Dark Academia: corrente estetica o sindrome dell’epoca d’oro?

Nata su TikTok e Tumblr durante la pandemia da Covid-19, la web subculture della Dark Academia ha velocemente invaso internet grazie a casse di risonanza come Pinterest e Instagram, raggruppando intorno a sé un folto numero di ammiratori, esteti e amanti della moda anni ’20, ’30 e ’40.
Nonostante la Dark Academia abbia principalmente influenzato il settore della moda, questa tendenza non può essere ridotta ad una mera corrente estetica né la si può circoscrivere ad un fenomeno social caratterizzato da pantoni scuri, oggetti vintage e suggestioni nostalgiche.

Fulcro della Dark Academia sono la consapevolezza dell’importanza dell’istruzione e l’esaltazione della cultura classica e delle materie umanistiche; declinati in una passione ardente e totalizzante per lo studio di materie prevalentemente letterarie e, più raramente, scientifiche.
A livello superficiale questa attitudine si traduce con un interesse per la lettura, specialmente dei classici, e le discipline filosofico letterarie. Ad un livello più profondo e conscio, invece, l’approccio Dark Academia mira a rendere l’esperienza dello studio qualcosa di assoluto in cui mente e materia si fondono portando l’individuo ad estraniarsi dal mondo e dalla realtà circostante. Lungi dall’essere fine a se stesso, questo metodo è propedeutico al processo di crescita interiore e perfezionamento che costituisce l’essenza più profonda della Dark Academia.
Per quanto affascinante, questo modus operandi non è stato risparmiato dai giudizi negativi che si sono prevalentemente concentrati proprio sull’eccessiva esaltazione dell’apprendimento e della teoria a scapito, per esempio, dell’attività fisica o della naturale alternanza tra sonno e veglia.
Nel criticare la Dark Academia, il suo stile e la filosofia che vi sta dietro, è bene tenere a mente il contesto storico e sociale in cui questa corrente ha iniziato ad affermarsi: un periodo in cui migliaia di giovani sono stati contemporaneamente costretti, a causa della pandemia e delle misure di contenimento attuate nei vari paesi, a vivere l’università e la scuola lontani da ambienti stimolanti come atenei e aule scolastiche subendo, di contro, un’autentica invasione tecnologica che ha disumanizzato e sterilizzato il processo di apprendimento compromettendo i rapporti e le interazioni sociali.
L’onnipresenza di dispositivi elettronici e il loro uso sfrenato hanno portato gli affiliati della Dark Academia a formulare una critica all’utilizzo delle nuove tecnologie ree, secondo questa corrente di pensiero, di aver esaltato il futuro, la tecnica e il digitale a svantaggio di uno stile di vita maggiormente incentrato sulla cultura, l’introspezione e la ricerca del bello e del buono.
Dal punto di vista estetico e grafico la corrente della Dark Academia si compone di elementi e suggestioni romantiche e tendenzialmente nostalgiche: una vecchia edizione di un romanzo, una candela ed una un orologio ed una bella penna stilografica sono, in genere, sufficienti a ricreare queste atmosfere melanconiche e la reperibilità di questi oggetti ha sicuramente favorito la diffusione e il successo di questo tipo di aesthetics.
Essendo una corrente nata in ambito accademico/scolastico, le ambientazioni che maggiormente si prestano come cornici sono edifici antichi, atenei e istituti, giardini e qualsiasi altro luogo di gusto classico e neoclassico, vittoriano, rinascimentale e leggermente gotico.
Per rispettare i canoni della Dark Academia, il leit motiv deve essere presente tanto all’esterno, quanto all’interno ricreato con mobili antichi, suppellettili vintage e un inventario di oggetti e decorazioni che richiamino lo stile a cui si fa riferimento.
Vecchi orologi da taschino o gioielli, vecchie edizioni di romanzi o cataloghi delle collezioni dei musei più prestigiosi sono solo alcuni degli elementi che maggiormente ricorrono nei feed etichettati come #DarkAcademia su Instagram e Pinterest.
Per quanto riguarda il guardaroba, invece, la moda Dark Academia riprende tanto nelle tinte, quanto nelle fogge e nelle fantasie le divise scolastiche delle accademie e dei college inglesi ed americani. Uno stile classico che ha facilmente conquistato gli amanti delle gonne e dei pantaloni di tweed o principe di Galles, dei pullover e dei capispalla oversize, delle camicie bianche e delle scarpe stringate.
Per quanto riguarda la scelta cromatica, la Dark Academia si avvale principalmente di tinte autunnali spaziando sulle numerose sfumature del marrone e dell’arancione, del verde, molto raramente del blu, e del nero; usate per creare contrasto con colori decisamente più chiari come le diverse tonalità del bianco e del grigio.

