Show, don’t tell – Come coinvolgere con le parole.

c670e22bd54b29b24153a79d93e8ac48Scriveva Anton Cechov:

“Non dirmi ‘la luna splende’, ma mostrami il luccicare della luce sopra i vetri infranti.”

L’espressione inglese “Show, don’t tell” significa letteralmente “Mostra, non dire“, ma esattamente cosa significa per uno scrittore mostrare e cosa dire?
Mostrare significa fornire al lettore dei concetti: dialoghi, situazioni, descrizioni che siano per lui come delle istantanee e stimolino tutti e cinque i suoi sensi, anche quelli che normalmente non vengono impegnati nel corso della lettura.
Al contrario, dire significa riportare al proprio pubblico un fatto senza sprecare ulteriori parole nel descriverlo né tentare di stimolare l’attenzione dei lettori. Ecco due esempi:

“Il giardino era grande e pieno di fiori.”

“Aprendo il cancelletto si accedeva ad un ampio giardino: un fazzoletto di terra in cui, ordinati e attenti come soldati in alta uniforme, crescevano fiori di tutti i tipi e dai colori più disparati. Un autentico caleidoscopio di petali e profumi che pareva aprire una finestra su un luogo del tempo in cui non esistevano né il cemento né l’inquinamento.

Nel primo caso, veniamo a conoscenza dell’esistenza di un giardino piuttosto grande in cui crescono fiori che potrebbero essere rose, iris o semplici margherite. Un dato formale che sembra uscito dalle labbra di un agente immobiliare deciso a venderci la casa a cui l giardino appartiene.
La seconda descrizione è sensualmente stimolante e la partecipazione emotiva e nettamente superiore.
Il lettore vede i fiori ordinati come soldati e avverte il caleidoscopio di profumi da cui il protagonista è circondato, l’immedesimazione con il soggetto è completa e chi legge percepisce gli elementi del giardino come se fosse lì.

Il detto è noioso: non coinvolge e non diverte il lettore. Se una riga di descrizione “detta” vi sembra soporifera, immaginate come deve essere leggere 500 pagine di resoconto.
Mostrare una situazione, invece, coinvolge il lettore e lo fa sentire parte attiva della storia. Il mostrato rimane impresso perché regala, come abbiamo già detto, delle immagini chiare, quasi fotografiche, di quanto sta accadendo e permettono al lettore di farsi una sua idea attingendo al proprio repertorio di immagini e alle proprie conoscenze. Il giardino di cui ha letto non sarà più soltanto un anonimo fazzoletto di terra sperduto chissà dove, ma diventerà il parco visitato l’estate prima in vacanza o il giardinetto in cui ha trascorso la propria infanzia a giocare.

Facciamo un ulteriore passo avanti nella definizione di “detto” e “mostrato”. Queste due azioni sono fondamentali nel momento in cui lo scrittore è costretto, all’interno di una descrizione, a costruire una gerarchia: una sorta di occhio di bue che focalizzi l’attenzione lì dove lo scrittore la vuole.

“Uscì in fretta e percorse rapidamente il sentiero che dalla villa scendeva e raggiungeva il parco.
Varcato un piccolo cancello si ritrovò immediatamente in un labirinto di siepi e aiuole tra cui, come custodi di marmo e pietra, si nascondevano statue di animali, putti e bambini intenti a giocare con rami di edera o con lo spruzzo irregolare di una fontana…”

Per chi scrive è evidente dove debba cadere l’attenzione del lettore.
Un sentiero separa una villa (di cui si suppone si sia parlato fino a qualche riga sopra) dal parco: non sappiamo quanto sia lungo questo sentiero né se sia in terra battuta o sia ricoperto da ciottoli o lastricato.
Ma ecco che, repentinamente, la scena cambia e basta una riga per perdersi insieme al protagonista tra le siepi di questo giardino in cui, si suppone, si svolgerà presto una scena rilevante per la trama.

Detto e mostrato non sono quindi in antitesi, ma devono essere usate diligentemente dallo scrittore per creare un testo equilibrato e, cosa più importante, che coinvolga ed intrattenga il lettore.

*Jo

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Attenti a quei due! Gary e Mary Sue: identikit di due (non) personaggi.

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Il primo, grande scoglio di uno scrittore che si appresta a iniziare la sua storia è la scelta dei personaggi e la loro caratterizzazione.
Più giovani si è più si tenderà a riversare nei protagonisti una propria versione che, a seconda dell’ambientazione, può vestire i panni del cavaliere piuttosto che dell’infermiera in trincea. Fortunatamente, questa tendenza edonistica sparisce con gli anni e i nostri alter ego vengono sostituiti da personaggi con una caratterizzazione migliore e più coerente con la loro storia. O almeno così dovrebbe essere.
Vi è mai capitato di avere tra le mani una storia in cui la protagonista femminile sembra Gabriella Montez del film “High School Musical” e il protagonista maschile un Troy Bolton di bassa categoria? Se la risposta è sì vi siete imbattuti nella temuta coppia Gary Stue e Mary Sue: conosciamo meglio questi due famigerati personaggi.

Per prima cosa, bisogna dire che le Mary Sue superano di gran lunga i Gary Stue. Questo personaggio, inizialmente concepito come una parodia dell’eroina perfetta, la somma di tutti i cliché letterari, spopola tra le ragazzine e, soprattutto per quanto riguarda le fanfiction, è divenuta ormai la protagonista per eccellenza di un genere in cui giovani teenager hanno storie amorose con personaggi famosi del cinema, della televisione o della musica o, casi più rari ma comunque presenti, con i protagonisti di opere già famose (siano esse romanzi, anime, manga, fumetti o film).
Quali sono le caratteristiche della Mary Sue (e della sua variante maschile Gary Stue)?
Come abbiamo già detto, il più delle volte non sono dei veri e propri personaggi, ma hanno più l’aspetto di un avatar letterario le cui caratteristiche sono estremizzate e in cui si concentrano i sogni, le paure, i desideri e le frustrazioni del suo creatore.
Visibilmente il personaggio Mary Sue (Gary Stue) risponde ad una descrizione precisa: è bello, sexy ed ha un fascino a cui non si può resistere che manda in deliquio uomini e donne di qualsiasi età.
Sono, in parole spicce, semplicemente perfetti.11261503_457965111028511_1257645561_n
Solitamente, se si tratta di una Mary Sue, verrà descritta come “magra, quasi anoressica” (il modello pin-up non piace più, si sa, ma che scheletro fosse sinonimo di bello mi è nuovo), fisico perfetto (anche se è magra avrà curve da far invidia a Belen Rodríguez), capelli bellissimi, fluenti, biondi, mori o tinti di un qualche colore psichedelico. Come a bilanciare la storia, il ragazzo sarà descritto come “atletico e muscoloso”, bello e impossibile, con gli occhi neri e quella bocca da baciare… .
Nella storia di cui è protagonista, questa tipologia di personaggio rappresenta il centro di gravità permanente: due personaggi parlano di qualcosa? Sicuramente parleranno di Mary Sue o di Gary Stue (a seconda di chi sia il fortunato prescelto di turno).
Una farfalla sbatte le ali in Giappone? Sicuramente questo evento verrà percepito dal protagonista Sue/Stue e avrà per lui conseguenze nefaste.
Uno dei personaggi è malato di cancro e ha urgente bisogno di un trapianto di midollo? Sicuramente Sue/Stue risulteranno compatibili e salveranno la situazione anche se non hanno legami con il malato, fumano o hanno dei tatuaggi.
La lista potrebbe continuare all’infinito, ma questi pochi esempi bastano per rendere evidente il fatto che qualunque cosa accada o qualunque sfida i personaggi si trovino ad affrontare, il personaggio Sue/Stue sarà lì pronto a risolvere la situazione sfoderando conoscenze e poteri di cui non era a conoscenza fino ad un attimo prima e di cui, puntualmente, si scorderà o a cui non si accennerà più una volta conclusa l’azione.
Ovviamente anche i personaggi Mary Sue/Gary Stue hanno le loro tipologie, ma in genere smascherarli è abbastanza facile.
Innanzitutto il background del personaggio è sempre tragico, costellato da lutti, malattie, traumi e violenze di vario genere; un passato oscuro e drammatico che il protagonista nasconde agli occhi del mondo, ma che verrà prontamente svelato dal vero amore della sua vita.
Proprio i suoi trascorsi travagliati plasmano il personaggio Sue/Stue trasformandolo in un angelo bello e misterioso, sensibile, altruista nel cui sguardo si può sempre leggere una nota di tristezza e un dolore di cui non si può parlare. Solitamente, come se questo personaggio non calamitasse su di sé abbastanza drammi, il sostentamento della famiglia grava tutto, o quasi, sulle sue spalle e quindi, già giovanissimo, studia e lavora (un lavoro prestigioso, vuoi mica mettere un angioletto a pulire i cessi sulla A14?).
Diversamente, i torti subiti potrebbero portare alla nascita di un personaggio ribelle simile ai protagonisti degli Young Adults: un guerriero (o guerriera) in erba che, senza alcun pretesto, ingaggia la sua crociata personale contro il sistema e, puntualmente, ne esce vittorioso e sentimentalmente sistemato (con qualche lutto sulla coscienza giusto per rendere la cosa più tragica e il suo già travagliato passato ancora più cupo).
Il modello trasgressivo è quello più quotato e presente soprattutto nelle fanfiction che spopolano su siti come EFP: si tratta di personaggi asociali, apatici, cinici, a cui spetta sempre l’ultima parola su tutto. Perfetti anche se la loro vita è un fiasco completo. Che stiano discutendo con un professore di Harvard, con un sacerdote, con il postino o con un amico, loro avranno sempre ragione e riusciranno a far cambiare idea al loro interlocutore.
L’ultimo modello è simile a quello angelico di cui si è già scritto: un personaggio che ne ha passate di cotte di crude, ma che riesce comunque a sorridere e a tirare su di morale gli altri e, alla fine, trasformerà il bel tenebroso che ha accanto in un ottimista.
Sentimentalmente le cose non cambiano gran che per il nostro protagonista idealizzato: considerato il suo sex appeal, il personaggio Mary Sue/Gary Stue fa cadere ai suoi piedi chiunque si imbatta in lui causando lo sfasciamento di intere famiglie o la distruzione di amicizie decennali. Dal punto di vista amoroso questi personaggi sono delle autentiche sanguisughe.
Pensate che Elena, femme fatale per eccellenza del mondo classico, l’abbia combinata grossa abbandonando suo marito e scatenando una guerra decennale? Bene, i personaggi Sue/Stue si nutrono come un afide dei conflitti che la loro presenza causa all’interno di nuclei familiari o gruppi di amici. Se poi dalla trama emerge il famoso triangolo, allora il nostro personaggio gongola ancora di più e la trama che si profila e più o meno quella di “Twilight“: un personaggio piuttosto insulso che gioca con i sentimenti di due o più contendenti pronti a tutto per avere il suo amore.

