. Apro il mio lettore musica e metto su un brano tratto da un cartone animato Disney, cantandola mentalmente. E’ la canzone perfetta per questa situazione. “Se esiste un premio per gli ingenui- Io l’ho già vinto da tempo- Ma nessun’uomo vale tanto- Di delusioni ne ho avute troppe”. E mi lascio andare: è la mia sera, il mio compleanno ancora per due minuti e mezzo. Fanculo! Mi metto a ballare, sdraiata sul mio letto, come se fosse l’ultimo giorno della mia vita. Fino allo scoccare della mezzanotte. Con la fine del 9 di novembre, torno nel mio mondo opaco, quello in cui nessuno mi nota. Il cellulare si illumina e leggo la risposta di Chase

Chase: E’ il minimo per una bella ragazza come te :* Se domani non hai impegni, posso rapirti?

La testa dice “no, non dargliela vinta! Non è venuto al tuo compleanno, come pensi d perdonarlo?!” mentre il cuore già fa le acrobazie, vede tutto rosa ed il mondo gira dalla parte giusta.
La testa dice “lo odio”
Il cuore dice “lo amo”
Lo stomaco dice “dannatissimi ravioli di gamberi freddi”

Giorgia Baratta

 

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I 1000 e 1 giorni da senile

racconto7

Sgabello. Lavandino. Salviette.
Avevo tutto, cominciava un’altra giornata. Ti svegliava una pillola, che prontamente fingevo d’ingoiare portando indietro la testa, spingendola invece su per una narice.
Adesso veniva la parte più dolorosa. Cominciai a soffiare e sbuffare tenendo premuta la narice buona. -Cazzo!- Sangue misto a muco slavinarono giù dal naso prima che uscisse la dannata pasticca.
Quella routine stava costando cara al mio corpo già deturpato dalla maledizione della vecchiaia.
Ero ben lontano dal vedermi col cazzo raggrinzito, lo controllavo ogni sera, per esser sicuro che almeno quello non avesse subito drastici cambiamenti.
-Oh Jorghen. Ma guarda, anche in cesso stai!- Allampanato, occhi vitrei e pelle da carlino. Robbi era l’immagine della vecchiaia a cui dovevo sopravvivere, gli mancava solo la mannaia per esser la morte in zero carne e solo ossa.
Negli anni avevo imparato a controllare le mie emozioni per questo periodo ma, giuro, lui l’avrei ammazzato con le mie mani.
-Sì, e lo occupo solo io, ormai tu non hai più niente da cagare Robbi, fuori dai coglioni.-
-Le infermiere lo dicevano che sei scontroso, eh è la vecchiaia amico mio!-
Per forza d’abitudine il mio sguardo cercò lo strumento piu adatto per farlo sembrare un incidente.
Ma fù solo un attimo, e mi ricomposi.
-Caro Robbi, io non sono vecchio! E ci tengo alla tua salute, se vai in bagno da quanto magro sei, cagherai l’intestino per poi morire tra atroci dolori, lo capisci vero?-
-Io lo dicevo che sei un amco Jorghen!- Se ne andò all’apice della felicità, canticchiando il nostro nome come fossimo una coppietta. Mancava poco che cominciasse a saltellare come Heidi. Lo seguii con lo sguardo dalla porta, forse aveva davvero da cacare: una macchia marrone cominciava a delinearglisi sulla patta, ma era troppo contento per accorgesene.
Meglio così, nessuno in giro. Era ora di ripulire il macello che avevo fatto scaccolandomi. Se mi avessero beccato a non prender le pastiglie sarebbe stato tutto invano: lo sforzo di sopportare per mesi quel posto, quei vecchi malati che mi davano il voltastomaco.
Raggiunsi in fretta la sala per la colazione cercando di non farmi notare troppo. “Destra, sinistra e passo sbilenco. Destra , sinistra e passo sbilenco.” Una nenia per ricordarmi la camminata da avere, e una per non schizzar male vedendo tutta quella bava scendere dalle loro bocche slavate fino alle ciotole.
Sfido io che ci mettevano cosi tanto a mangiare sti cazzo di rinco’!
Ogni giorno la stessa minestra, di fatto e non.
Le giornate parevano non evolversi più, incitavano la monotonia del giorno seguente e di quello dopo ancora.
