Dei ed eroi del XXI secolo – Gli eroi della Marvel protagonisti dell’epica americana (parte 1)

Manca un mese esatto all’uscita di “Captain America – Civil War” e come promesso abbiamo deciso di iniziare una breve rubrica in cui analizzeremo i personaggi che si affronteranno nel prossimo lungometraggio Marvel e di svelare tutti i collegamenti che legano gli eroi di Stan Lee a quelli della letteratura e dell’epica europea. Prima di iniziare vogliamo ringraziare Devyani Berardi che ci ha concesso di pubblicare parte della sua tesi sul nostro sito e ci ha fornito materiale più che valido per la realizzazione di questi articoli.

 1. IMMAGINI DELLA MITOLOGIA AMERICANA: IL CASO DELLA MARVEL

1.1 Mitologia e fumetto: i nuovi eroi combattono tra le pagine degli albi

Per affiancarsi al mondo della mitologia americana dobbiamo per prima cosa stabilire cosa sia la mitologia e quali siano le sue caratteristiche. Il termine mitologia deriva da due parole greche: μύθός (= mythos) e λόγος (= logos); con il primo termine viene indicato un racconto favolistico, a carattere sacro, che ha per protagonisti dei ed eroi, mentre il termine “logos” indica non solo la parola ma, in un senso più ampio,  un discorso o un racconto che vale la pena raccontare.

Un’ulteriore distinzione deve essere fatta tra “leggenda” e “mito” in quanto essi si riferiscono a due tipi di racconto diversi tra loro. La leggenda è il racconto ispirato a un avvenimento realmente accaduto che, nel corso dei secoli, ha assunto connotati fiabeschi o di fantasia. La vicenda di re Artù e i cicli a lui ispirati sono leggende in quanto uniscono elementi di fantasia – draghi, maghi e incantesimi – a personaggi storici realmente esistiti. Un mito, al contrario, non ha riscontri storici e la sua natura è completamente fittizia.

Vediamo ora quale sia il processo che trasforma una storia in mito o leggenda. Per prima cosa bisogna dire che miti e leggende appartengono a un determinato tipo di narrazione e come tali devono possedere e rispettare determinate caratteristiche. Questi tipi di racconti sono nati come forma di intrattenimento che si divideva, fondamentalmente, in due momenti: uno ludico e uno didattico; per far sì che tutta l’assemblea ne capisse la morale, il linguaggio doveva essere semplice e incisivo e poteva avvalersi di formule che si imprimevano nella mente di chi ascoltava. I miti e le leggende trattavano, e trattano, dei problemi di tutti i giorni davanti a cui l’uomo si sente disarmato e impotente e offrono soluzioni spingendo chi ascolta a riflettere su determinati problemi. Essi insegnano a distinguere il bene dal male e mostrano quale premio attenda gli eroi che agiscono virtuosamente e la pena per chi si comporta slealmente o tenta di sovvertire l’ordine divino delle cose.

Sono emblematici in questo senso i racconti della mitologia Norrena che descrive come agli eroi gloriosamente caduti in battaglia spetti un’eternità di agi e banchetti nel Valhalla, mentre i morti con disonore siano condannati ai tormenti di Hel, l’inferno norreno che vanta tra i suoi prigionieri il più depravato degli dei, Loki. Ovviamente a questi elementi si affiancava la popolarità di queste storie che venivano raccontate, o meglio, cantate dagli aedi nelle agorà o nelle case dei nobili.

Oggi come allora l’uomo ha bisogno di miti, divinità ed eroi a cui guardare e da cui prendere esempio e, nel XXI secolo come duemila anni fa, i fattori che portano alla nascita di un mito non sono cambiati. Benché ci si sia allontanati parecchio dall’idea originaria, i nuovi miti della nostra società sono resi tali dagli stessi elementi che hanno garantito l’immortalità a personaggi come Ercole o Elena.