Come già ampliamente spiegato, la Dark Academia si distingue dalle altre sub culture nate sui social per via della sua esaltazione del passato e il suo strizzare l’occhio ad un mondo scevro di quell’inquinamento tecnologico che, soprattutto in seguito alla pandemia, è diventato ancora più onnipresente e invasivo tanto in ambito scolastico/accademico quanto lavorativo.
Nonostante la patina di fascino che ammanta questo movimento, è pressoché impossibile non notare alcuni difetti.
Sorvolando sulle accuse di white washing e di eurocentrismo (che sono piuttosto fini a loro stesse), uno degli aspetti che forse rende meno apprezzabile questo stile è la sua vocazione elitaria: lo stile Dark Academia fa infatti riferimento ad ambientazioni aristocratiche ed esclusive ed è mirato a sensibilizzare i propri affiliati sul “privilegio” nel ricevere una buona istruzione. Questo atteggiamento esclusivo si ripercuote anche sulle attività classificate come Dark Academia che comprendono sport considerati “di nicchia” come il canottaggio, gli sport equestri e il golf; ed attività prevalentemente culturali come, ad esempio, il lettering o gli scacchi.
Altra critica, oltre a quella già presentata sull’eccesso di studio a scapito di altre attività, è stata rivolta al rigetto che i membri di questa corrente di pensiero sembrano avere nei confronti della tecnologia e dei social, salvo poi utilizzarli per condividere i propri scatti ed outfit.
La repulsione del presente,unita all’idea romantica che le cose fossero più belle, se non addirittura migliori, in un tempo ormai passato, alimenta la cosiddetta sindrome dell’epoca d’oro: un atteggiamento connaturale della psicologia umana che tende a mitizzare i fasti di un’epoca passata e a fantasticare su di essa senza tenere conto degli aspetti negativi se non addirittura pericolosi.
D’altro canto, la corrente Dark Academia cerca di sensibilizzare sull’importanza tanto dello studio e della conoscenza, quanto sull’introspezione e sulla crescita personale: pratiche che, in un mondo scandito da ritmi sempre più frenetici, sono difficili da coltivare con costanza.
Altro aspetto molto interessante, e tutt’altro che scontato, è la versatilità di questo stile che può essere adottato indistintamente dagli uomini e dalle donne a prescindere dall’etnia di appartenenza.

In ambito letterario, quanto in quello cinematografico e delle serie tv è importante fare una distinzione tra le opere che rievocano l’estetica Dark Academia e quelle che sono effettivamente rappresentative, per via delle tematiche affrontate, della trama e dei personaggi, di questa corrente.
I romanzi di Donna Tartt, tra cui si annoverano The Secret History (= Dio di Illusioni), The Goldfinch (= Il Cardellino), sono considerati da tutti i capostipiti del genere Dark Academia; mentre romanzi come Ninth House (=La nona casa) di Leigh Bardugo, Raven Boys di Maggie Stiefvater ed Harry Potter di J.K.Rowling rievocano solamente le atmosfere e le ambientazioni Dark Academia.
Per quanto riguarda i film, quelli maggiormente rappresentativi del genere sono Dead Poets Society (= L’attimo Fuggente), The Emperor’s Club (= Il Club degli imperatori), Monalisa Smile, Kill Your Darlings (= Giovani ribelli) e, per il leit motiv, Midnight in Paris.
Serie tv con ambientazioni Dark Academia possono considerarsi The Queen’s Gambit (= La regina degli scacchi), Riverdale, Legacy, Fate The Winx Saga.

Un’ulteriore precisazione va fatta sui generi letterari e cinematografici che rientrano nella Dark Academia.
Nonostante molte delle opere sopra elencate abbiano elementi gotici/fantastici o siano ambientate in luoghi immaginari, la Dark Academia non è da intendere né come una sfumatura del genere fantasy né di quello gotico, così come è sbagliato declinare questa corrente come una sottocategoria del genere period, nonostante molte aesthetic facciano riferimento alla società vittoriana e inglese tra ottocento e novecento

*Jo

Il contratto reale

.: SINOSSI :.