Nulla sopravviveva alla logorazione mentale di questo stallo, persino gli infermieri lasciavano trasparire segni di cedimento in taluni momenti: Alcuni si nascondevano all’uscita delle porte antincendio per fumarsi una sigaretta ogni cinque minuti, altri per una chiamata. Alcuni prendevano fin troppi caffè arrivando a fine giornata che si muovevano a scatti, come avessero la sindrome di tourette. Alcuni addirittura, avevano costruito un’insano rapporto con il loro partner di lavoro, portandolo avanti più spesso di quanto probabilmente avrebbero pinciato a casa.
Avevo le prove che incriminavano i protagonisti di ognuna di queste scene, c’era permesso infatti di tenere un diario, che io, tenevo ben stretto portandolo sempre con me. In realtà ero l’unico davvero sano di mente da mettere insieme una frase completa, questo però non lo sapevano i dottori. In quel posto mi credevano un normale vecchietto finito lì perchè sbavava più del cane dei figli, non sapevano quanto erano in errore ma gli lasciavo credere tutto quello che volevano pur di non essere disturbato, anche se, la fama già mi precedeva rovinandomi un po’ la piazza.
Dovevo fare attenzione a mantenere sempre le apparenze, non mancava molto al termine di quella tortura.
Dopo la colazione avevamo “l’ora d’aria” nel parco dove tiravo fuori il mio taccuino, pianificando il futuro, come ormai facevo da più di quarant’anni. Non si trattava solo di una buona abitudine ma di un bisogno impellente che avevo di tenere il tutto sotto controllo. La vita mi aveva sempre riservato talmente tante sorprese che davo ad ogni ora della mia giornata almeno una decina d’azioni diverse da poter svolgere, ognuna di queste si ramificavano come radici fascicolate nella mia testa, mostrandomi le possibili reazioni mie o delle persone incluse. Per molto, moltissimo tempo il mio taccuino non aveva mai sbagliato. Solamente una volta, solo una.
“Sia maledetta quella volta!Vaaah!”
Subito prima di pranzo avevamo la possibilità di scegliere se stare sulla stanza dei giochi o davanti la televisione. “Ma ci rendiamo conto?! La stanza dei giochi vaaah, manco fossimo all’asilo!” Nemmeno mio nipote giocava ancora con le costruzioni ad incastro, e aveva cinque anni!.
No , avevo il mio posto ad aspettarmi, ogni giorno, la stessa sedia. Un’abitudine che avevo preso in considerazione di cambiare vista la monotonia giornaliera a cui ero costretto. E, sì, per tutti a parte il sottoscritto la frase precedentemente detta non è un errore di valutazione letterale: Stare davanti la televisione veniva preso alla lettera, solamente io ero interessato a girare i canali, seguire la politica e il telegiornale. Gli altri osservavano apatici le immagine scorrere commentandole da atipici.
-…e ora passiamo alla notizia del giorno. Sono stati arrestati quattro membri dello storico Clan Zannardente, operativo nei quartieri di Milano. ..-
-Vaah!- Un’eslamazione troppo significativa per i due infermieri a guardia della sala. Dovevo calmarmi.
-…Secondo le dichiarazioni di uno di questi, fornite alla polizia con un interrogatorio durato diverse ore, suddetto clan conta molti piu settori in tutta Italia e all’estero..-
Ne ero sicuro fosse lui. Essendo arrestati di un certo peso non si erano fatti scrupoli, lasciandoli a volto scoperto mentre venivano ripresi, questo mi aveva permesso di riconoscere uno dei quattro e, potevo metterci la mano sul fuoco, quello era il vecchio braccio destro di mio figlio.
“Quel dannato coglione! Io glielo dicevo che doveva sbarazzarsene.”
Mio figlio si stava lasciando sfuggire le cose di mano. Era scritto sul mio taccuino che sarebbe successo, l’avevo previsto, fortuna che mancava poco e sarei tornato. Dovevo subito informare Facepalm, dovevo avere il resoconto delle cose successe in tutto quel tempo, era ora di rimettersi in marcia e riprendere le redini di cuoio sudato e sporche di sangue che tanto amavo.
-Tu..tu..tu. Tututu.- Niente.
Mà non rispondeva, zia non rispondeva, nemmeno Jorgi e questa lista di silenzi pareva allungarsi con l’andare delle chiamate cadute.
-Veeh!- Era incredibile, un tempo il mio numero sul loro display li avrebbe fatti saltare dalla sedia con la sicurezza che se non avessero risposto nell’immediato avrebbero avuto delle grane.