Caratteristiche eccezionali o innati talenti, storie sfortunate ma con la possibilità di un riscatto, successo e la morte, tragica o misteriosa, sono gli elementi che fissano nei cuori e nelle menti delle persone nomi e volti dando vita a un nuovo panteon di leggende che, oggi come allora, i mass media rendono permanente diffondendo  in tutto il mondo le storie e le imprese di questi nuovi “eroi”.[1]

Ma parlare nel 21° secolo di mitologia, eroi e leggende ha ancora senso? Perché tanta preoccupazione nel dare anche all’America una sua epica? Nel 1963 il filologo inglese Eric Havelock[2] definì “enciclopedia tribale” i due poemi scritti da Omero, in quanto tra le pagine dell’Iliade e dell’Odissea si trovano informazioni sugli usi e i costumi, le tecniche agricole e militari e le credenze del periodo classico. Non si può quindi pensare alla mitologia come a un semplice genere letterario: chi esplora questo universo entra in contatto con l’essenza di una nazione e ne carpisce, in modo il più delle volte incosciente, i segreti. Possiamo quindi paragonare la mitologia all’archivio di un popolo senza il quale sarebbe impossibile recuperare dati, luoghi, nomi ed eventi: senza di essa, infatti, questi sarebbero cancellati dall’avvicendarsi dei secoli.

In America questa banca dati è costituita in parte dai fumetti e dalle avventure dei supereroi. Le vicende di Spiderman, Iron Man, Capitan America e degli Avengers hanno come palcoscenico città americane riconoscibili e gli eventi narrati negli albi si intrecciano con i nomi e gli accadimenti del popolo americano. Un esempio[3] è il dialogo tra il dio del tuono Thor e un abitante di New Orleans rimasto senza casa in seguito all’uragano Katrina che sconvolse l’America nel 2005.

Uno dei canali che ha, fin dal principio, favorito il diffondersi di queste nuove saghe mitologiche e dei rispettivi eroi è il fumetto. Bisogna innanzitutto capire quale sia il ruolo del fumetto nella società americana e come venga concepito questo genere di lettura. Se in Italia ha cominciato solo di recente a farsi largo l’idea del fumetto come uno strumento pedagogico o comunque capace di veicolare messaggi e informazioni,  negli Stati Uniti d’America questa funzione è nota da tempo e non di rado i personaggi dei fumetti vengono usati per la propaganda e per veicolare messaggi politici.

Esemplare è in questo senso la serie di tavole, corto e lungo metraggi[4] che la Disney realizzò durante la seconda guerra mondiale in cui vengono mostrati i personaggi amati dai bambini intenti a difendere la nazione americana dal pericolo delle dittature, la negatività di sistemi autocratici come il nazismo o ancora ad invitarli a una maggior coscienza civile.

È a tal proposito esemplare il cartone animato Bert the Turtle, realizzato nel 1951 dal Ministero della Difesa americano. Nel cortometraggio scorrono video girati nelle scuole, nelle città o nelle campagne americane; e spezzoni di un cartone animato che mostra le avventure di Bert la Tartaruga e la sua infallibile tecnica per difendersi dai pericoli. Per tutta la durata del cartone animato si sente in sottofondo un jingle che ripete “duck and cover”: “accovacciati e riparati”.

Agli studenti di tutte le età veniva insegnato, attraverso la proiezione nelle scuole di questo cartoon, come reagire in caso di esplosione di una bomba atomica e quali fossero i comportamenti sicuri nel caso in cui l’attacco si verificasse a scuola, per strada, in città o in campagna.

1.2 Simboli: immagini e formule della mitologia americana.

Nel suo libro Il grande cerchio, un viaggio nell’immaginario americano Ilaria Moschini spiega ed elenca le immagini, le forme e le formule che, da prima del 1492, hanno caratterizzato l’America per poi diventare parte integrante del suo immaginario. La terra promessa, la città sulla collina, la porta d’oro e il faro sono solo alcuni dei simboli che costituiscono l’iconografia americana. Essendo nata dalla miscellanea di tanti popoli diversi la cultura statunitense ha adottato immagini universali rielaborandole per dar loro un significato “americano”.

