Giornata mondiale della libertà di stampa e di informazione

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Il 3 maggio è stata istituita la GIORNATA MONDIALE DELLA LIBERTA’ DI STAMPA ED INFORMAZIONE, una ricorrenza fortemente voluta dall’ONU per porre l’attenzione sull’articolo 19  della Dichiarazione universale dei diritti umani.

Articolo 19

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione, e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e frontiera.

(Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, adottata dall’assemblea generale ONU, 10 Dicembre 1948)

Quello della libertà di stampa ed informazione è uno dei diritti più calpestati che lede non solo il popolo a cui viene privato della libertà di informarsi, ma soprattutto chi ha fatto dell’informazione il proprio lavoro e spesso paga con la vita la propria fedeltà alla verità troppo spesso ignorata.
La storia che noi ora studiamo non è fatta solo dai re e dai capi di stato che di secolo in secolo hanno deciso le sorti delle nazioni, ma è scritta anche dall’inchiostro e dal sangue di questi martiri della carta che per il loro servizio sono stati perseguitati, costretti alla fuga e, in alcuni casi, imprigionati e uccisi.
Ci piacerebbe poter scrivere i loro nomi, dedicare loro una targa in modo che tutti possano sapere a chi devono la libertà di pensare e leggere senza paura di ritorsioni; purtroppo la lista sarebbe lunghissima ed incompleta per le migliaia di voci che, lontane dai riflettori e gli obbiettivi, vengono zittite in luoghi di cui noi non conosciamo nemmeno il nome.

Noi non possiamo ignorare, chiudere gli occhi e fare finta che tutto ciò non abbia nulla a che vedere con noi e con il nostro presente. Anche oggi, anche ora, vi sono tristi realtà dove dittatori e tiranni impongono la loro personale verità e tolgono di mezzo chiunque la pensi in modo diverso.
Noi non possiamo accomodarci sulle nostre poltrone e fingere che tutto ciò non esista o pensare semplicemente che sia un problema che non ci riguarda.
Un popolo che non veglia e smette di difendere i propri diritti è un popolo che sta già porgendo le mani e le coscienze ai ceppi del pensiero unico e dell’ignoranza.
Leggete, siate curiosi e se non potete avere tra le  mani un pezzo di giornale o un libro, allora scrivete! Non lasciate che il vostro pensiero si rattrappisca né che la vostra coscienza si addormenti.
Forse alcuni di voi ricorderanno il motto del Socing, la società distopica creata da Orwell nel romanzo “1984”, una civiltà dove tutte le libertà dell’individuo sono violate e il cui programma si può riassumere così: “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”; una realtà assurda e paradossale al punto da trasformare le cose nel loro esatto opposto e fare dell’ignoranza del popolo il motore stesso della storia.

*Jo

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“Lo strano viaggio di un oggetto smarrito”, conversazione con Salvatore Basile

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Tra pochi giorni uscirà in libreria il primo romanzo di Salvatore Basile “Lo strano viaggio di un oggetto smarrito”: la storia di un capostazione solitario che conduce la propria esistenza tra gli oggetti smarriti che rinviene sull’unico treno che passa dalla piccola stazione di Miniera di Mare.
La favola di un quaderno rosso, un cuore schivo ed uno folle e coraggioso deciso a non arrendersi al dolore; di un viaggio che si trasforma in un pellegrinaggio per fare pace con il proprio passato e le ferite mai risanate.

Per salutare questa nuova uscita, Jo ha intervistato l’autore Salvatore Basile che si è gentilmente offerto di rispondere ad alcune domande.

– Voglio cominciare ringraziandola ancora per il tempo che ci dedica e farle i complimenti per l’uscita ormai prossima del suo romanzo “Lo strano viaggio di un oggetto smarrito“. E’ la sua prima esperienza da romanziere o può vantare altri titoli nel suo curriculum?
Da più di venticinque anni scrivo sceneggiature, credo di averne realizzate una quarantina, ma questa è stata la mia prima esperienza da romanziere. Un’esperienza davvero sorprendente. E’ stato come esplorare territori sconosciuti. 13087696_10154763693153448_187278473045248464_n

Curiosando in internet, in attesa di avere tra le mani il romanzo che ho già iscritto tra quelli da leggere, ho letto che l’ispirazione le è venuta leggendo la storia di un polmone di acciaio rinvenuto alla stazione Centrale di Milano e mai rivendicato. Potrebbe brevemente raccontarci cosa è successo e come questo fatto di cronaca così grottesco l’ha ispirata nello scrivere il suo romanzo?
La notizia del ritrovamento del polmone d’acciaio è vera e risale a qualche anno fa. Mi ha subito incuriosito, poi mi ha affascinato. Ho iniziato a curiosare nel fantastico mondo degli oggetti smarriti: volevo farne un film. Poi tutto è finito nel cassetto, fino a quando quel mondo mi è tornato alla mente all’improvviso. Sentivo l’esigenza di misurarmi nel campo del romanzo e l’ho afferrata al volo. Poi è nato Michele. Poi Elena. Infine la storia, che sono riuscito a terminare in 9 mesi. Come un parto.