Odiavo le cose complicate, le attese se non portavano a nulla di buono, ma soprattutto, odiavo l’inutilità di persone come mio nipote: Jorgi, non potevo però fare a meno di sfruttarlo visto che l’entrata al manicomio era esclusa per i miei uomini di fiducia, per la mia ex moglie e per mio figlio. Mi toccava avere le visite con l’idiota che aveva contribuito a farmi finire in questo merdosissimo posto.
Quel giardino senz’erba pareva rispecchiare il mio stato d’animo. Arido.
Lo ero sempre stato certo, anche prima di arrivare all’ospizio, ero arido di cuore, ma non mi ero mai sentito così solo, la compagnia di certo non mi mancava, con tutte le prostitute che facevano la fila ogni sera alla mia porta per un verdone in più.
-Viih!- Quanto mi mancava quella libertà. Alzai brache e mutande, eh sì, con la mancanza d’esercizio pareva che l’attrezzo arruginisse.
-Aah cazzo!-
Sbattei violentemente i pugni sul’isolata panchina del giardino, senza ricordare quanto facessero male le nocche. “Fanculo, tutta colpa della droga!”
Io non mi facevo, non mi sarei mai fatto e non avrei mai voluto vederla nella mia vita, odiavo persino la neve per la somiglianza. Sapevo che con il mio giro d’affari in tutto il mondo la Biancaneve avrebbe solo portato più controlli dagli sbirri e quindi più rischi. Sì avrei guadagnato molto di più e più in fretta certo, ma ero un tipo paziente, mai pizzicato nemmeno per una chewiing gam e con la mia perseveranza avevo costruito un impero sicuro.
E quando ci ripenso… Arrivò l’idiota: Cricco, l’attuale secondo di mio figlio, diceva che aveva un grosso affare per le mani, mio figlio , che non aveva mai ascoltato il mio consiglio di guardarsi più dagli amici che dai nemici gli diede retta, infognando velocemente quasi la totalità dell’Impero. Dovetti vendere proprietà e riscuotere favori da mezzo mondo e nonostante ciò dovetti impegnare il bene più prezioso: me stesso. Impegnare non é il termine esatto ma la mia finta perdita di ragione avrebbe permesso a quel mare di merda di sgonfiarsi. Era questo il piano, per tornare poi a casa dimostrandomi alle autorità pulito ancora una volta, mio figlio sarebbe stato catturato e miei beni sarebbero rimasti intaccati perchè niente era a suo nome, salvando così i miei sforzi di una vita dall’oblio.
Non mi sentivo un cattivo padre per quella decisione, dipendeva tutto da una semplice regola del taccuino: non ammettevo errori soprattutto dal mio genero.
A pensarci bene però, ancora non capivo come avesse potuto fallire il piano. Il diario non lo prevedeva, tra i pregiudicati appena arrestati doveva esserci mio figlio, invece…
Il mio sguardo si spostò sul vecchio edificio che mi ospitava. “Vaah!, mi sarei dovuto trattenere più a lungo. Veeh!”
“Vaah” Stavo passando una settimana infernale, ad ogni ora del giorno chiamavo e nessuno rispondeva. Potevo solamente sperare che non fossero stati incarcerati anche tutti i miei contatti. Cosa alquanto improbabile, vista l’assoluta innocenza di mia madre.
Tutto prendeva una piega così surreale da mandarmi in pappa il cervello, e il peggio, era che il mio quotidiano Relax di enigmistica continuava ad arrivarmi. Chi me lo mandava? Perchè non rispondeva alle mie chiamate se poteva portarmi un giornale?!
Pieno di frustrazione stavo cominciando a dare di matto, lasciandomi trasportare dall’emozione come non era mia abitudine. Strappai violentemente le prime pagine, accartocciandole, riducendole a brandelli finchè non mi saltò all’occhio un particolare. Avevo sfogliato almeno una decina di volte quel “coso” ma , solo in quel momento mi accorsi del piccolo rebus sull’angolo di una pagina. C’era solo una lettera scribacchiata malamente, non era completato. Come e chi s’era permesso di toccare il mio giornalino porca…! Non ero solitamente vezzo ad inveire, era la mia calma glaciale e studiata a incutere paura non la mia bocca larga. Non so per quanto rimasi a fissare incazzato e impotente quella lettera, e mi scossi solo nel momento in cui capii ciò che voleva dirmi.