Come evitare i personaggi Mary Sue e Gary Stue?
Il vero ed unico limite di questi personaggi è la loro inconsistenza: sono personaggi che non palpitano, non trasudano quel realismo che permette al pubblico di affezionarsi e di parteggiare per un personaggio piuttosto che per un altro.
Nella stesura di un racconto è più che naturale prendere spunto dalla realtà che ci circonda e dalle persone che incontriamo quotidianamente per strada, sul luogo di lavoro o tra le aule; tuttavia l’ispirazione non deve diventare alienazione: il pretesto per creare una realtà alternativa in cui il nostro alter ego è il centro di gravità non solo della propria cerchia di conoscenze, ma del mondo intero.
Un personaggio, che sia il protagonista o un secondario, appassiona quando è vero, quando i suoi pregi creano dei chiaroscuri con i suoi difetti.
Per testare il grado di Sue/Stue del vostro personaggio, vi consiglio questo test che vi aiuterà a calibrare meglio il vostro personaggio.
AVVERTENZA! Il test è un po’ approssimativo quindi vi invitiamo a prendere con le pinze il responso: se il vostro personaggio è un soldato è scontato che sappia combattere e maneggiare armi (abilità che solitamente contraddistinguono i personaggi Sue/Stue anche quando sono degli adolescenti appena usciti dalle scuole medie), quindi se il punteggio finale dovesse risultare troppo alto, vi invitiamo a togliere qualche punto dalla somma finale.

*Jo

Il libro di Belle

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La Bella e la Bestia“, classico Disney del ’91, è un cortometraggio animato che è entrano nella storia del cinema e nei cuori di una generazione.
Per la prima volta, la Disney puntò su una protagonista femminile che segnava un punto di svolta e una nuova concezione di principessa ed eroina.
Belle, infatti, è tutto tranne la tipica “donzella in difficoltà” (gli amanti della Disney capiranno la citazione): è emancipata, colta, curiosa, coraggiosa e, caratteristica che la rende una tra le protagoniste Disney più amate, lettrice accanita (bisognerà aspettare Jane Porter in “Tarzan” per imbattersi in un’altra topolina di biblioteca).
Proprio un libro, che oltretutto compare solo nei primi minuti del film, racchiude uno dei più grandi misteri del film, un mistero che continua a dividere i fan Disney e che sembra destinato a rimanere irrisolto.

Durante la canzone iniziale Belle si reca dal suo amico libraio per restituire un libro e gli chiede di poter prendere nuovamente in prestito un libro che parla di:

“Posti esotici, intrepidi duelli, incantesimi, un principe misterioso!”

“Far off places, daring sword fights, magic spells, a prince in disguise!” (= Posti lontani, intrepidi duelli, incantesimi, un principe travestito!”

Questa breve descrizione lascia supporre che Belle stia leggendo la sua storia, così come tramandata dalla tradizione europea e che, tra 1700 e 1800, venne riscritta in numerose versioni ricche di dettagli che cambiavano da un autore all’altro.
Nella favola francese Belle è figlia di un mercante che viaggia per il mondo portando alle sue figlie doni meravigliosi finché, per colpa di una tempesta, fa naufragio vicino ad un’isola su cui si erge un bellissimo castello circondato da un giardino ancora più bello.
Non trovando guardie, l’uomo si avventura tre le siepi di questo giardino finché non trova una bellissima rosa rossa che decide di cogliere per sua figlia Belle. Il gesto scatena però l’ira della Bestia che lascia andare il mercante con la promessa di far venire al suo posto la figlioletta.
Da questo punto in poi la storia procede più o meno come ci è stata raccontata dalla Disney: Belle deve rientrare per assistere il padre malato dove viene trattenuta dalle sue sorelle invidiose e questo ritardo fa morire la Bestia di dolore. Solo al suo ritorno Belle scoprirà, una volta dichiarati i propri sentimenti alla Bestia morente, che il mostro è in realtà un principe rimasto vittima di un incantesimo.

L’ipotesi che Belle stia effettivamente leggendo la sua storia sembra essere sempre più accreditata, ma qualche minuto più tardi la giovane, immersa nella lettura, ci svela qualche altro particolare.

“Lei si sta innamorando e tra poco scoprirà che lui è il suo re.”

“She meets prince charming early on, but won’t discover that it’s him till chapter three!” (= lei ha incontrato il principe azzurro, ma non saprà chi sia realmente fino al capitolo tre)

Anche in questo caso i fan sostengono che la storia d’amore in erba sia quella tra la Bella e la Bestia, ma un’altra  ipotesi si è fatta largo proprio in virtù di questa frase che, in lingua originale, suona in modo completamente diverso dalla versione italiana.
Le avventure di Belle sono ambientate nella Francia del 1700 (si suppone nella prima metà del secolo vista la presenza della nobiltà e di un re), lo stesso paese in cui, un secolo prima, Charles Perrault trascriveva la sua versione de “La Bella addormentata nel bosco“(“La Belle au bois dormant“) che narra la vicenda di un’altra principessa, la cui storia è stata resa famosa dall’omonimo classico Disney, costretta a vivere lontana dalla corte senza sapere delle sue origini reali e che, un giorno, incontra un giovane di cui si innamora senza sapere che egli è in realtà un principe.
Per quanto i natali de “La Bella addormentata nel bosco” siano francesi, non è da escludere che l’ambientazione, come spesso accade nelle favole, non faccia riferimento ad alcun luogo reale, ma sia piuttosto “un regno lontano”.
Guardando inoltre l’immagine che Belle mostra alle pecore presso la fontana, vediamo illustrato quello che sembra essere il primo incontro tra due giovani umani, cosa che non sarebbe possibile se la storia in questione fosse appunto “La Bella e la Bestia” perché la trasformazione del principe avviene solamente alla fine del racconto, mentre qui viene inquadrato un capitolo centrale.
Sotto si vede poi una didascalia in cui compaiono alcune parole, appena visibili, in francese (tutte le scritte che compaiono nel lungometraggio e che non hanno alcuna rilevanza per la trama sono, per coerenza al contesto, in lingua francese): parole, appena leggibili, a cui si aggiunge un grafema indecifrabile ma che, nel contesto, potrebbe essere “au“all’interno del titolo “La Belle au bois dormant“, altri hanno ipotizzato che la didascalia sia “Le Prince charmant” un personaggio a cui non è mai stata dedicata nessuna favola e che compare ne “La Bella addormentata nel bosco” con il nome di Principe azzurro (Prince charmant in francese), differentemente dalla versione Disney dove viene chiamato Filippo.
Forse la didascalia non è il titolo della storia, ma solamente un capitolo in cui, appunto, avviene l’incontro tra i due giovani.

Forse non sapremo mai che libro i registi hanno voluto far leggere alla nostra beneamata Belle, con questo breve approfondimento si è cercato di dare una spiegazione al misterioso libro di Belle, ma, e questa è la grandezza delle storie, decidere a cosa credere spetta solo a voi.

*Jo

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La cripta delle (s)meraviglie

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Londra, si sa, è una città che non smette mai di stupire e che, di tanto in tanto, regala piacevoli soprese agli amanti del fantastico.
Fece scalpore, nel 2004, il ritrovamento di un cucciolo di drago che per anni aveva riposato sotto spirito nel garage di un ex custode del Museo di Storia Naturale londinese, ma se tale scoperta ci ha sbalordito, le meraviglie che troverete nella cripta di Lord Thomas Merrylin vi lasceranno senza dubbio con la bocca aperta dalla sorpresa o dall’orrore, questo lo deciderete voi.

La storia di Thomas Merrylin (1782 -1942), ricercatore e professore di biologia, scienza e di storia naturale esoterica, si intreccia con il mito e sembra l’ennesima trovata di un romanziere del calibro di Stevenson o Wilde.
Figlio di Edward Merrylin, il giovane Thomas crebbe nello stimolante ambiente dell’aristocrazia londinese e fin da giovane affiancò il padre nei numerosi viaggi che egli intraprendeva intorno al mondo per portare alla luce reperti di civiltà antiche e fossili vegetali ed animali di specie estinte da secoli. Erano proprio le bizzarrie che Lord Merrylin e figlio portavano a casa come trofei a spronare i due ricercatori a spingere sempre più in là le loro ricerche, sfidando non solo le leggi della scienza ma anche quelle della morale e della religione.
Alla morte di Lord Edward Merrylin, il figlio concluse in fretta i corsi all’università per poi ritirarsi e continuare gli studi e le ricerche iniziati dal padre.
Negli stessi anni, Oscar Wilde intratteneva i lettori con il romanzo “Il ritratto di Dorian Gray“: un racconto sulla bellezza e l’esoterismo che, sicuramente, gettò una cattiva luce sulla figura solitaria e schiva del giovane Merrylin più interessato ai fossili che ai ricevimenti.
4581352493_fa41037925_oAlla sua naturale riservatezza, che non era di certo ben vista dalla società vittoriana così attenta all’etichetta, si aggiungeva un particolare che ha dell’incredibile: Thomas Merrylin sembrava non invecchiare. Le testimonianze del tempo e le foto che lo ritraggono ci presentano un uomo che pur avendo superato l’ottantina d’anni, sembra dimostrarne la metà.
Poteva la cosa non destare voci e pettegolezzi? Ovviamente no e Lord Merrylin venne accusato dai contemporanei di praticare le arti oscure e di aver stretto un patto con il diavolo, proprio come Dorian Gray, per assicurarsi l’eterna giovinezza.
Fu proprio il diffondersi di queste voci a causare, nel 1899, il fallimento del tour che avrebbe portato in America alcuni dei reperti della collezione Merrylin: un viaggio fortemente voluto dai seguaci del professore, ansiosi di vedere alcune delle meraviglie di cui avevano sentito tanto parlare, ma che purtroppo si fermò molto prima di aver raggiunto la California per via delle accuse di blasfemia che investirono il lord inglese.
Il fallimento di questo tour fu la prova che il mondo non era pronto ad accogliere le rivoluzionarie scoperte di Merrylin che decise di ritirarsi e continuare indisturbato le proprie ricerche e a collezionare reperti da tutto il mondo. Nella biblioteca di famiglia continuò a classificare i resti di civiltà preumane e fossili di creature mitologiche, inoltre, da amante della scienza, teorizzò la possibilità di viaggiare nel tempo e nello spazio visitando universi paralleli e, prima ancora che la comunità scientifica si esprimesse al riguardo, teorizzò la meccanica dei quanti.
Di lui non si seppe più nulla fino al 1942, quando un giovane si presentò come Thomas Merrylin all’istituto Tunbridge Orphanage for boys donando agli orfani di guerra la casa di famiglia e quanto conteneva alla sola condizione di non aprire mai la porta dello scantinato e di non vendere la casa.
Le volontà del presunto Lord Merreylin rimasero ascoltate fino al 2006 quando fu decretato l’abbattimento della casa e vennero rotti i sigilli della misteriosa cantina.
Ciò che vi venne trovato era incredibile e raccapricciante allo stesso tempo.
Diari pieni di annotazioni, gli studi di una vita di ricerche e migliaia di reperti, più di 5000 tra specie vegetali e animali a cui si aggiungevano le numerose testimonianze di civiltà che non sembravano essere umane.