La prima volta che ho letto di questo romanzo è stata sfogliando la rivista “Il libraio” che aveva nascosto tra le pagine un piccolo inserto con le prime righe della sua storia. Una storia di oggetti smarriti non solo di plastica o carta, ma anche di cuore e spirito perché, forse, il primo oggetto smarrito di questa favola è proprio Michele così come, allargando un po’ gli orizzonti, lo siamo anche noi. Dico bene?
Direi che hai centrato in pieno.

Può gentilmente spiegarci in che senso siamo “oggetti smarriti”? Per Michele il momento dell’abbandono è lampante, ma forse guardando la nostra storia personale scoprire quel momento non è poi così facile come sembra.
Si smarriscono, nel tempo e col tempo, non solo gli oggetti, ma anche i ricordi, i profumi, i sapori, i luoghi dell’infanzia, le parole ascoltate nel corso della vita, la persone che abbiamo amato e frequentato. E tutto ciò ci rende, a nostra volta, smarriti.

Parliamo ora del rapporto che c’è tra Michele e Elena (i due protagonisti del romanzo n.d.r): una danza tra un cuore schivo ed uno ferito ma caparbio e deciso a non arrendersi al dolore. Due oggetti smarriti che cercano di tornare a casa, perché alla fine lo smarrimento non è perdere il proprio proprietario, ma non saper più trovare la strada di casa. Ci può descrivere brevemente il rapporto tra questi due personaggi?
Sono due persone che hanno incontrato e provato il dolore, nel corso della vita. Il dolore vero, profondo e buio. Entrambi hanno subito un abbandono, seppur in modalità diverse. Michele si è fatto schiacciare da quel dolore, si è arreso. Elena, invece, vi si è immersa fino in fondo, ha trovato il modo affrontarlo, di cavalcarlo e di farne un motivo di rinascita. E sarà proprio questo che insegnerà a Michele: a fare in modo che il dolore non sia la causa della resa, anzi qualcosa da affrontare e riconoscere per ricominciare a vivere.

Parliamo della storia che ha portato il romanzo dall’essere un racconto nel cassetto al diventare un romanzo da scaffale, se mi concede questa licenza poetica. Un caso editoriale internazionale prima di essere pubblicato in Italia, una sorta, se mi viene permesso il paragone, di Pedro C. Freitas nostrano che va ad arricchire le fila e il catalogo della Garzanti. Può raccontarci il segreto di questo successo che ha preceduto di ben un anno l’uscita del suo romanzo?
E’ difficile spiegarlo, soprattutto per me che ne sono l’autore. Le lettere ricevute dalla Garzanti e dagli editori stranieri che mi pubblicheranno contenevano apprezzamenti che non mi sarei mai aspettato. Forse, il motivo di tutto ciò è la speranza che lascia intravedere. L’invito a lasciarsi andare all’imprevisto, ad affrontare la vita con fiducia.

La sua è senza dubbio una storia universale. Come ha detto lei poco fa: ognuno di noi è o ha degli oggetti smarriti e forse questo romanzo è proprio quello che serve a chi ha dei conti in sospeso con il passato e non riesce a chiuderli.
Le faccio ora una domanda sul panorama letterario italiano.
Basta aprire un qualsiasi social network per trovarsi davanti a scrittori esordienti che affidano le loro opere al self publishing. Il nostro sito ha trattato l’argomento, ma ci piacerebbe anche sapere l’opinione di un romanziere esordiente e autore con un’esperienza più che ventennale.
I tempi stanno cambiando, anzi sono già cambiati. Il web è una vetrina preziosa, capiente e, soprattutto, libera. Trovo giusto che chiunque abbia qualcosa da dire approfitti della rete per esporre le proprie idee e la propria arte. Ciò vale sia per la letteratura che per il cinema. Ma anche per la musica, la danza, la pittura. Riuscire a farsi notare e poi pubblicare o produrre è sempre stato difficile, soprattutto se non si hanno i mezzi per arrivare a chi ha potere decisionale in questi ambiti. Quindi, ben venga il self publishing: è un modo coraggioso di mettersi in gioco. Anche perché, alla fine, è sempre la qualità ad essere premiata grazie al giudizio del pubblico e/o dei lettori.