-Era ora, Cazzo!!.- Guardai l’orologio. Appena in tempo, corsi a più non posso verso la sala pranzo. Cosa effettivamente strana per me, visto il vomito che provavo solo a vedere cosa mi mettevano nel piatto, una stranezza che notarono tutti mentre li scansavo uno a uno per arrivare al mio posto in velocità.
I piatti erano lì ad aspettarci, come ogni giorno, come ad ogni pranzo. Un pezzetto di carne macinata, (erano in molti a non avere più i denti) del purè e tanta verdura, dalle carote alle zucchine, al sedano. Ce la misi tutta per frenare la mia impazienza, avevo già dato troppo nell’occhio e dovevo esser cauto, o la mia fuga sarebbe arrivata al suo epilogo ancor prima di cominciare.
Il rebus era chiaro, e anche il motivo di quella lettera. Sì, il rebus era un indizio, veniva raffigurata una donna che guardava estasiata un piatto colmo di cibo. Cibo vero, e quello non era il mio caso. Sondai con lo sguardo tutto il pasto,doveva essere nascosta all’interno del purè. Quando tutti ebbero preso posto, e le posate cominciarono a tintinnare, presi anche io il mio cucchiaio tremante.
No, non era il parkinson a farmi tremare, no, non ero lì per problemi cerebrali di alcun genere. Ma la mano mi prudeva. Presto, al posto del cucchiaio, avrei stretto ancora il calcio della mia pistola.
Quando la toccai col cucchiaio il mio cuore saltò un battito, ormai tutti presi dal pranzo, non notarono la mia ricerca a mano nel purè.
Eccola, la chiave. La chiave del cancello d’entrata, che al momento giusto della serata mi avrebbe permesso di uscire indisturbato. Dopo una certa ora infatti, anche Henry, la guardia del cancello andava a dormire. In fondo, in un manicomio cosa ci poteva essere da rubare? Era l’unica via di fuga essendo l’edificio circondato da una rete e una siepe alte 5 metri, meglio così, non avevo intenzione di fare arrampicata.
Le ventidue si fecero attendere. Quelle ore passate a sognare la nottata in uno dei miei appartamenti, non fecero altro che allontanare la trepidante fuga, era come ascoltare il raspare delle unghie su una lavagna pregandole di smetter presto.
Preciso come un orologio svizzero, alle dieci ero pronto e, come un giovinotto che esce clandestinamente di casa, scavalcai la finestra della camera il più silenziosamente possibile. Percorsi il giardino arrivando al selciato ch’era la stradina d’ingresso. Con l’oscurità che mi avvolgeva raggiunsi quatto quatto il cancello, e grazie alla luna, avvicinai la chiave alla serratura.
Benedissi quel raggio di luna che si specchiava sulla toppa, ma maledissi la mano tremante che non riusciva a infilare la chiave.
-Veeh! Porco giuda che cazz..!!- Sembrava un incubo, ma era reale. Più spingevo la chiave nella serratura e più questa pareva rompersi, squagliarsi tra le mie mani.
-Ehi! Ehi tu!- Cazzo , come avevo fatto a dimenticare l’ultimo giro di ronda che faceva Henry?! Per un attimo incrociammo gli sguardi, al che lui cominciò a correre come un forsennato verso di me, e io, sentendomi sempre più il topo in trappola continuavo a sbattere l’ormai inesistente chiave sulla toppa. Poi la presi a pedate, infine, col fiato di Henry quasi addosso, cominciai a scuoterla violentemente, provocando così l’epilogo che non avrei mai voluto. Persi l’equilibrio a causa del selciato umido sbattendo di cattiveria la testa sulle spranghe del cancello. E tutto fu buio.
Mi svegliò il trambusto che rimbombava ovunque nella mia testa, assieme a una voce che urlava.
-Papà, papà!!- Un giovane era chino su di me, con le lacrime al volto.
Chi era quel ragazzo, cosa voleva?
-Papà ma cosa hai combinato, mi hanno chiamato dal…. il medico mi ha contattato dicendomi che ti sei preso una bella botta cercando di scappare. Devi smetterla, lo sai che lì starai bene!-
-Vaaah, veeeh !!! VAAAAAH, VEH!- Cominciavo a non capirci più nulla. chi era quel ragazzo? Mi metteva angoscia. Perchè mi chiamava papà? Perchè non ero riuscito a scappare? Perchè la chiave mi si era squagliata in mano!?.