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“Memento Mori” custodito presso il Merrylin Museum

Scheletri completi di draghi, feti di licantropi e vampiri, strumenti per la caccia ai demoni, e ancora spiritelli, fate, mummie animali ed umane, specie che sembrano uscite da un romanzo fantasy o da un Penny Dreadful sono solo alcuni dei pezzi che compongono la bizzarra collezione di quello che oggi è diventato il Merrylin Museum. Purtroppo la collezione è chiusa al pubblico, ma sul sito ufficiale potrete vedere tutti pezzi raccolti e mettervi in contatto con l’associazione che ha in custodia la bizzarra collezione di Lord Merrylin.
E se quanto avete visto non vi è sembrato abbastanza raccapricciante, sempre sul sito potrete accedere alla Encyclopædia Obscura e approfondire la vostra conoscenza sull’oscuro mondo dei vampiri e dei licantropi.

*Jo

Per visualizzare la collezione completa, clicca sull’immagine in basso.
SOLO PER STOMACI FORTI!
Le immagini contenute nella gallery potrebbero urtare la vostra sensibilità.

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In poche parole

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Il racconto breve è una forma narrativa poco conosciuta e molto spesso bistrattata dagli scrittori in erba o da chi semplicemente desidera dilettarsi con le parole e la prosa.
Il più delle volte si finisce per cedere all’idea che il racconto breve sia una variante, più raffinata, della novella o delle storie che riempiono le antologie delle scuole o che vengono lette ai bambini prima di andare a letto.
Questa definizione, per quanto approssimativa e poco veritiera, ha un fondo di verità.
Dall’alba dei tempi si raccontano storie per radunare le persone, per catturare l’attenzione di un pubblico e trasmettergli le emozioni e le idee del narratore. In simili occasioni non vi era spazio per narrazioni lunghe, per cui si ricorreva a racconti brevi che avessero sia valore ludico che pedagogico.
Piccole storie in cui venivano presentati personaggi definiti con pochi essenziali tratti, coinvolti in episodi rocamboleschi che si concludevano con la vittoria dell’eroe e la sconfitta del malvagio.
Nei secoli, come la storia della letteratura ci racconta, le favole di Esopo e le leggende hanno ceduto il posto a nuovi protagonisti e a nuove forme di narrazione come la novella, famosissime sono quelle di Boccaccio raccolte nel “Decamerone”, per approdare infine, tra ‘800 e ‘900, al racconto breve.
Da Pirandello a Verga, da Buzzati a Calvino passando per autori stranieri come Poe, Wilde, Dickens ed Hugo; la lista di scrittori famosi, padri della letteratura europea ed internazionale, è lunghissima ma basta per riscattare il racconto breve spazzando via l’idea che si tratti di letteratura di categoria B.
Molti sono gli autori grati a questo genere che è un’autentica palestra in cui presentare non solo i propri personaggi, ma cimentarsi anche con tecniche narrative ed espedienti nuovi e azzardare nuovi trucchi.

La caratteristica principale del racconto breve è la brevità: per molti, soprattutto per chi come la sottoscritta ha seri problemi nella sintesi, questo può rappresentare uno svantaggio, ma in realtà i punti di forza superano lo scoglio di dover essere coincisi.
I romanzi di centinaia di pagine hanno trame lunghe ed articolate, personaggi ed episodi per articolati ma che, pagina dopo pagina, rischiano di perdere l’attenzione del lettore che accantona il romanzo per cui ci siamo prodigati così tanto.
Questo rischio viene scongiurato dal racconto breve che non solo si avvale di una trama più semplice, ma ruba al lettore poco tempo invogliandolo quindi a portare a termine la lettura.
La semplicità è un’altra caratteristica fondamentale della narrazione breve: in così poche pagine non c’è spazio per una trama lunga e ricca di colpi di scena, flashback e suspense. L’azione deve essere concentrata e le parole devono riuscire a trasmettere al lettore la stessa intensità narrativa che si percepisce leggendo un romanzo ben scritto.
I personaggi non hanno bisogno di una caratterizzazione particolareggiata e non vanno incontro a nessuna evoluzione nel corso della narrazione.
Ciò che veramente fa affezionare il lettore al proprio personaggio è la capacità dello scrittore di descriverlo con poche parole in grado di tratteggiare in modo accattivante il proprio eroe senza perdersi in lunghe descrizioni.
Cimentandosi in una narrazione breve, lo scrittore in erba, ma anche quello affermato, ha modo di cimentarsi con nuovi generi, provare trucchi nuovi ed azzardare espedienti narrativi mai tentati.
Diatribe_of_a_Mad_Housewife    Il racconto breve ci permette di trattare qualsiasi tema senza alcuna limitazione.
Un tram in ritardo può ispirarci esattamente quanto una partita a nascondino o il volo di un’ape in un bel campo di fiori.
L’ispirazione e la fantasia lavorano a briglia sciolta per produrre una prosa in cui la poesia supera la tecnica e diventa la vera protagonista.
Ciò che davvero conta, nella stesura di un racconto breve, non è la trama, ma la personalità che si dà allo scritto, quel quid che lo rende speciale ed inconfondibile anche tra mille altre storie.

Per scrivere un racconto breve occorre abbondare con la fantasia, non risparmiare la poesia e accantonare la geometria della narrativa.

*Jo

Un racconto nel cassetto I° EDIZIONE

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Per festeggiare i 200 fan della pagina Arcadia: lo scaffale sulla laguna, è stato indetto un concorso di scrittura che andrà avanti per tutta l’estate! Per partecipare bisognerà seguire alcune semplici regole.

PER PARTECIPARE
– Bisogna essere fan della pagina
– I componimenti possono essere inviati all’indirizzo e-mail arcadia.loscaffale@gmail.com

REGOLAMENTO
– I componimenti sono a tema libero.
– Ogni autore può partecipare con UN SOLO scritto.
– I componimenti in gara devono essere inviati all’indirizzo e-mail arcadia.loscaffale@gmail.com
Testi inviatici con modalità differenti SARANNO IMMEDIATAMENTE SQUALIFICATI.
– Volgarità, bestemmie, blasfemia, pornografia, contenuti che incitano l’odio, la violenza, il razzismo, la discriminazione e la pedofilia SARANNO IMMEDIATAMENTE SQUALIFICATI.
– Gli elaborati devono rispettare la seguente formattazione:
CARATTERE: arial
GRANDEZZA: 12
INTERLINEA: 1,5
– I componimenti, formattati come indicato, NON devono superare le 5 cartelle ( pagine).
– Gli autori acconsentono , partecipando al concorso, alla pubblicazione del loro scritto sulla pagina Facebook “Arcadia, lo scaffale sulla Laguna” e sull’omonimo sito web.
– Il termine ultimo, INDEROGABILE, per inviare il proprio elaborato è fissato per SABATO 3 SETTEMBRE 2016.

IL VINCITORE
– Ogni scritto verrà pubblicato in pagina e nel sito insieme alla foto ufficiale del concorso.
– Il vincitore verrà scelto in base ai “likes” che otterrà il proprio elaborato, in caso di pareggio vi sarà lo spareggio tra i finalisti.
– Il vincitore sarà proclamato DOMENICA 11 SETTEMBRE 2016.
– Il premio messo in palio è un quaderno, ma le spese di spedizione sono A CARICO DEL VINCITORE (eventualmente ci si può accordare per una consegna a mano).

COMPRARE LIKE O BARATTARLI SU GRUPPI DI SCAMBIO E’ SEVERAMENTE VIETATO.
Lo staff di Arcadia provvederà, durante le votazioni, ad assicurarsi che le condivisioni delle foto siano regolari e, in caso contrario, il componimento in questione SARA’ ELIMINATO e SQUALIFICATO.
La nostra pagina non è una vetrina né un talent scout in cui mettersi in mostra.
Chi partecipa deve aver voglia di mettersi in gara giocare e divertirsi in compagnia.

Lo staff di “Arcadia, lo scaffale sulla laguna”, resta a vostra disposizione per qualsiasi dubbio ed augura a tutti voi buona fortuna!

https://www.facebook.com/events/1273373222691050/

IL PRINCIPE LESTAT

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IL PRINCIPE LESTAT

Autore: Anne Rice
Casa editrice: Longanesi
Anno: 2014.

. : SINOSSI : .

C’è una Voce che solo loro possono sentire. Una Voce che non parla alle loro orecchie, né alla loro mente, ma direttamente al loro sangue. Una Voce di morte. Dolenti e magnifici, specchio oscuro delle nostre più ancestrali paure e del nostro eterno e inappagabile desiderio di immortalità, i vampiri sono tra noi. Vittime delle loro passioni, si muovono seduttivi e terribili nel mondo di oggi come in quello di ieri, scavalcando le ere e i confini geografici nello spazio di un giorno, pronti a scatenare le antiche e potenti forze della notte sul mondo ignaro, pronti a succhiare il sangue umano per vivere… Se può essere considerata vita la loro eterna dannazione. Ma ora qualcuno (qualcosa?) sta colpendo il mondo cristallizzato e terribile dei Non Morti. Da Parigi a Mumbai, da Hong Kong a Kyoto a San Francisco, una Voce misteriosa spinge i Bevitori di Sangue a combattersi tra loro, e sembra essere tornato il tempo dei Grandi Roghi. Anche il Principe Lestat la sente sussurrare e piangere nella propria mente… Che cosa vuole la Voce? Come potrà la tribù dei Non Morti sconfiggere questa forza immane che ha gettato tutti nel panico? Con la sua scrittura immaginifica, visionaria e sontuosa, Anne Rice torna al mondo affascinante dei vampiri, intrecciando le storie dei suoi personaggi più amati: il bellissimo Armand, Mekare e Maharet, Pandora e Flavius, e ancora David Talbot, generale superiore del Talamasca, mentre su tutti domina, pericoloso e ribelle, l’abbagliante principe Lestat, forse unica speranza di salvezza per i Non Morti…

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. : Il nostro giudizio : .

Non sono mai stata un’amante dei vampiri e del loro mondo e fondamentalmente ho sempre trovato raccapricciante e odiosa l’idea di creature costrette a bere sangue umano per vivere.
La curiosità per questi demoni mi è sorta quando mi è stata proposto di lavorare ad un romanzo dalle tonalità gotiche ed essendo io molto ignorante in materia ho deciso di rimediare con un romanzo della celebre scrittrice d’oltreoceano.
Il primo merito che devo sicuramente riconoscere a questo romanzo, e alla penna che lo ha scritto, è l’avermi stuzzicato l’interesse su questo mondo di sangue e tenebre, principi dannati e anime rosso sangue.
Il secondo ringraziamento va alla scrittrice e alla sua capacità di rendere, con poche ma ben selezionate parole, descrizioni letteralmente mozzafiato, similitudini che sono una vera poesia per gli occhi che non solo legge, ma vede le parole tratteggiare ciò che hanno appena descritto. Davvero bello.
Parliamo ora della trama e del romanzo “Il principe Lestat”.
Il volume rientra nella saga “Le cronache del Vampiro” (libro che oltretutto viene citato più volte e che compare in mano a diversi personaggi intenti a leggerlo) e, come scritto nella sinossi, racconta della minaccia di questa misteriosa Voce e delle misure prese da Lestat e i suoi compagni per farvi fronte e trovare una soluzione.
Di per sé il romanzo non sembrerebbe per nulla inserito all’interno di una saga, ogni personaggio presentato porta con sé una discreta biografia che lo riassume per chi, come me, è una “novizia” senza risultare pesante per chi già lo conosce.
La trama è inizialmente molto lenta, per molti capitoli vi è un gran viavai di nomi e luoghi, incontri nella notte e stragi di vampiro perpetrate qua e là in giro per il globo.
La narrazione è piacevole, con descrizioni bellissime, ma il ritmo è decisamente lento e i personaggi restano piuttosto anonimi a differenza di Lestat che viene ben caratterizzato per consacrare la sua nomea di “principino viziato”.
La trama procede più o meno senza eventi particolarmente eclatanti e pochi colpi di scena (solo uno è in realtà riuscito a lasciarmi a bocca aperta) e accelera, divenendo veramente coinvolgente, solamente negli ultimi capitoli del libro, lasciando un po’ insoddisfatto il lettore che, ormai nel pieno del coinvolgimento, vorrebbe sapere di più.