Certo, il self publishing rappresenta per molti un’occasione non da poco per dimostrare di che stoffa sia fatta la loro arte, tuttavia il rischio di questo tipo di pubblicazioni è che il potenziale capolavoro finisce inevitabilmente accanto alla storiella sciatta e priva di spessore, pubblicata più per capriccio che per reale amore della letteratura.
Come ha detto lei stesso, l’ostacolo più grande è rappresentato dai colossi editoriali che hanno ben poca considerazione per gli esordienti. Che consiglio darebbe ad uno scrittore emergente?
Intanto scrivere e non arrendersi. Poi, trovare una buona agenzia letteraria a cui affidare il proprio lavoro. Credo sia la strada più giusta e meno complicata.

– Grazie anche per questo consiglio. La nostra intervista si può considerare conclusa, ha un ultimo messaggio o una citazione che vorrebbe condividere con noi?
Mi piace concludere con un antico detto Inca che amo e che potrebbe racchiudere il cuore del mio romanzo: “Se un passero dalle ali spezzate riesce a prendere il volo, nessun condor avrà ali tanto robuste da poterlo raggiungere.”

– Molto bella davvero! Io la ringrazio ancora per il tempo che ci ha dedicato e le auguro tanta fortuna con questo suo romanzo d’esordio che spero sia il primo di una lunga serie.
Sono io a ringraziare te!

Come ultimo regalo, il nostro ospite ci ha fatto dono di un piccolo estratto dal suo romanzo “Lo strano viaggio di un oggetto smarrito“.

“Aprì l’ultimo sportello del vagone di coda e trattenne il fiato.
La prospettiva delle nove carrozze che si susseguivano in linea retta, una dopo l’altra, si spianò davanti al suo sguardo. Mosse il primo passo di quella lenta traversata serale che lo avrebbe condotto fino alla locomotiva di testa e inspirò con forza.
L’odore di ferro misto a quello di similpelle dei sedili gli invase le narici. Amava quell’odore come poche altre cose. Un odore sempre uguale e comunque ogni sera diverso. Al ferro e alla similpelle del vecchio treno, infatti, si mescolavano gli afrori del sudore e degli abiti dei passeggeri che si erano alternati all’interno dei vagoni durante il giorno; i sentori del cibo consumato durante il viaggio; il fumo delle sigarette aspirate furtivamente davanti ai finestrini aperti lungo i corridoi; le note persistenti dei medicinali, del caffè nei thermos.
Poi c’era il silenzio. E quel silenzio lo rassicurava. Nessuna voce, nessun volto. Né gli odori né gli avanzi di cibo, nulla di tutto ciò tratteneva in quei vagoni le persone che avevano occupato il treno. In quel silenzio rimaneva solo il riverbero delle loro vite misteriose. Nessuno l’avrebbe visto aggirarsi tra le carrozze, nessuno gli avrebbe rivolto domande, nessuno l’avrebbe messo in imbarazzo costringendolo a spiegare i perché della sua vita solitaria.
Michele cominciò a controllare che tutto fosse in ordine, tirò su i vetri dei finestrini rimasti aperti, ripulì i vagoni dai rifiuti, lucidò le maniglie cromate.
Quando raggiunse la locomotiva di testa, vi entrò. Raccolse alcune carte dal pavimento, un paio di bicchieri di plastica che odoravano di vino, un cartoccio unto che profumava ancora di cibo da rosticceria.
Poi si voltò verso la coda del treno e cominciò il suo viaggio di ritorno verso l’ultimo vagone. Passare in rassegna i posti a sedere era la parte finale del suo lavoro, quella che amava di più. I sedili morbidi conservavano impresse le sagome dei passeggeri. Immerso nella sua solitudine poteva esaminarli, con calma.
Giunto al terzo vagone, sul lato sinistro, al posto 24, vide qualcosa. Si avvicinò, con una leggera emozione, come accadeva sempre in questi casi.
Era una piccola bambola, grande quanto una mano, di gomma spessa leggermente consumata, il volto paffuto su cui spiccavano due occhi blu, grandi come lune. Indossava un vestito di cotone grezzo, il fondo verde punteggiato di fiori bianchi e gialli: margherite e girasoli.
Michele la prese tra le mani e sorrise.
«Bentrovata», sussurrò alla bambola, e la infilò nella tasca della giacca.”