Qualche minuto dopo, fuori dalla stanza…
– Mi spiace signor Walter, suo padre sta peggiorando come può vedere.-
– Ma dottore, com’è possibile, dicevate che in quella casa di cura si sarebbe sentito meglio. Invece non mi riconosce nemmeno più!-
– Si calmi, la prego. Evidentemente non ha reagito come speravamo. Ha cominciato a costruirsi invece un mondo tutto suo.- Walter prese dal medico il sacchetto di carta, conteneva gli unici effetti personali di suo padre?
-Queste cose erano nella sua tasca quando è caduto, questo invece l’aveva in mano-
Il medico lasciò il ragazzo, interdetto, a guardare gli oggetti che alimentavano la pazzia di suo padre: Una saponetta era il telefono cellulare, una gamba di sedano ormai ridotta a brandelli era la sua chiave.
Una realtà ben diversa la sua.
Walter era un veterinario, e suo padre, vedovo da quasi dieci anni, era un poliziotto in pensione…malato di Alzheimer.

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L’amore non si compra

racconto5

Lo sguardo dell’uomo era fuoco nero in cui ribolliva un addolorato disprezzo.
– Così siete venuta a vendermi la vostra preziosa virtù! – L’ira tremava sulle labbra sottili e la voce fredda sibilava controllata, ogni parola un colpo di frusta. – Davvero credevate che fossi disposto a comprarla? – Sul volto pallido dell’uomo, incorniciato da lunghi capelli neri, la delusione irrigidiva lineamenti già di per sé inflessibili e la ruga che gli solcava la fronte, proprio sopra il naso, profondamente incisa nella pelle, sembrava ora un doloroso taglio, inferto dalle parole oltraggiose della donna. – Quale idea avete del mio onore, per pensare che avrei accettato la vostra offerta?
Lei, bella e giovane, lunghi boccoli dorati che sfuggivano dalla raffinata ma frettolosa acconciatura, osservava l’uomo austeramente vestito di nero, la lunga fila di bottoni che chiudeva la redingote fino al collo, avvolto dalla sciarpa, pure nera, lasciando intravedere solo una sottile striscia del candido tessuto della camicia. Il contrasto, tra la frusciante seta d’intenso turchese dell’abito della Signorina de Witt e la rigorosa tenuta del tenebroso Conte di Damonchester, non poteva essere più stridente, così come, incompatibile, pareva essere l’amara durezza del volto maturo di lui, rispetto alla fresca dolcezza del giovane viso di lei, soffuso dal rossore della vergogna.
– Voi non capite, Signore, ma non avevo alcun’altra scelta!
Nuove fiamme arsero furiose negli occhi neri del Conte, che stinse i pugni dietro la schiena, fino a farsi sbiancare le nocche, il viso sempre impassibile.
– Potevate sempre offrirvi al Duca di Waltmann, o al Marchese di Lestray!
– E’ quello che farò ora! – esclamò con stizzita disperazione la giovane donna, voltandosi.
Il Conte le fu alle spalle e l’afferrò con impeto per le braccia, ringhiandole nell’orecchio:
– Perché avete scelto di venire da me, per primo? – chiese, ponendo l’accento sulle ultime parole.
La Signorina de Witt si girò lentamente, lo sguardo basso. Solo allora il gentiluomo si rese conto che la stava quasi abbracciando: lasciò la presa e si ritrasse di scatto.
– Forse avete ritenuto che io fossi la “preda” più arrendevole? Che avrei più facilmente e generosamente ceduto, per godere dei vostri anelati favori?
La giovane lo fissò dritto negli occhi, ma lui continuò impassibile, con cattiva ed insistente ironia:
– Troppo impegnato a bearsi di se stesso, forse, il bel Marchese, per cadere ai vostri piedi ad un veloce cenno? Volubile e troppo bramato, il giovane Duca, per aver tempo da dedicare a voi?
Il Conte fece una pausa e si allontanò, lo sguardo nero sempre più infuocato. Poi continuò, un’intima amarezza nella voce, ora roca e profonda, quasi compiaciuto di irridere se stesso:
– Meglio provare prima con il tenebroso e maturo Conte di Damonchester, dalla misteriosa e stupefacente ricchezza. E’ solo questo che io ho più di loro, vero? – la incalzò, mentre un tagliente sorriso si adagiava dolorosamente sulle labbra sottili. – Io, che sono molto più vecchio e più brutto di loro, ma anche innegabilmente più ricco: ecco l’unico motivo per il quale avete scelto me!
La Signorina de Witt non rispose alle maligne insinuazioni: era ammaliata dallo sguardo del Conte, completamente persa in quelle fiamme nere che rivelavano alla sua ingenua giovinezza un mondo sconosciuto; desiderava solo bruciare in quel fuoco appena scoperto, senza pensare più a nulla.
– O, a dispetto del mio severo e solitario contegno, o forse proprio per quello, – insistette ancora il Conte, in quel suo perverso desiderio di tormentarsi, – avete pensato che avreste potuto ottenere molto, da me, offrendomi ben poco in cambio, sicura che mi sarei accontentato delle vostre calde e dolci labbra, senza pretendere anche il vostro morbido e seducente corpo?
Aveva pronunciato le ultime parole con un’ardente intensità, a stento controllata, mentre con lo sguardo avvolgeva intimamente il corpo della donna che sussurrò, con voce appena udibile:
– Forse, volevo solo scoprire… quale inferno arde dietro le fiamme che avvampano tumultuose nei vostri occhi, – un lieve sospiro l’interruppe, – ogni volta che mi guardate, – ancora un istante di silenzio, mentre sprofondava irrimediabilmente in quelle iridi nere, – come state facendo ora!