Il voto che mi sento di dargli è 8/10, il vero neo è stato il ritmo che non mi ha avvinto fino a quando non sono giunta a quella che si potrebbe considerare la resa dei conti finale.
*Jo

“LIEBESTRAUME – SOGNO D’AMORE”, CONVERSAZIONE CON DANIELA IANNONE

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E’ stato da poco pubblicato il terzo romanzo di Daniela Iannone “Liebestraume – Sogno d’amore”: un racconto che narra della malvagità e dell’avidità di un uomo crudele e della commovente storia d’amore senza tempo tra contessina Miranda Varriale e il giovane Laerte.
Passato e presente sono intrecciati, un incubo si trasforma in un sogno d’amore che, nelle dolci note melodiche e romantiche di “Liebestraume” suonato al pianoforte, ci riporta nell’Ottocento anche se sarà necessario aspettare oltre centocinquanta anni perché il sogno si realizzi.

Per salutare questa nuova uscita, Volpe ha intervistato l’autrice Daniela Iannone che ha gentilmente risposto a tutte le nostre domande.

-Per prima cosa, vorrei ringraziarla per il tempo che ci ha concesso e vorrei conglaturarmi per la pubblicazione di “Liebestraume”, il suo terzo romanzo. Una prima curiosità a riguardo: come mai, dopo due avvincenti gialli, ha deciso di dedicarsi alla scrittura di un romanzo fantasy?
Domanda molto interessante. Ci pensavo anche stamattina.
L’ho fatto per mia madre che un giorno mi ha rimproverato dicendo: “scrivi solo di omicidi, perché non racconti anche una bella storia d’amore?”.
Così ha provato con le prime idee, ma andando avanti con la scrittura è stato inevitabile inserire un paio di morti qua e là. Proprio ieri sera una mia amica, che sta leggendo il punto del romanzo in cui i personaggi fanno l’amore, mi ha detto: “E’ più forte di te, la trama gialla si intuisce anche nel romanzo rosa.”.
Il romanzo è comunque strutturato in tre parti, quando finisce la prima parte si rimane in sospeso fino alla terza. C’è suspense come se fosse un thriller pur rimanendo romantico.
Non mi sono, in ogni caso, mai pentita di aver provato un altro genere.

13181205_1381671091850416_732723509_n-Informandomi un po’, ho scoperto che una parte dei proventi ricavati proprio da “Liebestraume” andranno ad Asamsi, un’associazione che si occupa della SMA (Atrofia Muscolare Spinale). Cos’ha portato a questa sua decisione?
Io stessa sono affetta da questa malattia genetica che mi impedisce di camminare e i miei muscoli sono molto deboli.
Sono refente per il Lazio dell’associazione Asamsi e, in tutta sinicerità, vivendo io stessa in queste condizioni mi è venuto del tutto naturale.

-Posso immaginare!
Bene, torniamo un attimo al libro: ci può parlare un po’ dei protagonisti? Come sono Miranda Varriale e Laerte?
Miranda è una ragazza molto tenace: mette a rischio la propria vita pur di non rinunciare all’amore. Ha molto di me.
Sensibile ma pratica, dura e razionale seppur dolce.
Ho dedicato il libro a lei, a Miranda, che ha lottato tutta la vita e anche oltre. È un libro per tutte le Miranda che nella vita hanno un sogno, un progetto, un obiettivo e lo portano avanti fino in fondo a costo di tutto, non per testardaggine ma perché è lo scopo della loro esistenza. Altro non c’è, la vita è fatta solo di quello e tutti gli ostacoli vengono affrontati nonostante si sia stanchi e si potrebbe facilmente mollare.

-Davvero un bell’incoraggiamento! Oltretutto, Miranda sembra molto interessante come personaggio. Curiosando in internet, ho letto di un suo nuovo, grandissimo successo riguardante “Il veleno dei santi”: ll suo secondo libro, se non erro, verrà portato alla “Book Expo America” a Chicago! Si aspettava una tale notizia?
Ne sono molto felice, davvero! non me lo aspettavo è un riconoscimento molto importante: anche se è solo una esposizione, già sapere di essere dall’altra parte del mondo è una grandissima soddisfazione.

-Sì, credo anche io che sia un enorme traguardo! Una domanda un po’ più personale adesso: che cosa l’ha fatta avvicinare alla scrittura?

Credo che sia stata un po’ colpa è merito della malattia: non potendo partecipare ai giochi che facevano tutti gli altri bambini, io ho iniziato a fare cose diverse da loro come, per esempio, leggere e scrivere.
Ho iniziato a leggere a 4 anni e poi, alle elementari, ho scoperto i compiti in classe. Ero molto felice quando mi veniva data la possibilità di scrivere, ma per me non era mai abbastanza, così, scrivevo sempre appena ne avevo l’occasione!
Crescendo, ho cominciato a leggere Camilleri e uno degli ultimi libri che ho letto non mi è piaciuto: ne ho discusso il finale dicendo che io l’avrei scritto in modo diverso.
Lì mi si è accesa una lampadina! Perché non scrivere io un libro? Così ho cominciato, senza tante aspettative, non sapevo dove mi avrebbe portato quello quello che stavo scrivendo.  Una volta finito, ho preso in considerazione il fatto che anche altre persone avrebbero voluto magari leggerlo e così ho cominciato a contattare le case editrici finché “Il filo” non mi ha fatto la prima proposta di pubblicazione.
Per quanto riguarda il secondo libro, la cosa è un po’ più simpatica: mi mancavano i personaggi che avevo lasciato ne  “Il Volto dello Specchio” e così li ho fatti rinascere ne “Il Veleno dei Santi” continuando la loro vita. Ora sto scrivendo il terzo capitolo della saga pur gettando, ogni tanto, un occhio anche su altri argomenti.
Per quanto riguarda “Il Veleno dei Santi”, ne ho scritto anche la sceneggiatura e sto cercando di proporla a vari registi. So che questo progetto è molto ambizioso e difficile, purtroppo il mondo del cinema è “a numero
chiuso”: o sei figlio d’arte o uno scrittore affermato da milioni di copie. E’ difficile proporsi.

-Immagino che lei speri che l’esposizione alla Book expo possa aiutarla anche in questo abizioso progetto.
Sì, ci spero davvero molto.
Nella mia borsa c’è sempre una copia della sceneggiatura nella speranza di incontrare anche qualcuno per strada che sia disposto a produrla. So che sembro ironica, ma lo faccio davvero!

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Ciack del booktrailer de “Il Veleno dei Santi”, disponibile su YouTube

-Ammetto che un po’ lo spero anche io. Dopo quello che mi ha raccontato posso dire che lei potrebbe essere un’ottima fonte di ispirazione “per tutte le Miranda che nella vita hanno un sogno”, come ha detto lei. Le chiedo quindi di assumere qualche secondo il ruolo di mentore e di dare un consiglio a tutti quegli scrittori emergenti che stanno un po’ perdendo la speranza.
Mi viene da rispondere in modo naturale e di getto senza pensarci troppo: scrivere è senz’altro una passione innata. Molti lo fanno per far uscire le proprie emozioni ma credo che per quello ci sia lo psicologo. Se io dovessi scrivere secondo le mie emozioni non sarebbe molto interessante, infatti molti mi hanno chiesto se i miei libri trattino la mia malattia o comunque la mia vita, io rispondo che non è necessario scrivere di me: la malattia ha già preso tanto e non si merita anche dei libri! Bisogna scrivere per passione, bisogna scrivere pensando a chi leggerà se si vuole arrivare ad una pubblicazione, altrimenti è meglio scrivere un diario.
Dipende da ciò che si vuole, da che tipo di prodotto si vuol confezionare: mi è capitato, infatti, di leggere di persone che scrivono perché vogliono esternare le proprie emozioni non credo sia il modo giusto di iniziare a scrivere un libro da pubblicare. Si deve pensare ad un pubblico se si vuole vendere altrimenti, come dicevo prima, è meglio scrivere un diario
.
Non voglio essere cinica, ma il mondo di fuori è duro per tutti e scrivere non può essere solo un piacere per sé, deve esserlo anche per il lettore.
Se si vuole scrivere davvero lo si deve prendere come un lavoro. Un lavoro come tutti gli altri che va fatto con passione e deve avere delle regole: scrivere solo di sé o solo delle proprie emozioni non può essere un lavoro.
Dicendo questo voglio rivolgermi esclusivamente alle persone che scrivono con lo scopo di vendere, di fare della scrittura il proprio lavoro,  alle persone che non si fermano al primo libro ma comunque vanno avanti. Molti scrivono e si fermano al primo romanzo o comunque si autoproducono, bisogna credere che qualcun’altro creda nel nostro lavoro.