*Jo

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Storie da un penny

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La terza stagione di 3° stagione di “Penny Dreadful” è finalmente arrivata, con grande gioia dei fan che già da mesi scalpitavano per conoscere le sorti dei loro beniamini in continuo equilibrio tra il macabro e il grottesco. La serie tv è infatti incentrata su alcuni personaggi della letteratura ottocentesca inglese: una sorta di crossover in cui Dorian Gray, Mina Murray, e tanti altri personaggi del periodo vittoriano devono barcamenarsi in un mondo popolato da vampiri, spiriti, licantropi e streghe per risolvere i tanti e nebulosi misteri che avvolgono Londra.

Ma cosa sono realmente i Penny Dreadful? Forse molti fan della serie rimarranno sorpresi scoprendo che i loro protagonisti preferiti nascono da quelle che oggi vengono comunemente chiamate fanfiction: storie inventate che utilizzano protagonisti di romanzi di successo messi alla prova con situazioni nuove ed inedite rispetto a quelle presentate nei libri.

L’origine dei Penny Dreadful è inglese e risale alle ultime decadi del XIX secolo. Queste storie, stampate su una carta di pessima qualità e distribuite tra i giovani lettori della classe operaia, regalavano, al costo di un penny, un brivido al loro pubblico raccontando storie macabre, grottesche, gotiche e dalle tinte pulp. L’idea che sottostava ai penny Dreadful, che ebbero una discreta diffusione anche in America e in Italia, era più o meno la stessa dei romanzi a puntate che resero celebri autori come Dickens: gli scrittori, che non godevano certo della fama dei loro illustri colleghi passati alla storia, si potevano considerare dei predecessori degli sceneggiatori che oggi ci regalano serie come “Penny Dreadful”, “Il Trono di Spade” e tutte le altre saghe di cui divoriamo una stagione dopo l’altra. Ogni espediente era valido per tenere alto l’interesse del lettore: flashback, flash foward, suspance, colpi di scena e cliffhanger per tenere il pubblico incollato alle pagine di questo giornaletto che durava giusto il tempo di una pausa tra un turno e l’altro.

Vampiri, assassini, streghe, spiriti, prostitute e altri loschi personaggi cominciarono così a diffondersi nell’immaginario della giovane classe operaia londinese che divorava letteralmente queste storie da un penny scritte il più delle volte in modo sgrammaticato e fin troppo entusiasta.

Cosa ha quindi reso celebre quella che, paragonata al romanzo a puntate, risulta essere davvero una letteratura scadente? Sicuramente il prezzo, decisamente accessibile a chiunque, fece sì che questi volumetti (che non arrivavano nemmeno ad una ventina di pagine) si diffondessero a macchia d’olio tra la classe operaia e la piccola borghesia inglese. Bisogna inoltre considerare che per quanto piene di strafalcioni grammaticali, questa era la sola letteratura che le classi meno abbienti, e quindi le meno istruite, potevano permettersi e quindi anche i gusti dei lettori erano molto meno raffinati rispetto a quelli di un borghese altolocato abituato non solo ad un gergo completamente diverso, ma anche a trame diverse e più ricercate.

I temi trattati erano inoltre molto avvincenti e stuzzicavano parecchio la fantasia e l’immaginazione delle giovani menti i cui orizzonti erano ristretti al quartiere in cui vivevano e lavoravano. Queste fanfiction di bassa lega portavano su queste pagine da poco le avventure dei personaggi di Wilde e di tanti altri e, soprattutto, regalavano ai lettori descrizioni di luoghi lontani, esotici e misteriosi dove il grottesco e il gotico si mescolavano dando vita a trame dove gli spargimenti di sangue, le rivoluzioni, i delitti più efferati e storie di streghe e fantasmi erano all’ordine del giorno. Ad esagerare le tinte pulp di queste storie concorrevano poi gli illustratori che esageravano i personaggi ritratti deformandone i tratti o esagerando le scene più violente rendendole ancora più cruente.

Ma come reagì la società del compromesso vittoriano alla diffusione di questi testi che diffondevano tra il popolo idee rivoluzionarie, violente e decisamente contrarie alla morale imposta dalla bella società dell’ottocento inglese? Ovviamente i Penny Dreadful non erano ben visti dalla borghesia inglese né dalla classe politica che più di una volta tentò di smorzarne la diffusione fallendo miseramente. L’accusa più grave che pendeva sopra questi giornaletti era quella di deviare le coscienze della gioventù inglese facendo circolare storie dalla dubbia moralità e dai contenuti scandalosi ed eccessivamente violenti. La divulgazione di questi piccoli racconti del terrore sembrò infatti essere la causa di alcuni omicidi verificatisi a Londra nel 1895 e causò un aumento dei crimini minori come il taccheggio.