– Attenta Eleanor! Statemi lontana: potreste bruciarvi! – sussurrò con voce soffocata, ma non lo avrebbe permesso: non lei che dopo anni aveva saputo far vibrare ancora d’amore il suo cuore!
– Vi prego, Conte: ho assolutamente bisogno di denaro! – implorò ancora la Signorina de Witt.
– Non voglio il vostro corpo: ancora non l’avete capito? – sibilò l’uomo, con impassibile durezza.
Poi guardò quel visetto da bimba disperata e le lacrime che traboccavano dalle ciglia tremanti: sapeva quale era l’impellente motivo che l’aveva resa disposta a tutto e non aveva alcun diritto di trattarla in quel modo indegno. Quanto la desiderava! E da quanto tempo! Eppure, aveva sempre pensato che per lui, l’ambiguo Conte di Damonchester, sospettato d’ogni nefandezza, quello splendido gioiello, pieno di luce preziosa, sarebbe sempre stato del tutto inaccessibile. Invece, ora, avrebbe semplicemente dovuto allungare la mano e lei sarebbe stata sua. Scrollò la testa, allontanando quel pensiero irrispettoso: no, non così. Mai! Cercò di sorriderle ed addolcì la voce:
– Non voglio il vostro corpo, Eleanor, – ripeté, – per quanto possa intensamente desiderarlo, – sussurrò piano, con infinita passione – se non posso avere anche il vostro cuore!
Lo stupore si diffuse sul volto della giovane che restò senza fiato, gli occhi spalancati e la bocca dischiusa, mentre il Conte si rendeva conto d’averle appena rivelato il proprio amore:
– Dimenticatevi di me e dei miei sentimenti. – continuò rapido il Conte, le parole di nuovo seccamente sputate dalle labbra. – Di quanto denaro avete bisogno?
– Ve lo renderò, Signore: ve lo giuro! – affermò Eleanor, le lacrime a velarle le iridi azzurre.
Con voce turbata specificò l’importo e l’uso che ne avrebbe fatto al fine di liberare il padre, la cui esecuzione era stata fissata per l’indomani. Il Conte sospirò: che piccola, adorabile ingenua era Eleanor! Quanto desiderava stringerla delicatamente tra le braccia e rassicurarla! Quanto desiderava sfiorare quelle piccole labbra che disperatamente lo imploravano: piano, dolcemente, con infinito amore! Si riscosse dai suoi impossibili sogni: ormai doveva dirle tutto.
– Siete una sciocca ingenua, Eleanor: ormai è troppo tardi per cercare di salvare vostro padre e con quella somma, ad ogni modo, non avreste ottenuto nulla. – affermò duramente, – Siete stata ingannata e, questa notte, sareste stata anche derubata!
– No! – esclamò la giovane fra le lacrime, disperata. – Mio padre!
Il Conte avvicinò la mano al volto di Eleanor e con delicata dolcezza le asciugò le lacrime:
– Non temete, vostro padre è già in salvo, – sussurrò piano, – anche se è costato molto di più!
Eleanor non riusciva a credere alle parole che il Conte aveva appena pronunciato, mentre le tergeva il viso con quel tenero e rispettoso gesto.
– Non voglio nulla in cambio e, se non vi foste recata qui da me stamattina, non avreste neppure mai saputo a chi vostro padre deve la sua salvezza. – spiegò con sbrigativa decisione. – Ho posto l’assoluto silenzio sul mio nome come unica condizione per la sua libertà!
– Voi… voi l’avete fatto per me! – esclamò con voce soffocata.
– Già, sembra proprio che anche l’arido Conte di Damonchester abbia un cuore! – sibilò duramente, mentre un sorriso amaro arcuava le sue labbra: nessuno lo avrebbe mai creduto!
Ma lui un cuore l’aveva, e gridava il suo amore attraverso le fiamme che gli ardevano negli occhi, fissi su Eleanor, a trafiggerla con intensa passione, trattenuta solo a pena d’estenuanti sforzi.
Lei lo guardava, quasi senza respirare, irresistibilmente attratta da quell’uomo che, di sua spontanea iniziativa ed a sua totale insaputa, aveva salvato suo padre, correndo indubbi pericoli per la propria reputazione, già fortemente compromessa in quel pericoloso tempo di fronde. L’aveva fatto solo per lei. Perché l’amava. Ma, da gentiluomo qual era, non aveva minimamente approfittato della situazione e, anzi, si era sentito profondamente offeso da quella sua indecente proposta, che solo la disperata situazione in cui si trovava l’aveva indotta ad effettuare. Proprio lei, che neppure sapeva il reale significato di quelle parole, eppure gli aveva offerto il suo corpo, lei che dell’amore non conosceva nulla, neppure il sapore di un bacio delicato o lo sfiorare lieve di una carezza sul viso. A lui, solo a lui. Poco prima gli aveva mentito: non si sarebbe mai offerta a nessun altro uomo, solo a quel tenebroso ardore che ormai l’attraeva in modo sempre più travolgente, cui non sapeva più a lungo resistere. Solo all’uomo che l’amava con quella passione così a fatica dominata e che, senza mai essersene resa conto fino a quel momento, anche lei amava, con l’ingenuo impeto della sua giovinezza.
– Perdonatemi! – mormorò, prostrandosi in ginocchio davanti a lui.
Lo sentì tremare lievemente, mentre si chinava su di lei e, con delicati gesti, la faceva rialzare sussurrando con intensità, il volto pallido e appassionato vicino al suo:
– Non vi voglio in ginocchio davanti a me, Eleanor, per nessun motivo, mai!
Ancora una volta si ritrovò immersa nel fuoco nero degli occhi del Conte e, sempre più irresistibilmente, desiderò lasciarsi bruciare dalla sconosciuta passione di quelle fiamme impetuose. Senza neppure rendersi conto di quello che stava facendo, Eleanor si sollevò un poco sulla punta dei piedi e gli sfiorò appena la bocca con un delicato bacio.