-Capisco: in sostanta dice che va bene mettere un po’ di sè nel proprio romanzo ma esagerare e scrivere solo di sé rende impossibile la produzione di un buon romanzo e ci fa credere un po’ nell’impossibile, dico bene?
Sì, nel senso che ho visto persone scrivere solo della propria situazione come, ad esempio, delle loro difficoltà emotive e mi è quasi parso di fare una seduta di gruppo. Non è per criticare né, tantomeno, per offendere, ma credo che il racconto della propria vita possa interessare a pochi intimi, non dà molti sbocchi professionali.
Molte persone, infatti, quando faccio le presentazioni, mi chiedono se nei miei libri io abbia raccontato la mia vita, credono che io abbia solo la mia malattia di cui parlare, ma in realtà ho una vita privata, ho un compagno e aspiro ad avere un bambino; vado a fare la spesa come tutti, mi piacciono i film con parecchi misteri da risolvere, le serie televisive poliziesche, guardo anche programmi divertenti. Quello che sono io non può diventare un libro. Posso dare alcune delle mie caratteristiche a qualche personaggio, questo è inevitabile, ma raccontare, ad esempio, che da bambina, mentre tutti giocavano a nascondino, io leggevo non lo trovo interessante per gli altri.
Con il mio ultimo libro ci si commuove, alla fine, ma è comunque finzione.
Purtroppo nessuno si aspetta da una ragazza sulla sedia a rotelle omicidi, autopsie, coppie gay che adottano bambini o sesso fatto sulla scrivania dell’ufficio del commissario. Ci sono molti pregiudizi.
Con i miei libri ho stupito molta gente, ma ho anche dato un’immagine di una persona che sta sulla sedia a rotelle e che può fare qualcosa di diverso oltre che discutere riguardo la propria condizione fisica.
Penso che far conoscere i miei libri sia importante proprio per questo: voglio essere da monito per tutti quelli che si chiudono nella propria disabilità pensando di non poter dare altro.
-Penso che dalla tua ultima affermazione passi un ottimo messaggio.
Bene, direi che la nostra intervista può ritenersi conclusa, tuttavia se c’è qualcosa che non ho toccato ma a lei sembra importante, siamo tutti orecchie.
No, mi sembra che abbiamo detto tutto.
Ci terrei soltanto a dire che ho scritto tutti e tre i miei romanzi con una sola mano, perché utilizzo soltanto la destra. Questo può essere un modo per dire a tutti che, quando si vuole davvero fare qualcosa, la si deve fare con tutta la forza che si ha in corpo. Non esistono le parole “non posso” o “non ce la faccio”. Quando si vuole fare qualcosa, la si fa e basta. Bisogna solo volerlo, volerlo con tutte le proprie forze.
Questo vale per qualsiasi cosa, a questo proposito mi piacerebbe citare una frase di Sant’Agostino che ho inserito nel libro: “Chi vuol raggiungere qualcosa ha l’ardore del desiderio il desiderio e la sede dell’anima.”
Riprende anche un po’ la dedica a Miranda di cui parlavo prima.
Come frase iniziale, invece, ne “Il Veleno dei Santi” ho pensato di scrivere: “Ci vuole coraggio per essere felici”. E’ un po’ quello che ho cercato di dire anche prima.

-Grazie ancora per questi contributi e piccoli insegnamenti di vita. Grazie per il tempo che ci ha dedicato, è stato molto illuminante!
Grazie a te per avermi dato la possibilità di far conoscere nuove realtà e per dar visibilità ai miei libri! Un abbraccio!
*Volpe

“Nutrire il pianeta, energia per la vita.”- EXPO un anno dopo.

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Un anno fa cominciava EXPO MILANO 2015, un’esperienza che ha portato l’Italia e la città di Milano al centro del mondo. Per sei mesi infatti la metropoli lombarda è stata invasa positivamente da gente di ogni nazione che ha portato nel Bel Paese un pezzo della propria cultura.
Ad un anno di distanza ci piace ricordare questo evento che ha avuto un’eco mondiale e che ha lasciato nei visitatori e in chi vi ha lavorato un’impronta indelebile.
A raccontarci la sua esperienza abbiamo la dottoressa Federica Lafranconi che per sei mesi ha lavorato nel padiglione della Germania.

– Ci può raccontare brevemente qual era il tema del padiglione e come ha scelto di presentarsi la nazione tedesca?
Il padiglione tedesco nasce sotto il titoli di “Fields of ideas”, per unire il comuni tra il campo agricolo e la mente. Entrambe vanno coltivate con costanza e passione per poter ottenere i frutti migliori. Ma non solo, a questo si aggiunge lo slogan “Be(e) active” in cui si mischiano le api, insetto guida anche di altri padiglioni, e l’invito ai visitatori ad essere partecipi in prima persona.
Il tutto è compreso nella tematica generale dell’esposizione universale di Milano 2015 ovvero “nutrire il pianeta, energia per la vita”. I progetti presentati hanno trattato sia tematiche ambientali, che strettamente agricole (come coltivare e cosa coltivare) ed energetiche riguardanti i nuovi modi di creare energia pulita.

– Una delle critiche più sentite fatte dai visitatori è stata la quasi totale assenza di esposizioni dedicate al cibo. Come ha detto anche lei, il padiglione tedesco ha deciso di dedicare ampio spazio alle energie rinnovabili e alla questione ambientale a scapito, forse, del tema principale dell’expo: l’alimentazione. Ci può spiegare il collegamento, se esiste, tra ambiente, tutela dello stesso ed alimentazione?
Tanti visitatori si aspettavano una mostra solo sul cibo con assaggi gratis dei prodotti tipici. Il tema di Expo invece parla di alimentazione nel suo senso più ampio. Noi siamo quello che mangiamo. Agricoltura e allevamento determinano la qualità dei cibi che portiamo in tavola. Se mucche, polli e galline sono allevati con ormoni, gli stessi entreranno nelle fibre della carne che mangiamo; se le colture crescono ad acqua e pesticidi, anche noi, ultimi nella catena alimentare, assumeremo gli stessi pesticidi. Tutto è connesso in un circolo che comprende la salute dell’uomo: se manca questa, manca tutto. L’energia è intesa anche come energia vitale di crescere e vivere. Inoltre l’uomo vive in un ambiente che lo circonda e lo influenza. Se togliamo terreno alle foreste per seminare prodotti OGM per i bisogni del mercato, in termini di quantità e prezzo, rischiamo poi di subirne le conseguenze, ad esempio l’aumento fenomeni alluvionali o l’aumento delle temperature.

Sempre parlando del padiglione tedesco, ci può raccontare e spiegare quale tra i progetti presentati era secondo lei il più interessante?
Il mio preferito in assoluto è stato il Qmilk. Un’idea assolutamente straordinaria e innovativa ovvero l’utilizzo di latte scaduto sapientemente trattato che diventa un tessuto simile alla seta, ignifugo, anallergico e antibatterico. Anche il quotidiano inglese “The Guardian” ne ha parlato in una intervista alla sua creatrice. Per ora è utilizzato solo in campo medico ma le sue potenzialità sono moltissime.
Inoltre i pannelli fotovoltaici che sono sottili come fogli e si possono incollare perfino sui vetri, però il Qmilk è qualcosa di unico nel suo genere.

Davvero incredibile sì, un’idea simile a quella proposta dal padiglione italiano dove un nuovo tessuto è stato ricavato dalle bucce delle arance. Tuttavia, almeno per il momento, stiamo parlando di progetti su larga scala che richiedono finanziamenti e mezzi inaccessibili alle persone “comuni”. Il padiglione tedesco aveva tra i suoi slogan “Be(e) active!” un invito ad essere attivi e ad interagire con l’esposizione. Potrebbe spiegarci come i visitatori diventavano protagonisti e come, una volta tornati a casa, si può continuare ad essere attivi nella catena universale che è l’alimentazione?
Per i bambini c’era un percorso riservato, molto divertente, per spiegare le tematiche in modo semplice e facilmente comprensibile. Inoltre ogni angolo aveva una proposta da seguire, sulla coltivazione, ricette di cucina, per fare qualche esempio, da replicare a casa. Nello show finale si diventava “un’ape in mezzo alla corolla di un fiore” e si viveva la sua giornata tipo: a spasso per il mercato, inseguiti da una signora con un giornale per colpirci, sorpresi da un temporale. L’invito è di essere consapevoli dell’ambiente che coltivazione circonda e rispettarlo in modo che ci dia i suoi frutti migliori.

Parliamo ora dell’EXPO vera e propria, quanti padiglioni ha visitato e quali sono stati secondo lei i più belli?
Ne avrò visitati la metà circa. Il mio preferito è stato quello della Svizzera, per la profondità del concetto espresso, poi l’Inghilterra con il suo alveare.

– Ce li può raccontare brevemente?
Il tema della Svizzera era: “Ce n’è per tutti?” Il padiglione era diviso in 4 torri con caffè, acqua, sale e fettine di mela in quantità predefinita, a simboleggiare le risorse naturali presenti sulla terra che purtroppo non sono illimitate come si potrebbe sembrare. I visitatori sono invitati a prendere tutto quello che vogliono, nella quantità desiderata, ma consapevoli di toglierne al visitatore successivo. Il concetto esprime la profondità dell’essere e dell’avere: abbiamo davvero bisogno di quello che possediamo? Quanto siamo consapevoli di togliere possibilità agli altri?
Il padiglione inglese invece racconta la storia di un alveare, collegato alla struttura in acciaio che in base alla vita delle api all’interno di un vero alveare, illumina di varia intensità le lampadine presenti. Al piano terra inoltre si potevano sentire i rumori emessi dalle api in base al messaggio che vogliono trasmettere ed un giardino con le piante da cui le api traggono il polline, il tutto per ricordare ai visitatori il ruolo fondamentale e vitale delle api.

– Si può quasi dire che l’ape sia stata la mascotte non ufficiale di questa esposizione universale: un animale tanto piccolo eppure così importante non solo per l’ambiente, per cui svolge il vitale lavoro dell’impollinazione, ma anche per la nostra alimentazione garantendoci di anno in anno frutta e verdura.
Facciamo ora un piccolo bilancio. La preoccupazione più grande degli italiani, riguardo all’evento EXPO, è stata il guadagno e dal primo all’ultimo giorno non sono mancate le polemiche sui costi di questa esposizione universale.
Accantonando il discorso economico, che trova il tempo che trova per quanto importante, quanto si sente arricchita e quale pensa sia stato il lascito dell’EXPO per il nostro paese?
Personalmente mi sento arricchita grazie al lavoro che ho svolto nel padiglione: ho imparato molto da colleghi e superiori ed ho vissuto un’esperienza unica. Il lascito di Expo è la Carta di Milano, che si poteva firmare nel padiglione italiano. Spero che i firmatari si impegnino concretamente a seguire, diffondere e rispettare i concetti che la Carta di Milano rappresenta. Si parla di consumo consapevole e lo possiamo fare tramite i nostri acquisti. La volontà è tutto e noi dobbiamo volere un mondo migliore ed impegnarci per ottenerlo.

Ha accennato ai suoi colleghi, erano tutti di nazionalità tedesca?
Il personale del padiglione era molto numeroso e diviso tra italiani, tedeschi e bilingue. Tutti parlano italiano, tedesco e inglese più altre lingue straniere, dal cinese all’arabo, insomma un clima internazionale.

Una realtà lavorativa decisamente pittoresca. Ci può dire tre pregi e un difetto di questa cooperazione che, per quanto piccola, si può definire internazionale?
Il difetto l’ho riscontrato nel contatto con alcuni visitatori troppo maleducati, mente i pregi sono stati il lavoro di gruppo che abbiamo fatto, la possibilità di ognuno di “emergere” nell’attività in cui era più portato e i rapporti di amicizia che si sono creati in questi 6 mesi.

– In conclusione, può condividere con noi il ricordo più bello che ha di questa esperienza?
Il giorno dell’apertura, il primo maggio. Un’emozione indescrivibile. Per quanto ci siamo preparati e abbiamo fatto prove e simulazioni, l’apertura è stata una giornata unica.
C’era la voglia di dare il 100% perché tutto fosse perfetto e la curiosità di scoprire gli altri padiglioni.

*Jo

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Dei ed eroi del XXI secolo – Gli eroi della Marvel protagonisti dell’epica americana (parte 3)

Esce oggi nelle sale “Captain America – Civil War” il lungo metraggio Marvel che vede il paladino Steve Rogers combattere contro il suo amico ed alleato Tony Stark, alias Iron Man. Abbiamo già analizzato la figura di Captain America (ma per chi se lo fosse perso troverà il link in fondo a questo approfondimento) e come sempre la nostra analisi tenterà di portare alla luce tutte le caratteristiche che legano Iron Mani ai personaggi della letteratura europa o dell’epica antica.