Lui non è il solito Principe Azzurro e lei non è la solita ragazza ricca, di buona famiglia
che mira a fama e potere.
Henry è lo scapestrato della corona danese, un ribelle che non è mai stato interessato alle questioni
di stato.
Lady Selene è la pecora nera della famiglia. Ha un carattere impulsivo e non pensa prima di parlare,
causando spesso imbarazzo ai suoi genitori.
Cosa può succedere quando una persona che tenta di fuggire dal proprio destino e una che cerca di
saldare i conti con il proprio passato, sono costretti a legarsi per tutta la vita?
Un viaggio alla ricerca di se stessi, del coraggio e della fiducia, da affrontare con qualcuno che mai
avrebbero voluto al loro fianco.
Tra litigi, pregiudizi e attrazione, dovranno decidere se afferrare o no la mano che il destino ha
deciso di porgere.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Innanzitutto, ringraziamo l’autrice per essersi fidata di noi e averci regalato una copia del suo primo libro Il contratto reale. Alcune dovute premesse prima di addentrarci nella recensione vera e propria: purtroppo né io né Jo siamo mai state delle grandi fan del genere Romance o Romantic comedy quindi, anche se non ci tiriamo mai indietro, non siamo il pubblico migliore.
Bando alle ciance, iniziamo.
E’ innegabile: il romanzo è scritto piuttosto bene. Nonostante sia “categorizzato” come Romance, Ilaria Merafina riesce ad alternare scene romantiche a siparietti comici rendendo la lettura frizzante ed interessante: soprattutto nella prima metà del romanzo, quando i protagonisti sono ancora tutti da scoprire e l’autrice poteva sbizzarrirsi con descrizioni e simpatiche esagerazioni, avevo davvero molta voglia di continuare a leggere.
Lo stile di scrittura è adatto al genere. Le descrizioni, non rare, si sciolgono in fantasiose e romantiche iperboli stuzzicando la fantasia del lettore a volte anche con immagini innovative. Coloriti sono soprattutto gli epiteti che i due protagonisti si riservano a vicenda. Alcuni degli insulti, che poi sono sempre molto tranquilli perché il libro non è affatto volgare, fanno veramente ridere: posso solo immaginare quanto debba essere spassoso avere l’autrice come amica e parlarle del mascalzone (la parole sarebbe un’altra ma non si può dire sull’internet) che ci ha spezzato il cuore.
In generale, Ilaria è messa piuttosto bene sul fronte “scrittura”. Ci sono alcune ingenuità, sia di trama che di scrittura, che possono essere sistemate, ma non è niente di tragico.
Parere strettamente personale: non amo eccessivamente il salto dal punto di vista della protagonista a quello del protagonista, ma mi rendo conto che sia un escamotage tipico del genere romance e quindi devo accettarlo.
I personaggi sono interessanti e hanno buon margine di evoluzione. In questo primo romanzo conosciamo in particolare Selene e Henry, rispettivamente una lady e il principe ereditario. Costretti al matrimonio, che non desiderano, ai due viene dato del tempo per conoscersi ma le conseguenze sono a dir poco disastrose. Henry in particolare è combattuto tra l’amore che prova per la sua ex fidanzata, Isabel, e la curiosità che prova nei confronti di Selene. Ho apprezzato questa particolarità che crea un bel contrasto, soprattutto inizialmente: il problema arriva quando questo contrasto potrebbe essere superato, a quel punto Henry scivola nella testardaggine capricciosa risultando un po’ antipatico. Selene invece è più apprezzabile: nasconde un mistero e il lettore vuole davvero scoprire quale sia, la curiosità è innegabile.
Per quanto riguarda la trama, le intuizioni dell’autrice sono buone: ci sono stati alcuni momenti in cui la narrazione è stata molto originale ed incalzante; purtroppo lo sprint iniziale si infrange quando i due protagonisti si trovano soli e confinati tra le mura del castello. In questa seconda parte, la trama si fa statica e la sparizione delle comparse (la mia preferita era Soby!) fa zoppicare un po’ la lettura. Avevo apprezzato molto l’idea di far aprire i due protagonisti quando Selene indossava una maschera (letteralmente, ma non spoilero il perché), così come forse avrei apprezzato di più uno sviluppo “giallistico” in cui i due si sarebbero dati da fare a scoprire il mistero che si nascondeva dietro l’allontanamento di Isabel. Sarà materiale per i prossimi capitoli della trilogia? Sarebbe interessante.
Per concludere, il mio voto è un 7.5/10. La saga, pur non essendo perfetta, ha un buon margine di miglioramento: bisogna tenere presente che questa è la prima esperienza di scrittura di Ilaria. La lettura intriga e incuriosisce e credo che nel suo genere sia un testo decisamente interessante. Consiglio la lettura? Sì, se vi piace il romance e avete voglia di provare qualcosa che, pur essendo ambientato ai giorni nostri, ha lo spirito e il sapore di una romantica avventura d’altri tempi.