Per quanto interessante sia l’analisi della simbologia, per motivi di tempo e di spazio mi limiterò ad analizzare quelle che, a mio parere, sono le icone più importanti e interessanti. In particolare mi soffermerò su:

– La luce e nello specifico l’immagine del faro;

–  La città sulla collina;

–  Il volo e l’aquila.

La luce, con le sue manifestazioni, è l’immagine che ha solleticato maggiormente la fantasia del popolo americano. Discorsi politici, segni[5], immagini e edifici sono stati fatti ricalcando l’idea originaria dell’America, e nello specifico del popolo americano, quale nazione illuminata, benedetta da Dio, e destinata a estendere la propria luce agli altri popoli. Con gli anni però l’idea della luce ha trovato nuove declinazioni tra cui quella del beacon, il faro, che in età moderna e contemporanea si è evoluto nell’immagine del grattacielo: la costruzione che per antonomasia rimanda alle grandi metropoli degli Stati Uniti d’America:“we are the brightest beacon for freedom and opportunity in the world […] and no one will keep this light from shining.”[6]

Questa immagine del faro è stata reiterata non solo in discorsi politici, campagne pubblicitarie o elettorali, ma è stata ampliamente utilizzata anche dal cinema che ha creato manifesti, slogan, e trailer cinematografici in cui compare, fisicamente o idealmente, la figura del beacon.

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Tra gli ultimi ad avere impiegato questa immagine è il lungometraggio The Hunger Games, Catching Fire (Francis Lawrence, 2013) dove viene detto, parlando della protagonista femminile, “she has become a beacon of hope”[7].

La Lionsgate, la casa cinematografica che ha prodotto il film, ha inoltre creato una serie di poster e locandine in cui viene associata al nome dell’eroina Katniss la formula ‘beacon of hope’.

Quella della luce, e delle sue declinazioni, è un’immagine che ha fin da sempre stuzzicato la fantasia dell’uomo assumendo connotati simili da una cultura all’altra: “Essa è simbolo universale della divinità e dell’elemento spirituale che, dopo il caos dell’oscurità originaria, attraversò il Tutto, ricacciando nei loro confini le tenebre.”[8]

Dai Vangeli ai canti liturgici di Babilonia, dalla dottrina buddista alla simbologia massonica, la luce è la manifestazione del divino e del bene che sconfigge le tenebre e, nel caso dell’America, essa incarna il compito del popolo americano di liberare le altre nazioni dal giogo della tirannia.

Questo impegno, che ha più i connotati di un ordine morale che di una missione, viene riassunto nel concetto di “manifest destiny”, che oggi  si traduce nell’obbligo, che gli Stati Uniti sentono di avere, di intervenire per ristabilire su scala mondiale i principi – espressi nella Dichiarazione d’Indipendenza – della libertà, della democrazia e dell’uguaglianza nonché il diritto naturale alla felicità e all’autoaffermazione, riportando la luce laddove la tirannia e l’egoismo hanno avuto il sopravvento.

Un’immagine che si collega alla luce e al faro è quella della “città sulla collina”, di origine biblica:

[…] non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.[9]

Questo passo del Vangelo di Matteo ci è utile per capire il legame che unisce il beacon alla city upon the hill. La montagna, la collina e, in un senso più vasto, le altezze “sono il luogo in cui la terra si alza, si solleva, si tende verso il cielo […] in cui la divinità scende e incontra l’uomo. (La montagna , o nel nostro caso la collina) è la scala favolosa che offre (all’uomo) un inizio di realizzazione ai suoi sogni”[10].

Nell’immaginario collettivo americano la città costruita sopra la collina è la realizzazione della Gerusalemme Celeste: il culmine della dottrina puritana che faceva coincidere con la ricostruzione della Città Santa l’inizio di una nuova era in cui il popolo americano si sarebbe posto come guida morale, spirituale e politica per il mondo intero.