3. IRON MAN: LA FURIA ROSSA DELLA MARVEL

3.1 – Rosso: il colore della rabbia

Ho finora accennato a grandi linee ad alcuni tra i simboli più ricorrenti all’interno della mitologia americana; a questo punto, per avere una panoramica più completa, ritengo utile considerare i colori che ravvivano questa mitologia dando un nuovo significato alle cose.
Fin dall’antichità l’uomo ha impresso sui supporti di cui disponeva la realtà che lo circondava colorandola con tinte che erano non solo pigmenti ma anche, e soprattutto, simboli. Le bandiere delle nazioni sono la prova più lampante della simbologia e del potere evocativo dei colori poiché a essi è affidato il compito di riassumere le qualità, le caratteristiche e i valori che guidano il paese che li ha scelti. I colori di Capitan America, per esempio, come già anticipato nel secondo capitolo, sono gli stessi della bandiera americana; diversamente, Iron Man, alias Tony Stark, preferisce i toni dell’oro e del rosso, due colori che hanno un forte valore simbolico e che fanno meritatamente guadagnare al supereroe il soprannome di “Furia rossa”.
Fin dall’antichità al rosso veniva associata l’idea di vita, energia, forza vitale: “già i Neandertaliani avevano l’abitudine rituale di cospargere i morti con materiali di color rosso, probabilmente per restiuir loro il ‘caldo’ colorito del sangue e della vita.”[1] Il culto di Cibele prevedeva tra i suoi riti un bagno di sangue: gli iniziati sostavano sotto una grata su cui era posta la carcassa sanguinolenta di un toro e venivano aspersi con il sangue dell’animale. Questo, e altri rituali, che si riscontrano in diverse culture, introduce una nuova accezione del rosso legato al significato di rinascita e nuovo inizio.
Il rosso del sangue e del fuoco ha per i cristiani un significato sacro: esso rappresenta il sangue di Cristo e dei martiri, la fiamma dello Spirito Santo, il roveto ardente e la colonna di fuoco in cui si manifesta la presenza di Jahvé. In altre culture il rosso è il colore della guerra, dell’energia e della forza; esso è legato alle divinità guerriere come Ares (per gli antichi Greci) alias Marte (per i Romani). Il rosso è il colore emblema del potere militare e politico dell’imperatore. Il codice di Giustiniano puniva con la morte chiunque commerciasse o comprasse stoffe trattate con la porpora in quanto questa era esclusiva dell’imperatore e ne rappresentava il potere supremo.[2]
Ma il rosso assume anche connotati negativi venendo associato al peccato, alla distruzione e alla morte. Sempre nella tradizione cristiana, nel racconto dell’Apocalisse San Giovanni racconta di una visione che sottolinea come al rosso scarlatto corrisponda l’idea di dissolutezza, vizio, lussuria e peccato:

Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, che era coperta di nomi blasfemi, aveva sette teste e dieci corna. La donna era vestita di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle; teneva in mano una coppa d’oro, colma degli orrori e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla sua fronte stava scritto un nome misterioso: «Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli orrori della terra».[3]

Il rosso è dunque percepito come il colore della vita, del sangue e della morte; il colore dell’amore e dei vizi, di Cristo risorto e dei demoni e dell’inferno.
Dopo queste considerazioni non è difficile capire il collegamento che unisce il personaggio di Iron Man al rosso e, proprio come il colore di cui si veste, questo super eroe possiede luci e ombre che non sempre lo portano ad agire in modo retto e sincero, a differenza del suo “collega” il capitano Rogers.

3.2 Iron Man: il figliol prodigo della Marvel

I think I gave myself a dare. It was the height of the Cold War. The readers, the young readers, if there was one thing they hated, it was war, it was the military. So I got a hero who represented that to the hundredth degree. He was a weapons manufacturer, he was providing weapons for the Army, he was rich, he was an industrialist. I thought it would be fun to take the kind of character that nobody would like, none of our readers would like, and shove him down their throats and make them like him … And he became very popular.[4]

Se si considerano i supereroi usciti dalla fantasia di Stan Lee e dalle matite dei suoi disegnatori, Tony Star / Iron Man risulta essere la pecora nera di questa famiglia di combattenti senza macchia e senza paura. Al contrario di Spider Man, Capitan America, e gli altri personaggi Marvel, egli sembra essere nato per spezzare questa dinastia di eroi amati dai lettori fin dalla loro prima comparsa sugli album.
Se si analizza il contesto storico e culturale in cui il supereroe viene alla luce non è difficile capire perché, a differenza dei suoi predecessori, esso abbia dovuto conquistare il suo pubblico. Iron Man compare per la prima volta nel numero 39 di Tale of Suspense nel 1963 grazie al genio di Stan Lee e il talento di Don Heck. Siamo nel cuore della guerra, la nazione americana è impegnata in Vietnam e concetti come “guerra”, “disciplina”, “autorità” e “potere attraverso le armi” sono quanto mai fastidiosi per un popolo che considera questa operazione militare un’insensata mattanza. In questo tragico panorama nasce Tony Stark, un genio la cui fortuna è stata costruita dalla sua intelligenza e dalle industrie belliche del padre Howard Stark.
Nei fumetti, come nei lungometraggi, il personaggio ama presentarsi come un “genio, miliardario, playboy, filantropo” ( The Avengers, Joss Whedon, 2012). Per Stark l’American Dream non è una conquista lenta e faticosa, ma il lascito di suo padre e, in quanto dono, egli non ne comprende fino in fondo il valore e spreca il suo tempo e le sue sostanze conducendo una vita da dissoluto come tutti i figli dell’alta società americana.
Dopo aver quasi perso la vita, a causa di una mina esplosa mentre Tony Stark si trova in Vietnam per valutare i contributi che le sue industrie avrebbero potuto dare al contingente americano,  comincia per il futuro supereroe un viaggio che trasformerà il rampollo di casa Stark in Iron Man. La prigionia, il dover suo malgrado costruire armi per il nemico, l’amicizia con lo scienziato Ho Yinsen e il sacrificio di quest’ultimo per permettere a Tony Stark di evadere segnano il personaggio e lo convincono a dare una svolta decisiva alla sua vita per mettersi al servizio della comunità. Attraverso la vicenda umana e storica di Tony Stark, la cui fortuna si è costruita sul commercio di armi di ultima generazione, Stan Lee sembra proporre al lettore, e al popolo americano in generale, una riflessione sulle armi valida oggi come cinquanta anni fa. Nei fumetti, come nei lungometraggi, a questa riflessione e alle sue conseguenze vengono concessi ampi spazi. Nel film del 2008 sono emblematiche le parole che il protagonista scambia con alcuni giornalisti prima e dopo il suo sequestro:

“Is it better to be feared or respected?” — I say, is it too much to ask for both? With that in mind I humbly present you the crown jewel of Stark Industries’ Freedom Line. It’s the first missile system to incorporate the latest in proprietary Repulsor Technology. They say that the best weapon is the one that you never have to fire. I respectfully disagree! I prefer… the weapon you only have to fire once. That’s how Dad did it, that’s how America does it… and it’s worked out pretty well so far. Find an excuse to let one of these off the chain, and I personally guarantee you the bad guys won’t even want to come out of their caves.  (Iron Man, Jon Favreau, 2008).

E ancora in seguito alla sua liberazione:

Tony Stark: “I never got to say goodbye to my father. There’s questions I would’ve asked him. I would’ve asked him how he felt about what his company did, if he was conflicted, if he ever had doubts.[…] I saw young Americans killed by the very weapons I created to defend them and protect them. And I saw that I had become part of a system that is comfortable with zero-accountability”.

Press Reporter: “Mr. Stark, what happened over there?”

Stark: “I had my eyes opened. I came to realize that I had more to offer this world than just making things that blow up. And that is why, effective immediately, I am shutting down the weapons manufacturing division of Stark Industries.” (Iron Man, Op. cit.)

Nei lungometraggi realizzati dalla Marvel e dalla Paramount è particolarmente evidente il cammino di redenzione che il supereroe intraprende attraverso le pellicole: Iron Man (Jon Favreau,2008), Iron Man 2 (Jon Favreau, 2010), The Avengers (Joss Whedon, 2012), Iron Man 3 (Shane Black, 2013). Nel corso di questa tetralogia cinematografica Tony Stark abbandona sempre di più le sue maniere da playboy in favore di una maggiore coscienza e, nell’ultimo film a lui dedicato, egli arriva a sacrificare se stesso per difendere le persone che ama.

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3.3 Iron Man: un altro volto del manifest destiny

Nel suo libro Il grande cerchio Ilaria Moschini introduce e spiega il significato di manifest destiny. Nel destino manifesto si riassume il compito della nazione americana di guidare il mondo verso un’era di benessere politico, economico e sociale; un nuovo mondo caratterizzato da un uso responsabile delle risorse naturali e delle nuove tecnologie, in cui le dittature saranno solamente un fantasma del passato e una parola sui libri di storia.
Se Steve Rogers incarna la missione americana di diffondere in tutto il mondo i valori della democrazia e della libertà, Tony Stark rappresenta l’avanguardia tecnologica e militare degli Stati Uniti d’America. Nel 1963 le tecnologie avevano più difetti che pregi: i rari e costosi computer erano molto più ingombranti dei laptop a cui siamo abituati e le loro potenzialità erano inversamente proporzionali alle loro dimensioni. La peculiarità e l’eccellenza delle Stark Industries risiede nel saper creare e domare le nuove tecnologie costruendo armi dall’elevato potenziale. Ciò che per il mondo è novità, per il genio di Tony Stark è già preistoria. La tecnologia e le armi hanno, è il caso di dirlo, più di un taglio: esse vengono usate per difendere la popolazione americana e mondiale da potenziali pericoli, ma in mani sbagliate possono diventare una minaccia difficile da gestire.
Sotto la maschera dell’uomo di mondo, si nascondono una mente geniale e un animo che vive con tormento il rapporto con la tecnologia. Tony Stark è infatti consapevole dei limiti e delle insidie che si celano dietro il benessere portato dalle avanguardie tecnologiche e la sua più grande paura è che qualcuno riesca a usare le sue creazioni per controllare l’armatura di Iron Man che, nel corso della storia, diventa un’arma intelligente sempre più raffinata, potente e per questo pericolosa.
D’altro canto però la tecnologia è anche il superpotere di Iron Man. Al contrario di alcuni suoi colleghi come Spider Man, Capitan America, Hulk, Thor o gli X-Men, Iron Man non va incontro a trasformazioni di alcun tipo né eredita i suoi poteri per diritto di nascita o genetica: Tony Stark è in un certo senso un self-made hero che sottopone il suo corpo a costanti e pesanti sessioni di allenamento. La vera fonte del suo potere e ciò che fa di lui un supereroe è, tuttavia, la sua armatura rossa e dorata, un gioiello di ingegneria: stivali jet che consentono a chi la indossa di volare, raggi laser, mitragliatrici, emettitori di impulsi elettromagnetici, generatori di ologrammi, e altre armi. Ma l’armatura non è l’unico fiore all’occhiello di cui Tony Stark può vantarsi: egli è anche l’ideatore della Stark Tower. In questo palazzo, che è il più alto di New York, il manifest destiny si incarna in quella che è la declinazione moderna del beacon: il grattacielo: “Stark Tower is about to become a beacon of self-sustaining clean energy” (The Avengers, Op. cit.). La dimora di Iron Man è un grattacielo con sistemi di sicurezza di ultima generazione e si autoalimenta grazie ad un piccolo reattore producendo energia pulita.