*Volpe

Radicalized. Quattro storie del futuro

.: SINOSSI :.

Cory Doctorow è uno dei grandi narratori del nostro prossimo futuro. Spietati e pieni di compassione, i quattro racconti che compongono Radicalized gettano uno sguardo implacabile sulle contraddizioni laceranti di quella stessa umanità che, nonostante tutto, potrebbe ancora salvarci.
Per esempio. Insegnare ai figli dei vicini come hackerare i loro elettrodomestici andati in blocco dopo il fallimento della casa produttrice può farti rischiare decine di anni di carcere. Oppure. L’American Eagle, il supereroe campione di verità e giustizia, si è accorto che la polizia ha l’abitudine di commettere abusi su persone innocenti, nascondere le prove e mentire al riguardo. E ancora. L’assicurazione sanitaria della moglie di Joe si rifiuta di pagarle nuove terapie. Joe comincia a passare sempre più tempo su un forum online e poco dopo iniziano gli attentati. Infine. Una fortezza nel deserto, attrezzata con cibo, armi e antibiotici. Trenta eletti che sopravvivranno al grande crollo e ne usciranno pronti a ricostruire. Perché loro sono quelli intelligenti. E niente può andare storto.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Nei quattro racconti racchiusi in Radicalized, Doctorow esaspera alcuni problemi della società americana – ma per due di questi racconti potremmo dire semplicemente “società” – contemporanea portando davanti al lettore mondi diversi dal nostro ma perfettamente plausibili. A tratti, l’autore sembra volerci mettere in guardia da quello che potrebbe succedere se non agiamo ora, se non fermiamo una macchina che corre più in fretta di noi.
Mi sono sentita coinvolta dalla scrittura, semplice ed evocativa, e invogliata a continuare a leggere grazie ai temi trattati con sagacia e originalità: una pagina tirava l’altra e tutti i racconti finivano sempre troppo presto.
Per essere un po’ più completi, analizzerò brevemente i racconti uno per uno.

Il primo racconto, Pane non autorizzato, è una feroce critica al capitalismo. Nel mondo di Pane non autorizzato, più si è poveri più si è obbligati pagare per ciò che i ricchi hanno di diritto. La protagonista è Salima, una giovane immigrata. Dopo aver passato anni a lavorare come una schiava in un campo profughi in America, ha finalmente trovato un lavoro stabile e una casa tutta sua nella parte povera delle Dorchester Towers. Parte povera? Sì, un lato dell’edificio da cui si entra da una porta sul retro, in cui gli ascensori funzionano solo se gli inquilini “dall’altra parte” non ne hanno bisogno e in cui gli elettrodomestici ti obbligano a comprare prodotti autorizzati dalla ditta. Elettrodomestici che, come verrà chiarito nel racconto, neanche i produttori comprerebbero ritenendoli assolutamente degradanti.
Pane non autorizzato è il più lungo dei quattro racconti ed è sicuramente quello meglio strutturato, si ha la sensazione di avere tra le mani un romanzo breve più che un racconto lungo. L’adrenalina non manca, la trama è avvincente. Salima è un personaggio complesso che, nonostante sia dotato di un forte spirito di ribellione, è perfettamente consapevole delle conseguenze delle sue azioni. I suoi dubbi diventano facilmente quelli del lettore e il coinvolgimento è assicurato.

