Venezia: storie, misteri e curiosità dalla laguna più bella del mondo.

Benvenuti a questo primo appuntamento con i misteri e le particolarità della laguna più famosa del mondo.

La storia di Venezia è una storia centenaria che si intreccia con le vicende storiche non solo italiane, ma dell’Europa intera. Le sue caratteristiche calli, i ponti sospesi tra i canali e la nebbia che la avvolge in autunno ed inverno, l’acqua alta e le maschere che salutano ammiccanti da ogni negozio fanno di questa città una perla unica nel suo genere che ha ispirato poeti, scrittori e musicisti.

In questo articolo ho deciso di parlarvi dell’evento tutto veneziano più famoso nel mondo: il carnevale. Un tripudio di colori, musiche, celebrazioni, riti e maschere che per una settimana all’anno invadono i campi e le calle trasformando la città nel palcoscenico a cielo aperto più grande e pittoresco del mondo. Elencare tutte le maschere è impossibile ed è ormai normale veder sfilare le maschere della commedia dell’arte accanto a costumi più moderni. Probabilmente, anche pensando alla storia di Venezia, la nostra fantasia viene subito catturata dalla terribile figura del Medico della peste: un personaggio tristemente noto per la sua funzione durante le pestilenze (che investirono anche la Serenissima) che è stato recentemente reso famoso dalla serie di videogames “Assassin’s Creed” dove compare come personaggio secondario. Tuttavia lo status di maschera ufficiale di Venezia non spetta al losco dottore dal lungo naso, ma ad una maschera che, per certi versi, è altrettanto singolare e misteriosa.

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La BAUTA è la maschera che ha accompagnato la storia della Serenissima dal XIII secolo alla fine del XVIII secolo, anno della caduta della Repubblica di Venezia. Il perché di tanto successo è dovuto al fatto che la Bauta, a differenza delle altre maschere, godeva di un certo prestigio e il suo utilizzo era tollerato anche quando non vi erano i festeggiamenti del carnevale inoltre, nel ‘700, indossare questa maschera, ed il suo costume, divenne obbligatorio per far fronte all’eccessivo sfarzo delle feste e dei ricevimenti organizzati dalla classe benestante.

Perché la Bauta è considerata la maschera tipica di Venezia? Chi indossa una maschera, a carnevale come in occasioni meno goderecce, ha interesse a nascondere la propria identità e la Bauta è molto utile in questo senso. la sua forma, con il caratteristico mento prominente molto simile ad un becco, ha infatti una doppia funzione: altera la voce di chi la porta rendendola più grave e permette a chi la indossa di mangiare e bere senza doversi scoprire, un bel vantaggio in occasioni in cui, per decoro, era vietato avvicinarsi o parlare con determinate persone. Inoltre la Bauta è la maschera non solo della nobiltà, ma anche del popolo e poteva essere indossata sia dalle donne che dagli uomini senza alcuna restrizione: indossarla quindi mette sullo stesso piano il marinaio e il banchiere, la lavandaia e la dama di compagnia che, non vedendo chi si cela dietro la maschera, deve trattare con garbo e gentilezza anche la persona più umile di Venezia.

Ovviamente la Bauta può essere indossata da sola come maschera, la larva (dal nome che avevano le maschere nel teatro romano), ma anche insieme ad altri indumenti che formano la Bauta – costume: il tabarro, che può essere sostituito da un mantello, nero, avvolge il corpo della siora mascara, lasciando scoperto il volto prontamente nascosto dalla larva. Per finire, sul capo, viene indossato un cappello, anch’esso nero, a 2 o 3 punte o il tricorno.

E’ ora interessante soffermarci qualche secondo sull’etimologia di questo nome che sembra uscito da una favola della buona notte. Ovviamente ci sono diverse interpretazioni, per cui ci limiteremo ad esporvi quelle più particolari.

Secondo alcuni storici il nome Bauta deriverebbe da “bau bau” una lamentela che esprimeva la paura dei rampolli veneziani davanti a questa misteriosa maschera. Altri ancora pensano derivi da “bava” il pizzo bianco che scende sul petto della Bauta – costume. C’è poi chi sostiene che il nome abbia addirittura origini tedesche e derivi dal verbo Behüten che significa “custodire” “salvaguardare” “proteggere” e, osservando questo costume, ci si accorge subito di come sia disegnato per proteggere chi lo indossa da sguardi indiscreti.

Se quindi avete in mente di partecipare al carnevale o volete semplicemente portarvi a casa un ricordo di questa splendida città, perché non optare per la Bauta? Sono più che certa che riuscirete a trovare quella che fa per voi tra le centinaia esposte nelle vetrine e sulle bancarelle di tutta Venezia.

*Jo

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֍ Assaggi di Sol Levante ֎ NASCITA, SVILUPPO E DIFFUSIONE DELLA LETTERATURA POPOLARE E DI MASSA NEL GIAPPONE MODERNO

Taishū bungaku 大衆文学, conosciuta anche come taishū bungei 大衆文芸o dal secondo dopoguerra chūkan shōsetsu中間小説, ‘romanzo del ceto medio’.
E’ un tipo di letteratura dallo stile e dal contenuto semplice, di carattere divulgativo o d’intrattenimento. Si muove per stilemi, strutture narrative fisse che recano messaggi morali consoni all’epoca di realizzazione. Vedono personaggi eroici che agiscono in mossi da ideali di giustizia a libertà permettendo l’immedesimazione del lettore.