3.4 Achille, Grantaire, Boromir: la furia, il sacrificio e l’onore

Se tracciare i confini della personalità di Capitan America è semplice, lo stesso non si può dire Iron Man. Dietro alla maschera del genio, miliardario, playboy, filantropo si nasconde infatti un groviglio di sentimenti contrastanti tra loro in cui egoismo e spirito di sacrificio di affrontano in un duello che pare destinato a non trovare una soluzione. Questo conflitto, basato sulla perenne indecisione tra ciò che è facile e ciò che è giusto, tra i propri interessi e una causa più alta, ha sempre interessato e affascinato gli scrittori e i poeti di ogni epoca che si sono divertiti a contrapporre e affiancare all’eroe idealista la figura dello scettico.
Achille, l’eroe dell’esercito acheo, la cui ira rischia di causare la sconfitta greca nel corso della guerra di Troia; Grantaire, Pilade ubriaco, più interessato al vino e alle donne che alla rivoluzione; Boromir, capitando di Gondor, che al bene della Terra di Mezzo preferisce difendere gli interessi suoi e del padre.  Sono eroi che appartengono a saghe diverse, per l’esattezza l’Iliade, I Miserabili e Il signore degli anelli (The Lord of the Rings), e ai quali io ho deciso di fare riferimento per comprendere le caratteristiche dell’eroe americano, che in un certo senso ibrida in sé le più evidenti peculiarità dei tre eroi citati.

3.4.I  Achille, figlio di Peleo, re della Tessaglia, e della ninfa Teti, è il celeberrimo eroe dell’esercito acheo e il terrore del popolo troiano. Invincibile, indomito fino alla spavalderia; Achille è un guerriero conscio della sua forza e del fatto che, senza di lui, l’esercito greco non avrebbe alcuna possibilità di vittoria. La sua arroganza e il suo egoismo raggiungono l’apice in seguito alla rivendicazione da parte di Agamennone di Briseide: la schiava di Achille. Non potendo riaverla, l’eroe decide di ritirarsi dallo scontro insieme ai Mirmidoni, i suoi guerrieri, e di abbandonare l’esercito greco al massacro.

Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco
generose travolse alme d’eroi,
e di cani e d’augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l’alto consiglio s’adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de’prodi Atride e il divo Achille.[5]

Nel poema Achille si pone in antitesi rispetto a Ettore: se infatti il secondo è disposto a sacrificare se stesso per la famiglia e la patria, Achille è di tutt’altro avviso e sceglie di abbandonare i propri fratelli per alimentare un suo capriccio. Achille può fare il prezioso, pretendere, e non si fa scrupoli ad avanzare minacce velate contro il suo sovrano:

– Ebbro! Cane agli sguardi e cervo al core!
Tu non osi giammai nelle battaglie
dar dentro colla turba; o negli agguati
perigliarti co’primi infra gli Achei,
ché ogni rischio t’è come morte-
[…] – Stagion verrà che negli Achei si svegli
desiderio d’Achille, e tu salvarli
misero! non potrai, quando la spada
dell’omicida Ettòr farà vermigli
di larga strage i campi: e allor di rabbia
il cor ti roderai, ché sì villana
al più forte de’Greci onta facesti.[6]

L’agire e il parlare di Achille rivela una personalità cinica ed egoista, interessata solamente all’esaltazione dell’io e delle sue necessità. Tuttavia anche questo principe aveva “la sua passione: che non era né un’idea, né un dogma, né un’arte, né una scienza; era un uomo”[7]: Patroclo. Dopo l’ennesimo tentativo fallito di riportare Achille sul campo di battaglia, Patroclo prende la parola e, ponendosi in antitesi ad Andromaca che cerca di dissuadere il marito dal combattere, cerca di convincere il compagno a imbracciare nuovamente le armi e tornare nella mischia. I due hanno un colloquio che termina con una preghiera che l’eroe rivolge a Zeus perché riporti a casa sano e salvo Patroclo:

– Perché piangi, Patròclo? […]-
– O Achille,
o degli Achei fortissimo Pelìde,
non ti sdegnar del mio pianto. Lo chiede
degli Achei l’empio fato.[…]
E tu resisti
Inesorato ancora? O Achille! Oh mai
Non mi s’appigli al cor, pari alla tua,
l’ira, o funesto valoroso! E s’oggi
sottrar nieghi agli Achivi a morte indegna,
chi fia che poscia da te speri aita?[8]

Giove che lontano fra i tuoni hai posto il trono, tu benigno ascoltasti i miei voti e mi rendesti l’onore. Anche questa volta adempi le mie preghiere. Invia la vittoria al mio diletto amico, rafforza l’ardire nel suo petto, affinché Ettore veda se il mio compagno sa combattere anche senza di me. Ma una volta respinto il furore nemico dalle navi achee, a me subito riconducilo illeso, con tutte le armi e con i suoi forti.[9]

Solo la morte di Patroclo per mano di Ettore convincerà Achille a tornare sul campo di battaglia per vendicare l’amico caduto. L’ira dell’eroe si scaglia sui troiani che cadono sotto i colpi della sua spada e del suo giavellotto. Per ultimo cade Ettore, che invano supplica Achille di risparmiargli la morte e prenderlo come prigioniero, supplica che viene bellamente ignorata dall’eroe che anzi risponde:

– Ettore, il giorno che spogliasti il morto
Patroclo, in salvo di credesti, e nullo
Terror ti prese del lontano Achille.
Stolto!
[…] Or cani e corvi
te strazieranno turpemente, e quegli (Patroclo n.d.r),
avrà pomposa dagli Achei la tomba.- [10]

Da queste parole trasuda non solo il dolore per la perdita dell’amato compagno, ma anche e soprattutto la violenza cieca che alimenta la furia dell’eroe fino a fargli dimenticare i doveri sacri della sua gente.

Tony Stark (reading Agent Romanoff assessment on him): -“Personality overview; Mr. Stark displays compulsive behavior. […] Textbook narcissism…”agreed.- ( Iron Man 2, Op. cit)

Incontrollabile e narcisista. Sono i due termini che meglio riassumono le personalità di Achille e di Iron Man, due personaggi che, benché appartenenti a due epoche storiche così lontane tra di loro, presentano non poche analogie.
La prima, e forse la più importante, è la rabbia di cui entrambi sono personificazione. Le azioni di Achille quanto quelle di Iron Man sono dettate dalla violenza, da un’ira cieca che li rende temibili agli occhi dei loro avversari ma al contempo minaccia i loro affetti. Il gruppo metal dei Black Sabbath ha dedicato una canzone al supereroe dall’armatura scarlatta e nelle sue strofe il collegamento Iron Man/furia è espresso in modo lampante:

Now the time is here/ For Iron Man to spread fear/ Vengeance from the grave/Kills the people he once saved/ Heavy boots of lead / Fills his victims full of dread/ Running as fast as they can/ Iron Man lives again![11]

Al pari di supereroi come Hulk, la Cosa o Deadpool, Iron Man non è un supereroe che infonde sicu-rezza in chi lo vede e alla sua apparizione non implica un imminente salvataggio o la risoluzione del problema.
Tony Stark, come lui stesso si definisce nel lungometraggio The Avengers, è una personalità volubile che, proprio come Achille, scende in campo solo ed esclusivamente per difendere i propri interessi o perché spronato dalle persone che ama. L’altro trait-d’union tra Achille e Iron Man è il loro rapporto controverso con l’autorità. Re, presidenti, dovere verso la patria e gli dei, la salvezza della terra,…; questi due antieroi non guardano in faccia niente e nessuno e in ogni momento cercano il modo migliore per soddisfare i loro capricci e i loro bisogni senza farsi alcuno scrupolo sul come i loro fini vengono perseguiti. Iron Man e Achille sono il negativo di Capitan America ed Ettore: al dovere preferiscono il piacere, al sacrificio prediligono i loro capricci, alla nazione favoriscono il proprio tornaconto e la ristretta cerchia di amici ed affetti che hanno.

3.4. II Grantaire è, nel romanzo I miserabili, il  cinico del gruppo dei les amis de l’ABC. La descrizione che di lui fa Victor Hugo è nutrita e ricca di particolari che fanno capire come questo giovane si ponga in contrapposizione all’idealista Enjolras:

Tra tutti quei cuori appassionati e quelle menti convinte c’era anche uno scettico.  E come mai? Per giustapposizione. Lo scettico si chiamava Grantaire e di solito firmava con un rebus: R. Grantaire era una persona che si guardava bene dal credere a qualche cosa.

[…] Corrotto, giocatore e libertino, spesso ubriaco, dava a quei giovani sognatori il dispiacere di cantare in continuazione: Amiamo le ragazze e amiamo il buon vino!, sull’aria di Viva Enrico IV.

Anche questo scettico aveva la sua passione, che non era una idea, né un dogma, né un’arte, né una scienza, ma un uomo: Enjolras. Grantaire ammirava, amava e venerava Enjolras.

Con chi legava questo dubbioso anarchico in quella falange di spiriti assoluti? Con il più assoluto. In che modo Enjolras lo soggiogava? Con le idee? No, con il carattere. Fenomeno non infrequente. Uno scettico che si lega a un credente, è semplice come i colori complementari.[12]

Lo scrittore utilizza altri paragoni e descrive minuziosamente il legame che unisce questo amante del vino e delle donne al carismatico leader della rivoluzione. Grantaire è, come Victor Hugo non si stanca mai di sottolineare, uno scettico che si avvede dal credere in qualsiasi cosa e per nulla animato da quello spirito di sacrificio che accende i suoi compagni.

– Puoi essere buono a qualcosa, tu?-
– Ne avrei la vaga ambizione.- disse Grantaire.
– Tu non credi a nulla.-
– Credo a te.-[13]

O ancora:

– Grantaire tu sei incapace di credere, di pensare, di volere, di vivere e di morire.-
Grantaire ribatté con voce grave:
– Vedrai.-[14]

Nel corso del romanzo il personaggio va incontro ad una lenta e radicale metamorfosi in cui il cinico muore e nasce un compagno fedele fino alla morte.
Questa metamorfosi non è dissimile da quella a cui va incontro Tony Stark/Iron Man nel corso del già citato film The Avengers che, quando la squadra subisce un attacco diretto in cui perde la vita un suo compagno ed amico, accantona la sua arroganza e i suoi crucci per impegnarsi seriamente nella lotta contro il cattivo di turno.
Lo scettico egoista si dissolve e si converte in uno spirito guerriero che lo scrittore paragona a quello di Pilade, il compagno di Oreste, paragone che viene consacrato nel corso del capitolo conclusivo della vicenda di Enjolras e Grantaire.