Ardenti sospiri di desiderio erano sulle sue labbra roventi, ma Roger rimase rigidamente immobile, senza ricambiare quel bacio che bramava più d’ogni altra cosa. Infine, con immenso sforzo, si allontanò dal paradiso, per tornare a bruciare nel suo solitario inferno di disilluso desiderio. Eleanor vide il Conte, molto più alto di lei, quasi vacillare per un fugace istante, poi socchiudere appena gli occhi, mentre si portava la mano sulle labbra, incredibilmente turbato da quel suo spontaneo e timido gesto d’amore. Quasi senza respirare, rimase silenzioso a fissarla. A desiderarla. A cercare di riprendere il controllo di sé. Riuscì a parlare solo dopo un silenzio che ad entrambi parve infinito e durante il quale i loro sguardi erano sempre rimasti incatenati:
– Non mi dovete nulla, Eleanor, e non mettetevi strane idee per la testa. – rispose infine, di nuovo con voce secca e decisa. – Io e vostro padre stiamo dalla stessa parte. – S’interruppe cercando di ricostruire la sua maschera d’indifferenza, già pentito d’aver lasciato trasparire le proprie intense emozioni, più che mai deciso a mentirle ancora. Era così giovane e bella! Non doveva legarla a sé ed al suo oscuro ed incerto destino. Non poteva comprarne l’amore con la salvezza del padre.
– L’ho fatto per la causa, – sibilò, – non per voi!
Eleanor sorrise: era certa che quell’evidente menzogna fosse la più bella dichiarazione d’amore mai sfuggita a quelle labbra sottili, sempre così crudelmente tirate in cupe espressioni.
– So bene che l’amore non si compra… – si lasciò sfuggire ancora il Conte, in un sussurro delicato, pieno di dolente rimpianto, lo sguardo nero perso in ricordi lontani.
Tra le tante voci che giravano sull’impassibile e misterioso Conte di Damonchester, sulla vera origine della sua stupefacente ricchezza e sulla sua alquanto dubbia reputazione, ve n’era una che raccontava anche di un amore infelice, tanti anni prima, quando era ancora un uomo capace di sorridere. Una voce che aveva avuto ben poco credito nella raffinata e sdegnosa società che accusava il Conte d’essere uomo senza scrupoli e senza cuore. Ma Eleanor adesso era sicura che quella fosse l’unica diceria su di lui che corrispondesse a verità. Roger era un uomo che sapeva amare intensamente, con vibrante passione, e che sapeva ancora sorridere, proprio con quel tenero sorriso imbarazzato con il quale la stava deliziando in quel momento. Un uomo che sapeva bene come conquistare l’amore di una donna e che glielo aveva appena dimostrato. Lo vide di nuovo irrigidirsi ed ancora una volta la maschera calò sul suo volto pallido:
– Dovete andarvene, ora. – le ordinò.
Lo guardò, senza riuscire a capire il motivo di quel nuovo ed inatteso cambiamento.
– Siete rimasta troppo a lungo a casa mia, più tempo di quanto si confaccia alla reputazione di una giovane e bella signorina come voi.
Non avrebbe voluto, ma le stava di nuovo sorridendo: non riusciva proprio ad impedirselo. Eleanor sembrava aver vinto ogni sua resistenza e lui aveva infranto il giuramento che aveva fatto a se stesso tanti anni prima. Si era di nuovo perdutamente innamorato. Ma, forse, questa volta anche per lui brillava la luce della speranza, e non era stata la sua acquisita ricchezza ad accenderla.
Non questa volta. Eleanor gli stava sorridendo e non gli era mai sembrata tanto bella.
– Quando si saprà della fuga di mio padre, mi sarà rimasta ben poca reputazione da difendere. – sospirò rassegnata. – Le ricchezze della nostra famiglia saranno definitivamente requisite e nessuno oserà più pronunciare il nome dei de Witt in quei raffinati salotti!
– Non appena vostro padre sarà al sicuro e tutto sarà pronto per la fuga definitiva, sarà mia sollecita cura scortarvi personalmente da lui.
Il Conte s’interruppe: il suo viso si rabbuiò ed il sorriso gli scomparve dalle labbra. Si era reso conto, in quello stesso istante, che la sua fragile speranza era già morta, forse ancora prima di nascere: Eleanor sarebbe partita per le Americhe con suo padre e lui non l’avrebbe mai più rivista. L’avrebbe perduta, ancora prima di aver potuto accarezzare il pensiero di averla. La donna sembrò intuire i suoi angosciati pensieri e gli sorrise ancora:
– Credete che seguirò mio padre, abbandonando la lotta? – Nel silenzio, solo l’impalpabile frullio d’ali della speranza. – Credete che io possa lasciarvi, Roger, ora che ho capito d’amarvi?
Le fiamme esplosero, improvvise e incontrollate, nei profondi occhi neri del Conte, ed il sorriso gli illuminò il volto pallido. Un sorriso felice. Un sorriso d’amore che la giovane donna ricambiò:
– Come sono stata sciocca a non capire quanto eravate importante per me, Roger! – sussurrò volandogli tra le braccia, affondando il viso nel suo petto, cercando ben oltre che protezione.
– Nessuno oserà mancare di rispetto… a mia moglie! – sussurrò Roger abbandonandosi al dolce suono delle sue stesse parole. Chiuse gli occhi e la strinse a sé, con rispettoso amore e le sue labbra con tremante delicatezza le sfiorarono appena la fronte. Un sogno, forse era solo un sogno. Il profumo di Eleanor, improvviso, riempì il suo respiro ed acuì il suo già pressante desiderio. Un sogno non ha profumo. Ma il profumo di Eleanor era inconfondibile. La strinse forte chinandosi sulle labbra della donna che amava da tanto tempo, a coglierne infine l’inebriante sapore.