Tutto ciò non fu tuttavia sufficiente a fermare il dilagarsi dei Penny Dreadful, la cui eco non si è sicuramente fermata sulla soglia del XX secolo, ma l’ha scavalcata continuando a influenzare il nostro immaginario con personaggi come Sweeney Todd o i vampiri, che conobbero un discreto successo proprio grazie a queste piccole riviste.

*Jo

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Great (Wo)men #2: Nefertiti

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Ecco il secondo articolo dedidaco ai grandi uomini e donne della storia in collaborazione con il canale YouTube La Storica! Quest’oggi, come si può evincere dal titolo, si parlerà di Nefertiti, regina della XVIII dinastia egiziana.

Per prima cosa parleremo della rappresentazione più famosa che abbiamo della bellissima regina egizia: il busto di Nefertiti.
Il nome della regina significa “La bella è arrivata” e il Busto di Nefertiti, conservato al Neues Museum di Berlino, riesce a rappresentare perfettamente la bellezza pura ed enigmatica della regina. Con i suoi fini decori e dettagli precisissimi, ci dà una chiara idea  di come la regina potesse apparire ai suoi sudditi e agli illustri ospiti della sua corte.
La prima particolarità che possiamo notare di questa scultura, è che si tratta di un pezzo a sé stante: non vi sono tracce di punti di giunzione che possano farci pensare fosse in realtà destinato a una statua a figura intera, come invece accedeva per la maggior parte dei volti dei regnanti costruiti a parte e destinati ad essere successivamente uniti al resto del corpo.
Il secondo dettaglio piuttosto importante è l’occhio bianco di Nefertiti: lo scultore, infatti, ha lasciato l’occhio sinistro della regina vuoto.
Vi sono due interpretazioni decisamente contrastanti a riguardo: la prima è che la statua sia semplicemente incompiuta e che quindi il suo autore non abbia avuto il tempo di incastonare il secondo occhio; la seconda è che lo scultore, come vendetta per un torto subito dalla regina, lo abba appositamente lasciato bianco e vuoto, quasi spento, in netto contrasto con l’occhio vigile del dio Horus, il dio Falco.

Nefertiti fu una donna molto forte e riuscì a influenzare, non solo con la sua bellezza ma anche con la sue mente brillante, la cultura del suo tempo.
Insieme a suo marito Akhenaton, tentò di riformare la religione egizia incentrandola sul culto del dio Aton, il dio sole, considerato l’unica divinità ad avere diritto ad essere onorata e rendendo, così, la religione egizia un prototipo delle religioni di tipo monoteista.
La sua devozione verso il dio era così alta che ella cambiò addirittura il proprio nome da “Nertiti” a “Neferneruaton-Nefertiti”, che significa letteralmente “belle sono le bellezze di Aton, la bella è arrivata”.

Uno dei due misteri più grandi che circondano la figura di Nefertiti è che ella scomparve completamente da tutti gli scritti dopo 12 anni di regno.
Alcuni sostengono ciò accadde perchè ella morì; altri, invece, sostengono che fu perchè venne elevata al rango di co-regnante, cominciò a vestirsi da uomo e, in seguitò, guidò l’Egitto sotto il falso nome di “Faraone Smenkhkare” dopo la morte di Akhenaton.
130112814-e52cee34-217d-416b-930f-1937822fb8c2.jpgIl secodo mistero si collega un po’ a quello della sua scomparsa: la tomba della regna Nefertiti non fu mai ritrovata.
Nel 2015, tuttavia, mentre alcuni archeologi ispezionavano la tomba di Tutankhamon, notarono alcune tracce su uno dei muri indicanti una porta segreta che conduceva a due nuove stanze mai esplorate. Gli archeologi non ci misero molto a supporre che si trattasse proprio delle stanze in cui è  sepolta la bella Nefertiti.

Nonostante tutte queste teorie e leggende che circondano la bella regina, la sola cosa di cui siamo certi e che non abbiamo timore di affermare e ribadire, è che probabilmente Nefertiti fu una delle più potenti ed influenti donne ad aver mai regnato su un territorio vasto come l’Egitto.

*Volpe