Quando l’arte incontra la letteratura – Lo scudo di Achille

Anche oggi siamo in vena di novità!
Una nuova, appassionante rubrica è in arrivo in cui saranno prese in considerazione diverse opere d’arte che hanno influenzato la letteratura italiana e straniera o che, viceversa, sono state ispirate da essa.

ce80970cbdc941f26c09afa8d97a673bPartiamo dagli albori, quando il concetto di letteratura ancora non esisteva e quello di arte era così lontano dalla mente degli uomini da chiamarsi ancora artigianato.
Ciò di cui voglio parlarvi oggi è il passo dell’Iliade che riporta la creazione, da parte del fabbro degli Dei Efesto, dello scudo di Achille. Questi 148 (468-616) versi sono uno dei primi esempi di Ekphrasis, ossia descrizioni di oggetti d’arte, della storia.

Prima di tutto, direi di raccontare ciò che portò alla creazione delle armi di Achille. Come tutti bene sappiamo, l’eroe acheo si era ritirato dal campo di battaglia a causa di un diverbio con il suo comadante Agamennone e aveva concesso a Patroclo di indossare le sue armi in battaglia.
Patroclo venne però assassinato da Ettore che prese tutto ciò che il giovane indossava. Achille era desideroso di vendicarsi, ma non aveva più armi ed armatura e questo portò sua madre Teti, una ninfa, a intercedere in suo favore presso Efesto che cominciò a forgiare con il rame le nuove armi del giovane.
Sebbene Omero specifichi che il dio forgiò per Achille un’armatura completa, non abbiamo alcuna traccia di come fossero fatti l’elmo, la placca di rame che doveva fungere da corazza, i parabraccio e i parastinchi, l’autore preferì concentrarsi solo e solamente sullo scudo.

Per quanto la descrizione sia dettagliata, Omero non specifica la forma dello scudo che, tuttavia, è ormai accettata quale circolare. Lo scudo stesso, infatti, dovrebbe essere un’allegorica rappresentazione della terra.
La descrizione parte dunque dal centro.

Vi fece la terra, il cielo e il mare,
l’infaticabile sole e la luna piena,
e tutti quanti i segni che incoronano il cielo,
le Pleiadi, l’Iadi e la forza d’Orìone
e l’Orsa, che chiamano col nome di Carro:
ella gira sopra se stessa e guarda Orìone,
e sola non ha parte dei lavacri d’Oceano
(Versi 483-489, Iliade Canto 18°)
Come si può evincere, nel cerchio centrale i protagonisti sono gli elementi astronomici. In un tempo in cui non si avevano altri mezzi per misusare il passaggio delle stagioni, conoscere le stelle e la loro posizione era molto importante sia per l’agricoltura, l’apparizione di determinate costellezioni poteva significare che era giunto il tempo della semina o della raccolta, sia per i lunghissimi viaggi in mare in cui non si avevano altri punti di riferimento oltre agli astri brillanti del cielo che indicano i quattro punti cardinali. Non stupisce quindi che siano stati posti nel centro, quasi quella posizione volesse sottolineare l’iportanza degli elementi raffigurati.
Nel secondo cerchio si passa alla descrizione di due città contrapposte, una in pace e una assediata da una guerra.
La città in pace è una città in festa: c’è un matrimonio, le spose sono accompagnate da un festoso corteo e tutto sembra essere raffigurato quale esaltazione del piacere e della gioia di vivere. Molto strana come decorazione per lo scudo di un guerriero!
Sebbene il matrimonio ci mostri alcune usanze tipiche greche, ciò che si contrappone maggiormente alla città in guerra, e che ci da un’idea ancora più chiara della civiltà greca di quel periodo, è la famosissima scena del giudizio.
E v’era del popolo nella piazza raccolto: e qui una lite
sorgeva: due uomini leticavano per il compenso
d’un morto; uno gridava d’aver tutto dato,
dichiarandolo in pubblico, l’altro negava d’aver niente avuto:
entrambi ricorrevano al giudice, per aver la sentenza,
il popolo acclamava ad entrambi, di qua e di là difendendoli;
gli araldi trattenevano il popolo; i vecchi
sedevano su pietre lisce in sacro cerchio,
avevano tra mano i bastoni degli araldi voce sonore,
con questi si alzavano e sentenziavano ognuno a sua volta;
nel mezzo erano posti due talenti d’oro,
da dare a chi di loro dicesse più dritta giustizia
(Versi 497 – 508, Iliade, canto 18°)
achilles shield.art.shld72F.jpgUn manipolo di uomini è raccolto in piazza ed assiste al giudizio di un omicidio, qui, ascoltate le versioni dei due contendenti, i giudici esprimono il proprio parere a turno tramite il passaggio di uno scettro, simbolo di potere. I cittadini possono ascoltare e si mostrano favorivi all’una o all’altra parte, possiamo immaginare che si trattasse di scene molto caotiche.
Ciò che viene raccontato qui, alle nostre orecchie suona quasi come un’ovvietà e una banalità: il processo è pubblico e, per così dire, democratico.
Non vi è un singolo giudice a dirimere la questione, ma più di uno e tutti di pari importanza. La presenza dei cittadini mostra la pubblicità dell’atto e indica che, quantomeno per i reati più gravi, essi erano coinvolti e invitati anche a prendere una posizione.
L’importanza di quest’immagine sullo scudo dell’eroe sta nel fatto che essa immortala una delle primissime testimonianze in cui viene rappresentato l’amministrazione della giustizia nel mondo greco, un metodo molto simile a quello usato ai giorni nostri.
Passiomo dunque alla città in guerra: essa è accerchiata da due diversi eserciti e, poco lontano, un pastore è stato attaccato da alcuni esploratori nemici.
La cosa veramente interessante di questo passaggio è che risulta essere l’unico a parlare di guerra. Achille sta, di fatto, andando a combattere con uno scudo raffigurante scene di vita quotidiana, di amore, felicità e, se vogliamo, anche di scienza e tecnica.
Qualche parola in più va spesa per quanto riguarda il terzo cerchio descritto da Omero: qui vengono narrate scene di vita quotidiana nei campi distribuite nel corso dell’intero anno, alcuni pastori al pascolo e, infine, una scena molto festosa.
Una prima sezione mostra l’aratura dei campi e un’altra è chiaramete incentrata sul raccolto, il lavoro è sempre controllato da una figura che sarebbe il Re, unico padrone del campo. I lavoratori sono affittuari della terra, non schiavi del re.
Molto interessante è il fatto che, nella sezione dell’aratura, si può chiaramente intuire che i greci già conoscessero la tecnica della rotazione triennale. Non stupisce affatto che Omero abbia deciso di usare la tecnica dell’ekphrasis per esaltare la civiltà a lui contemporanea, erano decisamente sviluppati!