Ida59

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L’orma

racconto1

Ecco.
Il piccolo aereo si alza. Una nuvola di terra rossa ci fa da strascico e ci scorta per un tratto verso il blu del cielo.
La memoria torna in fretta alle immagini registrate dalla mente in tre giorni di scorribande pazze nella boscaglia e il cuore torna ancor più velocemente alle emozioni provate in tre giorni di ricerca affannata con la speranza nel cuore.
La terra rossa ci aspettava ad ogni piè sospinto per depositarsi ovunque: sui capelli, sulle scarpe, sui vestiti, negli occhi, ma più di ogni altro luogo si è posata sul mio cuore.
La velocità di questo aereo non riuscirà a spostarla e ancor meno la sposterà la velocità della vita che mi accingo a riprendere.
Ricordo.
Ricordo il sapore di una carne alla brace che sfrigolava nella notte profumata e illuminata da un fuoco di legna in un boma (1) pieno di amici.
Ricordo sempre la stessa terra rossa soffice sotto il mio piede che la calpestava per la prima volta.
E, soprattutto, ricordo il timore per quella sosta nel buio della notte africana.
– Forza! Scendete! Facciamo uno spuntino
Il ranger ci invita: tutti smontano e si radunano attorno ad una torcia accesa e appoggiata sul cofano di una jeep, mentre io resto poco lontana, seduta sul mio sedile, al canto dei grilli, sola.
Timore quasi incontrollato di posare il piede su quella terra così rossa, come se, una volta impressa su di essa la mia orma, nessuno più’ avrebbe potuto dividerci.
Timore delle creature mortali e striscianti su quella terra che avrebbero potuto spezzare la mia pur breve vita con un solo morso, in una manciata di secondi.(2)
I ranger fanno la ronda intorno a noi, al nostro piccolo campo improvvisato, dove si servono carne secca e bibite. Ridono un po’ di me, accarezzando il fucile che imbracciano per difenderci dagli eventuali attacchi di qualche fiera troppo affamata che dovesse avvicinarsi dal folto della boscaglia, poco distante.
Mi sento a disagio; decido di scendere a terra, sfidando la fortuna.
L’auto è alta, un piede sulla ruota ed eccomi a terra.
L’emozione è forte.
I miei compagni sono poco più in là. Un ranger si avvicina: subito non lo riconosco, ma è Ian.
– Beh, allora? Non vieni?
Mi accompagna verso la jeep del festino in corso, ma, dopo un morso alla carne secca, un richiamo irresistibile mi fa uscire dal cerchio luminoso della torcia.
Un richiamo che conoscono benissimo anche i grilli, amici notturni.
Poco più in là, senza la forte luce artificiale, la notte si fa subito buia.
Il frinire è più forte e faccio qualche passo verso l’oscurità, per dimenticare di essere poco lontana dalla civiltà: voglio immergermi completamente in quel canto quasi ipnotico.
D’improvviso la testa si alza senza pensiero cosciente, attirata da una luce che illumina il paesaggio immobile, una luce che adesso illumina anche il mio viso, ma, soprattutto, la mia anima.
Una miriade di stelle brillanti si affacciano da quel cielo reso non più blu scuro dal loro chiarore, un manto di velluto scuro trapunto di luminosissimi diamanti che scintillano di luce propria.
E’ come immergersi in un mare di piccole luci che sembra possano essere facilmente catturate stendendo una mano.
– Sapevo che ti avrei trovata qui! Hai visto che spettacolo? Questa è una delle ragioni per le quali ho lasciato il Natal: le stelle sembrano più vicine viste da qui. Quella è la Via Lattea…
La voce di Ian mi illustra le meraviglie del cielo sotto l’Equatore: perché l’uomo ha sempre bisogno di dare un nome alle meraviglie del Creato?
La spiegazione per me perde presto il suo significato. La voce si affievolisce ed io mi ritrovo a girovagare in quel cielo così chiaro e punteggiato di luci, verso quella meravigliosa strada del cosmo sulla quale mi sembra già di stare camminando, accarezzando una stella più luminosa delle altre. Ed ora eccole, mi vengono tutte incontro…
I grilli.
Torno sulla terra rossa che mi ha tenuta ancorata qui.
Ian se ne è andato, è molto sensibile e credo si sia scoraggiato per il fatto che mi fossi immersa nella meraviglia senza di lui.
– Forza, andiamo! Si torna al campo!
Le auto si rimettono in moto coprendo per un momento il canto dei grilli, i rangers appoggiano i fucili sugli scalmi dei cruscotti mentre tutti noi risaliamo ai nostri posti sulle jeep.
Ho dimenticato i serpenti, i leoni e perfino i grilli: sono stata rapita da una incredibile sensazione di appartenenza e, nello stesso tempo, di distacco e inadeguatezza alla grandezza dell’universo.
Prima di salire raccolgo la grande spina di una acacia da sotto il mio piede.
La mia impronta è durata un attimo sulla terra rossa mossa, stasera, dalle ruote dei nostri mezzi meccanici, domani dal passo veloce di un ghepardo o da quello pesante di un rinoceronte.
Ma l’impronta del cielo stellato africano nel mio cuore durerà per sempre, almeno per tutta la mia vita.
Viriamo.
La terra rossa si protende per un ultimo abbraccio facendo viaggiare verso l’alto i suoi mulinelli.

1) Recinto chiuso. Nei moderni lodge turistici in questo spazio e’ posizionato il ristorante.
2) In questa zona del Sud Africa esiste un tipo di serpente, il Mamba Nero, chiamato anche il serpente dei 5 passi: dopo che un uomo viene morso ha il tempo di 5 passi prima di morire.

Monica Barzaghi

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Un racconto nel cassetto – I° Edizione

Raccolta dei racconti brevi che partecipano alla prima edizione del concorso “Un racconto nel cassetto”.
In questo album e sul sito web della pagina sarà possibile votare i propri racconti preferiti fino a domenica 11 settembre.Vi ricordiamo che su Facebook è possibile votare solamente attraverso l’utilizzo del “like”, altre forme di apprezzamento non verranno calcolate nel conteggio finale dei voti.

Info e regolamento:

https://www.facebook.com/events/1273373222691050/

https://arcadialoscaffalesullalaguna.wordpress.com/2016/05/13/un-racconto-nel-cassetto-i-edizione/

 

Link diretto alle storie in concorso:

L’orma

La regina delle rose

La morte del re

Il lato nascosto

L’amore non si compra

Festa di compleanno

I 1000 e 1 giorni da senile

L’amante veneziano

 racconto9