Come per il faro, questa immagine è stata più e più volte reiterata nei discorsi dei politici:

[…] For we must consider that we shall be as a city upon the hill, the eyes of all people are upon us; […] .[11]

[…] I’ve spoken of the shining city all my political life, but I don’t know if I ever quite communicated what I saw when I said it. But in my mind it was a tall proud city built on rocks stronger than oceans, wind-swept, God-blessed, and teeming with people of all kinds living in harmony and peace, a city with free ports that hummed with commerce and creativity, and if there had to be city walls, the walls had doors and the doors were open to anyone with the will and the heart to get here.[12]

In questo discorso di Reagan del 1984 è lampante l’immagine che l’America ha di sé quale società forte, splendente davanti al resto del mondo (un altro richiamo al beacon), salda davanti alle forze della natura e, cosa più importante, benedetta da Dio. Un luogo in cui si realizzano i sogni e le speranze non solo di una nazione, ma anche di tutti coloro che hanno la “volontà e il cuore di entrare (per le sue porte)”[13].

La città sulla collina, luogo sviluppatosi sotto lo sguardo paterno e benedicente di Dio, nutrito dalla fede, dai sogni, dalle speranze e dall’inventiva del popolo americano, è l’unico luogo in cui si può realizzare l’american dream: il concetto che, insieme al manifest destiny a cui abbiamo già accennato, costituisce il binomio su cui si fonda l’immaginario collettivo statunitense.

L’ultima, ma non per questo la meno importante, immagine che analizzerò sarà quella dell’aquila e del volo. Quando si pensa agli Stati Uniti d’America una delle immagini che subito cattura la nostra immaginazione è l’aquila: la regina incontrastata dei cieli e delle foreste americane, il volatile che non teme di attaccare anche animali più grossi come i puma o i lupi.

Quella dell’aquila, come la luce, è una delle immagini che costituisce l’humus dell’immaginario umano, essendo diffuso più o meno in tutto il pianeta; non esiste popolo che non sia rimasto incantato dalla sua maestosità di questo volatile e non gli abbia riservato un posto nella sua iconografia.

Molte sono le culture che rintracciano un legame tra questo animale e la luce: nei bestiari medioevali si diceva che l’aquila di volare verso il sole senza dover chiudere gli occhi, altre tradizioni la identificano con il sole e come il simbolo della vittoria della luce sulle tenebre e del bene sul male, l’evangelista Giovanni apre il suo Vangelo parlando della Luce che viene nel mondo e la tradizione cristiana abbina al santo l’aquila.

L’aquila è inoltre il simbolo di Giove, padre degli dei, e le insegne imperiali erano costituite da un’aquila ad ali spiegate. Essa è immagine di Cristo risorto e della nobiltà: nel 1688 lo storico dell’araldica A.G. Böckler mise in relazione le parole tedesche adler (= aquila) e adel  (=nobiltà) affermando che dall’aquila imperiale derivava il prestigio del popolo tedesco.

Presso i nativi americani l’aquila aveva un significato importante, infatti essa veniva identificata con il sole che era non solo fonte di luce, ma anche di vita. La religione sciamanica degli indiani d’America considerava l’aquila un animale protettore che, appollaiato sui rami degli alberi, vegliava e si poneva come un rimedio contro tutti i mali.

Il volo dell’aquila, poi, evocava il volo sciamanico e le esperienze estatiche che uno stregone, nel corso della sua vita, compiva per avvicinarsi ed entrare nel mondo degli spiriti. Presso i Paviotso vi era l’usanza di toccare il capo di un malato con un bastone a cui era attaccata una piuma che, lo sciamano del villaggio, aveva personalmente tolto all’aquila. L’aquila simboleggia la libertà, l’indipendenza nonché la potenza e l’attitudine alle armi, connotati che riconducono ai valori e alle eccellenze della nazione americana.