[…] quando tutt’a un tratto sentirono una voce forte accanto a loro gridare:
-Viva la repubblica! Anche io sono dei loro!-
Grantaire s’era alzato.
L’immenso luce di tutta la battaglia che non aveva visto e a cui non aveva partecipato, apparve nello sguardo acceso dell’ubriacone trasfigurato.
Ripeté – Viva la repubblica!-  attraversò la sala con passo fermo ed andò a piazzarsi davanti ai fucili in piedi accanto a Enjolras.
– Prendetene due in un colpo.- disse.
E voltandosi verso Enjolras gli disse con dolcezza:
– Permetti?-
Enjolras gli strinse la mano sorridendo.
Il sorriso non si era ancora spento che la detonazione echeggiò.
Enjolras,  trapassato da otto colpi, restò addossato al muro, come se i proiettili lo avessero inchiodato. Reclinò solamente la testa.
Grantaire, fulminato, gli si abbatté ai piedi.[15]

È questo l’atto finale che segna la fine della vicenda di Grantaire e la sua metamorfosi da giovane disinteressato e cinico, a compagno fedele pronto a condividere il destino di morte dell’amico e capitano.

3.4. III Boromir, un personaggio del citato The Lord of the Rings, chiude questa dinastia di antieroi. Il personaggio, a differenza di Faramir di cui si è parlato nel corso del secondo capitolo, non ha una descrizione dettagliata e fedele come quelle che vengono fatte del fratello minore e la sua personalità va intuita e costruita osservando il cammino che questo uomo compie all’interno del romanzo e le parole che altri utilizzano per descriverne la personalità.
All’interno della vasta opera che è The Lord of the Rings, Boromir risulta essere poco più che una comparsa. Egli giunge al consiglio di Elrond, la riunione in cui si deciderà il destino dell’anello del potere, non per rispondere alla chiamata del re degli elfi, ma perché turbato da un sogno di cui vuole conoscere il significato.
L’incontro con Frodo e con l’anello diventa per lui l’occasione per portare sotto gli occhi delle altre razze i problemi e le sofferenze di Gondor e della sua gente e, in questa occasione, egli chiede di poter usare l’arma del nemico contro se stesso, supplica che rimarrà disattesa.
A differenza dei personaggi che abbiamo analizzato fino ad adesso, Boromir non è cinico né scettico; tuttavia egli antepone al bene della Terra di Mezzo gli interessi della sua gente e le richieste del padre Denethor, sovraintendete di Gondor. Egli è risoluto nell’agire, un guerriero impavido, un amico fedele e un uomo d’onore; ma al pari dei grandi cavalieri del ciclo bretone o dei poemi cavallereschi, egli ha un lato oscuro contro cui combatte fino alla morte.
Boromir è arrogante e questa arroganza lo accompagna per tutta la sua breve avventura segnando, in un certo senso, la sua condanna a morte. Tuttavia la sua dipartita non va intesa come una punizione, come la morte di Achille, quanto il momento di redenzione del personaggio che, sacrificandosi per salvare due suoi compagni, accantona completamente i sogni di gloria e di potere per difendere due tra gli esseri più umili della Terra di Mezzo.

 “I’m volatile, self-obsessed, and don’t play well with others” (The Avengers, Op. cit.).

La prima somiglianza che si riscontra tra Boromir e Iron Man si riscontra, come per gli altri personaggi già analizzati, nel carattere. A differenza degli altri membri della compagnia dell’anello, che giungono al consiglio di Elrond per rispondere all’appello del re degli elfi e alle necessità della Terra di Mezzo, Boromir entra nella storia quasi di straforo e appare, fino alla comparsa dell’Anello del potere, completamente disinteressato ai problemi che affliggono gli altri popoli. Nella sua mentalità di principe di Gondor non c’è spazio se non per le necessità di suo padre, del suo popolo e sue.
Boromir è un principe e un soldato, la sua natura è dunque quella di ricercare in ogni momento la gloria e l’onore e accrescere così il prestigio del suo nome e della sua casata.
In questo non è poi così diverso da Tony Stark che, specialmente agli albori, dimostrava di avere a cuore solamente la fama e si ingegnava, anche a costo di procurare la morte di centinaia di persone, per incrementare il fatturato e la reputazione delle Stark’s Industries.
Il secondo livello su cui si realizza l’analogia tra Boromir e Iron Man è il loro rapporto con il potere. Entrambi sono affascinati dall’idea di poter controllare qualcosa che sfugga alle menti degli altri e fanno di tutto per accaparrarsi tale potere e piegarlo ai loro scopi. Per Boromir l’oggetto in cui si incarna tale potere è l’Unico Anello: oggetto potente quanto malvagio che nemmeno gli esseri più saggi della Terra di Mezzo, gli elfi e gli Istari (l’ordine degli stregoni a cui appartengono Gandalf e Saruman n.d.r), osano toccare per paura di essere contaminati dalla sua natura malvagia. Boromir, malgrado gli avvertimenti di Gandalf, Elrond, Galadriel ed Aragorn, continua ad nutrire l’ambizione di poter imbrigliare il potere dell’Anello per usarlo contro i nemici di Gondor, ambizione che lo spingerà a tentare di sottrarre l’Anello a Frodo e che, conseguentemente, segnerà la morte del personaggio.
Ciò che è l’Anello per Boromir è la tecnologia per Tony Stark. Ho già spiegato come Iron Man, al pari di Capitan America, incarni un aspetto del manifest destiny: il lato che presenta tante luci quante ombre e che si riscontrano appieno nel supereroe marveliano. Al contrario di Boromir, Tony Stark conosce e sa gestire la forza della tecnologia riuscendo a incanalarla per creare o armi di distruzione di massa o eccezionali armature per difendere chi ama. Tuttavia egli vive nel costante pericolo che qualcuno possa rubare questa sua arte e usarla non solo per creare scompiglio, ma anche, e soprattutto, per controllare Iron Man.
Gli altri supereroi, pur avendo degli alter ego, non vanno incontro a questo rischio poiché in ogni momento della loro vita essi sono il supereroe e il civile anonimo. Iron Man e Tony Stark sono invece due personalità separate che non possono esistere nello stesso istante in quanto, senza la sua armatura, Tony Stark è solamente un uomo senza alcun superpotere né particolare abilità.

Steve Rogers – Big man in a suit of armour. Take that off, what are you?- (The Avengers, Op. cit.)

Chiunque, come avviene nel corso del secondo lungometraggio a lui dedicato, può creare o riuscire a controllare l’armatura di Iron Man e scatenarne il potenziale distruttivo. Per Boromir il problema è conquistare il potere, per Tony Stark è mantenerlo e custodirlo da coloro che potrebbero farne un uso improprio.

3.4. IV Come Achille, Grantaire e Boromir; Tony Stark, il cadetto di questa nuova stirpe di supereroi americani non ha a cuore il bene comune né mostra particolare interesse e spirito di sacrificio per quelle cause più grandi di lui. È più dedito ai vizi che alle virtù e fa di questo suo stile di vita dissoluto il suo vanto, preferisce sorseggiare drink che combattere al fianco dei suoi colleghi e non esista a ribattere con pungente ironia a chi lo accusa di non essere serio.

Steve Rogers: Is everything a joke to you?
Tony Stark: Funny things are. (The Avengers, Op. cit.)

Tuttavia a questo egoismo scompare quando a essere minacciate o a pagare per la loro superficialità sono le persone che amano.

There was an idea […] called The Avengers Initiative. The idea was to bring together a group of remarkable people, see if they could become something more. See if they could work together when we needed them to, to fight the battles that we never could. Phil Coulson died still believing in that idea, in heroes.
Well, it’s an old fashioned notion. (The Avengers, Op. cit.)

Achille torna sul campo di battaglia per vendicare il compagno Patroclo ucciso da Ettore. Grantaire affronta la morte accanto all’amico e leader Enjolras. Boromir muore nel tentativo disperato di salvare due membri della compagnia dell’anello. Tony Stark non esista a sacrificare se stesso o le cose a lui più preziose per tutelare la sicurezza delle persone che ama. Sembra quasi che il sacrificio di sé, o la morte come nel caso di Achille, Grantaire e Boromir, sia la condizione sine qua non che rende possibile la trasformazione di questi apparentemente personaggi capricciosi e arroganti in eroi non meno validi dei loro colleghi.
Ettore, Enjolras, Faramir e Capitan America rappresentano l’ideale. Le loro vicende e la loro fibra morale sono un’ispirazione per il lettore che ne rimane inevitabilmente affascinato. Tuttavia è pressoché impossibile stabilire con essi un legame empatico poiché questi eroi, antichi o moderni che siano, sembrano appartenere al mono delle idee piuttosto che a quello umano.
Al contrario Achille, Grantaire, Boromir e Iron Man con le loro luci e ombre, con i loro vizi e difetti, con la loro reputazione sempre in bilico tra l’eroe e il cattivo; si presentano al lettore come amici e stabiliscono con esso un rapporto più umano. Essi non sono maestri, ma compagni con più esperienza su quella straordinaria e a volte grottesca avventura che è la vita. Quei lati della loro personalità che i loro compagni di avventura, e i critici, mal sopportano, sono per chi si avvicina al mondo della letteratura, dei fumetti e del cinema i motivi per cui il lettore, o lo spettatore, si affeziona a questi finti antieroi.

*Jo

Leggi la prima parte
Leggi la seconda parte

[1] Hans Biederman, Enciclopedia dei simboli (Knaurs Lexicon der Symbole, München 1989), Garzanti, Milano 1999, p 449.

[2] Jean Chevakuer e Alain Gheerbrant, Dizionario dei simboli ( Dictionnaire des symboles, Paris 1969), Dizionari Rizzoli, Milano 1986, pp.301-302.

[3] Apocalisse 17, 3-5.

[4] Stan Lee, clip da “Very, Very Live,”

https://www.blastr.com/2013-4-30/little-known-sci-fi-fact-stan-lee-thought-marvel%E2%80%99s-readers-would-hate-iron-man-first .

Vedi anche ( 25-04-2014).

[5] Omero, Iliade, Proemio, trad. di V. Monti, Itaca, Castel Bolognese, 2004, , versi 1-10, p 14.

[6] Omero, Iliade, Canto I, trad. di V. Monti, Itaca, Castel Bolognese, 2004, versi 321-327, p 24.

[7] Victor Hugo, Les misérables (1862), trad. it. I miserabili, Garzanti Editore, Milano, 1990, pp. p 696.

[8]  Omero, Iliade, Canto XVI , trad. di V. Monti, Itaca, Castel Bolognese, 2004, versi 7,26-33, 39-44, p 271-272.

[9] Ibid., versi 317-360,  p 279.

[10] Ibid versi 421-429, p 379.

[11] Black Sabbath, Iron Man, Paranoid, London, 1970  https://www.youtube.com/watch?v=dZJPYo-YUkA  Vedi anche (13/05/2014).

[12] Victor Hugo, Les misérables (1862), trad. it. I miserabili, Garzanti Editore, Milano, 1990,  pp.  695-696.

[13] Ibid., p  900.

[14] Ibid., p 1158.

[15]Victor Hugo, Les misérables (1862), trad. it. I miserabili, Garzanti Editore, Milano, 1990,  .p 1316.