Il termine taishū nasce per indicare un gruppo di monaci buddisti. Solo successivamente viene esteso per designare una ‘massa’ di laici.
Interessante è il modo in cui cambia connotazione in ambito letterario nel passaggio tra XIX e XX secolo.
Nel 1800 taishū era un termine quasi dispregiativo, indicava opere ‘popolari’ di intrattenimento leggero (戯作 gesaku) non degne di riconoscimenti letterari in contrapposizione al jyun bungaku 純文学, la letteratura ‘scelta’, ricca di ricercatezze stilistiche specchio di una gamma di tematiche ‘alte’, artistiche, colte. Nel 1900 venne considerato un atteggiamento più critico, meno rigido al termine. Si passò da un approccio qualitativo a uno quantitativo, dalla definizione ‘letteratura popolare’ a ‘letteratura di massa’ (Cécile Sakai).
Le origini del taishū sono da cercare nell’immediata pre-modernità (fino al Meiji che inizia nel 1868), gli anni nei quali iniziò a diffondersi l’uso della stampa: in base al numero di copie in matrice si ricavava l’indice di popolarità di un’opera e quindi il suo potenziale commerciale.
In seguito a questa prima fase di ‘assestamento di genere’, dal 1884 si introdussero nel taishū due nuove tipologie di scrittura che affiancando il gesaku ne avrebbe definito le forme in autonomia: sono i sokki kōdan速記講談(letture e spiegazioni di testi ‘scritti velocemente’, cioè stenografati) e le storie narrate negli yose 寄席, piccoli teatri di varietà molto popolari all’epoca.
Il successo del genere portò ai kaki kōdan描き講談, kōdan con finalità commerciali. Questa varietà letteraria inizia a prendere parte a iniziative delle case editrici del 1911 come la Tachikawa bunko 立川文庫di Osaka e la kōdan kurabu 講談倶楽部di Noma Seiji野間清治, fondatore della kōdansha講談社, un colosso dell’editoria giapponese.
Dagli anni venti vi furono le prime riviste e gruppi letterari a sostegno del taishū.
Nel 1924 venne pubblicato il Yomimono bungei sōsho 読み物文芸叢書 (Antologia di letteratura semplice) che raccoglieva opere taishū dividendole in tre categorie: racconti 時代小説d’epoca (in maggioranza) 現代小説 d’attualità探偵小説d’investigazione. Tra i più importanti curatori Hasegawa Shin長谷川信 e Shirai Kyōji白井喬二 dove il primo scriveva di drammi teatrali riconducibili ai racconti d’epoca e il secondo, considerato il padre del genere, alla creazione di personaggi molto popolari come Kumaki Kōtarō di Fuji ni tatsu kage富士に立つ影 (L’ombra che si staglia sul Fuji): difensore di giustizia e moralità, trasmetteva messaggi positivi attraverso gesta avventurose che avrebbero avvicinato molti alla lettura, pensava Shirai.
Nel 1924-25 la Kōdansha di Noma Seiji inaugura il progetto キング Kingu, ‘re’, che porta alla stampa molte opere taishū riscuotendo un enorme successo, sulla base del quale molte altre case editrici inizieranno a pubblicare scritti popolari.
Nel 1926 Shirai Kyōji fondava la Nijyūninichikai二十二日会 (associazione del 21° giorno) i cui membri si riunivano il 21 di ogni mese, la cui prominenza verso il ‘racconto d’epoca’ sta nella combinazione giocosa dei caratteri necessari per scrivere ‘ventuno’ a comporre l’ideogramma mukashi昔 (antichità). L’organo di pubblicazione, Taishū bungei大衆文芸, raccoglieva 11 scrittori e fu costretto a chiudere nel ’27 causa l’eccessiva pressione esercitata sugli autori da un pubblico sempre più avido di taishū.
Sempre nel 1926 La Heibonsha平凡社, un’altra casa editrice di spicco, assegnò ai membri dell’associazione di Shirai Kyōji il compito di redigere in 11 volumi una raccolta completa della letteratura popolare contemporanea (Gendai taishū bungaku zenshū現代大衆文学全集). Tra gli autori che presero parte al progetto Okamoto Kidō岡本綺堂, autore di un genere propedeutico al poliziesco, torimonochō捕物帳 (taccuini investigativi); Oosamu Jirō大仏次郎con lo spadaccino Kurama Tengu; Yoshikawa Eiji吉川栄治con Miyamoto Musashi宮本武蔵, valoroso protagonista di una saga del 1935-39 che è ambientata in epoca Tokugawa (1600-1868) e che per la chiarezza dell’ambientazione e dei costumi descritti è considerata anche rekishi shōsetsu歴史小説 romanzo storico.

Di quale considerazione gode il taishū attualmente? Penso proprio abbia ottenuto il dovuto riconoscimento letterario, quello che gli era stato negato nel corso del XIX secolo. Infatti nel 1935 Kikuchi Kan菊池寛propone l’istituzione di due premi letterari: 芥川賞premio Akutagawa (in memoria di Akutagawa Ryūnosuke芥川龍之介) per la jyun; 直木賞 premio Naoki (ricordando Naoki Sanjyūgo直木三十五) proprio per il taishū. I due premi tuttora assegnati hanno consentito un accostamento in parallelo del jun e del taishū ribadendo negli anni che godono di uguale dignità: non è necessario metterli in contrasto, sarebbe meglio godere della diversità che emerge dalla loro differenza di stile e di contenuti espressione di due rispettabili concezioni della letteratura e dell’esistenza.

*Kafka

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