La bandiera del Messico e alcune monete rinvenute ad Agrigento, risalenti al 413 a.C, mostrano un’aquila intenta ad affrontare un serpente o, in alcune versioni, un drago. Questo uccello è quindi il simbolo della lotta contro il male, battaglia che, fin dalla sua nascita, è stata con orgoglio portata avanti dalla nazione americana.

Se pensiamo all’aquila viene naturale pensare al suo planare elegante e all’idea del volo. Il volo è da sempre l’espressione della libertà e della volontà di superare i propri limiti. Avendo dato i natali ai fratelli Wright l’America ha spezzato quel limite che teneva l’uomo incollato a terra.

Tra gli eroi del vecchio mondo nessun mortale aveva mai spiccato il volo e gli unici che ci provarono, Bellerofronte e Icaro, vennero puniti con la morte[14]. Gli eroi, o per meglio dire, i supereroi del Nuovo Mondo hanno invece tra le loro peculiarità il volo. Che sia grazie a mutazioni genetiche, gioielli della tecnologia o perché progenie di un altro pianeta, i supereroi dei comics americani vivono le loro avventure tra il cielo e la terra, tra i marciapiedi e lo skyline delle metropoli americane segnando in modo netto il punto di rottura con quegli eroi figli di una tradizione vecchia e ormai dimenticata.

*Jo

.: NOTE :.

[1] Eroe: […] nel mito classico, uomo nato da una divinità e da un mortale, dotato di eccezionali virtù e autore di gesta leggendarie.  (cfr. Il grande dizionario Garzanti della lingua italiana).

[2]  Tullio Avoledo, “Dall’Odissea ai fumetti, La necessità dell’epica, Dal racconto della società alle tendenze culturali ecco come una striscia spiega la complessità dei tempi”, Il Corriere della sera, 18 novembre 2013,  pp. 24 -25.

http://comunicazionetestuale.wordpress.com/intro/havelock/ Vedi anche ( 4 – 12 – 2013).

http://en.wikipedia.org/wiki/Eric_A._Havelock Vedi anche  ( 4 – 12 – 2013).

[3] http://ilparere.net/2011/12/23/rubriche/roba-da-ragazzi/la-mitologia-moderna-del-fumetto/ Vedi anche (5 -12 -2013).

[4] Per approfondire si vada a: http://www.skewsme.com/disney_propaganda.html#axzz2mYNJRgBZ Vedi anche (5 -12 -2013).

[5] Si pensi ai due raggi di luce che, l’11 settembre del 2004 in occasione del Patriot Day, illuminarono la notte newyorkese in omaggio alle vittime del World Trade Center.

[6] Statement by the president in his Address to the Nation.

http://www.whitehouse.gov/news/releases/2001/09/20010911-16.html Vedi anche  (5 -12 -2013).

[7] http://www.youtube.com/watch?v=3lTebQWbNIQ  Vedi anche  (5 -12 -2013).

[8]  Hans Biederman, Knaurs Lexicon der Symbole, (1989), trad. it. Enciclopedia dei Simboli, Garzanti, Milano, 1999, p. 274.

[9] Cfr. Mt 5,14-16

http://www.lachiesa.it/bibbia.php?ricerca=citazione&Citazione=Mt+5&Cerca=Cerca&Versione_CEI2008=3&VersettoOn=1 Vedi anche  (6- 12- 2013).

[10] Cfr. De Champeaux Gérard, Dom Sebastien Sterckx, I simboli del medioevo ( Introduction au monde des symboles,  Zodiaque, St. Léger Vauban, Francia, 1972.) editoriale Jaca Book Spa, Milano, 1981. p. 188.

[11]  http://religiousfreedom.lib.virginia.edu/sacred/charity.html Vedi anche  (6- 12- 2013).

[12] http://en.wikipedia.org/wiki/City_upon_a_Hill Vedi anche ( 7 -12 – 2013).

[13] Ibid.

[14]Cfr. Gislon Mary, Palazzi Rosetta, Dizionario di mitologia e dell’antichità classica, Zanichelli, Bologna, 1997,

  1. 67 – 227.
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