Nei versi dedicati all’allevamento viene raccontato un episodio che, ai nostri occhi, ha dell’incredibile e che vede protagonisti niente mendo che dei leoni. Ecco cosa succede: durante una normale e tranquilla giornata di sole un pastorello ha condotto i propri animali al pascolo, quando un branco di temibili leoni li attacca e i prodi cani li cacciano via salvado la vita al pastore e i suoi animali.
Immagino che quasi tutti, almeno una volta nella vita, siamo partiti per un viaggio alla scoperta della grecia e, a meno che non ci trovassimo in uno zoo, non ci è mai capitato di vedere un leone. Questa può sembrare una stranezza agli occhi di noi uomini del duemila, eppure sia la penisola greca che quella italiana erano allora popolati dai leoni europei: una razza che si è estinta nei primi secoli d.C a causa della caccia sregolata e dell’utilizzo di queste fiere nei giochi (dove vennero sostituiti con leoni asiatici ed africani).
Nell’ultima sezione di questo cerchio è rappresentata una danza: ragazze e ragazzi danzano felici mentre ai lati alcuni araldi suonano e degli acrobati si esibiscono incendiando l’aria con la gioia di una festa.

E una danza vi ageminò lo Storpio glorioso;
simile a quella che in Cnosso vasta un tempo
Dedalo fece ad Ariadne riccioli belli.
Qui giovani e giovanette che valgono molti buoi,
danzavano, tenendosi le mani pel polso:
queste avevano veli sottili, e quelli tuniche
ben tessute vestivano, brillanti d’olio soave;
ed esse avevano belle corone, questi avevano spade
d’oro, appese a cinture d’argento;
[…]
(versi 590-598, Iliade, 18° Canto)

Nella descrizione della danza, Omero fornisce un particolare interessante: con una bella metafora paragona le figure formate dai giovani che danzano mano nella mano al labirinto che Dedalo costruì per Minosse, a Creta, e nel quale tutti sappiamo fu rinchiuso il temibile Minotauro. Omero, nella sua narrazione, non si sente in dovere di spiegare a cosa servisse il labirinto: si trattava di leggende comuni all’epoca che tutti conoscevano e a cui spesso gli aedi, ossia i cantastorie, si riferivano per far capire meglio agli ascoltatori, e ora ai lettori, di cosa si stesse parlando.
Non si sa esattamente cosa questo passo rappresenti, per alcuni si tratta di un rituale, per altri è una semplice festa, tuttavia, tutti sono concordi nel trovare in questa scena il culmine della gioia terrena e il maggior contrasto con la guerra che assedia Troia da quasi dieci anni.

Ed eccoci arrivati agli ultimi versi dedicati allo scudo di Achille, quelli che ci fanno maggiormente propendere per una forma circolare dell’arma:
Omero ci racconta che nell’ultima sezione Efesto scolpì “la grande possenza del fiume Oceano”. Sì, un’altra stranezza al pari dei leoni. Per i greci l’oceano era un fiume che delimitava completamente la terra raffigurata come un disco piatto.
Dopo aver così minuziosamente descritto lo scudo, Omero narra in soli 9 versi la creazione del resto dell’armatura e la consegna di essa ad Achille. Se il poeta ci avesse lasciato una descrizione più dettagliata anche delle altre parti dell’armatura e delle loro decorazioni, sicuramente saremmo in grado di decifrare meglio i simboli che abbiamo qui elencato e, osservati all’interno di un quadro completo, essi ci sarebbero sembrati meno enigmatici di quanto non siano in realtà.

*Volpe

  • NOTE :
1.La traduzione è stata tratta da: “Storia e testi della letteratura greca”, M. Casertano G. Nuzzo, © 2011 G. B. Palumbo Editore
2.Le immagini qui riportate non sono del “reale” scudo di Achille poiché no è mai stato ritrovato un oggetto come quello descritto da omero. Queste sono solo ricostruzioni sulla base di ciò che si può leggere.

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