Minoranza Modello è un racconto incentrato sul razzismo. Sebbene ad una prima lettura il testo possa sembrare piuttosto semplice, ossia una storia in cui un supereroe alieno scopre che anche lui può diventare vittima di odio, Doctorow è stato bravo a nascondere più significati tra le pagine di Minoranza Modello. Il protagonista “Super” della storia è un personaggio che sbaglia moltissimo: Doctorow mostra come non siano sufficienti la buona volontà e il desiderio di fare del bene per essere nel giusto. Bisogna anche sapere come fare per essere di aiuto alla causa che si è presa a cuore e, soprattutto, bisogna lasciare guidare queste battaglie a chi combatte per se stesso.

Radicalizzati è il racconto più pesante e più difficile da digerire di tutta la raccolta. La moglie di Joe è malata di cancro, un cancro trattabile ma l’assicurazione sanitaria si rifiuta da pagare cure che ritiene troppo costaste e sperimentali. In pratica, l’assicurazione sanitaria di Joe la condanna a morte.
Le vicende del racconto portano Joe a trovarsi diviso tra l’amore che prova per la sua famiglia e la rabbia per quella che è, a tutti gli effetti, una vera e propria ingiustizia. Doctorow con questo racconto stuzzica la morale del lettore portandolo a chiedersi cosa farebbe lui se fosse nella stessa situazione di Joe. Bisogna avere uno stomaco di ferro per sopportare la lettura fino all’ultima sillaba. Chiaramente, qui Doctorow ha elaborato una pesante critica al sistema sanitario statunitense che, basandosi prettamente sul denaro, risulta particolarmente inefficiente.

La maschera della morte rossa, è l’ultimo racconto della raccolta e il più complicato da analizzare. In questo caso, Doctorow ci porta nella testa di un personaggio insopportabile nella sua boria e nel suo egocentrismo. Convinto che la fine del mondo arriverà presto e che il solo modo di salvarsi è chiudersi in un Bunker, Martin escogita un piano che sulla carta è assolutamente infallibile. Trenta tra le menti più brillanti di Phoenix (limitato come raggio d’indagine, non trovate?) si chiuderanno a Fort Doom pronti a ricominciare quando l’apocalisse sarà passata. La critica qui è più sottile: Doctorow invita chiunque si creda superiore agli altri a farsi un bel bagno di umiltà.

Do alla raccolta un bel 9/10, l’ho trovata una lettura stimolante anche se l’eccessivo ammontare di tecnicismi era, a tratti, fastidioso. Alcuni racconti avrebbero meritato di essere trasformati in romanzi brevi, un po’ come Doctorow ha fatto con Pane non autorizzato. Soprattutto, ho apprezzato che l’autore spinga a pensare e ragionare su temi importanti di attualità cui sia adulti sia adolescenti dovrebbero dare la giusta importanza. Per me è stata una lettura perfetta: ho alle spalle anni di studi di economia e politica con un focus abbastanza importante sull’immigrazione e la parità di genere, inoltre ho avuto modo di fare un tirocinio con una agenzia che si occupa di politiche della salute. Insomma ero proprio “sul pezzo” ed era difficile che questa raccolta non mi prendesse. Ho apprezzato il modo in cui Doctorow analizza il divario tra ricchi e poveri, il problema dell’immigrazione e le assurdità del sistema sanitario americano: ho trovato tra le sue parole assurdità a cui io stessa avevo fatto caso, solo che se le avessi scritte io non sarebbe uscito un libro così bello.
Non è un libro facile da leggere, non posso nemmeno dire che si legga “con piacere”. E’ un libro che, personalmente, ho amato ma è crudo e a tratti molto pesante: ammetto senza alcuna difficoltà che il racconto “Radicalizzati” mi ha messa a dura prova trattando un argomento che in questo momento mi colpisce da vicino. L’autore sviscera attentamente comportamenti e pensieri umani spingendo il lettore a chiedersi cosa deve fare per scampare al terribile destino che Doctorow ci riserva.
Ringrazio Oscar Vault per averci inviato la copia per la recensione.

*Volpe

Cose che succedono la notte

.: SINOSSI :.

Questo libro è fatto di buio e di neve. Di un treno nella notte, e di una coppia senza nome che scende in una stazione deserta del Grande Nord. Di un immenso, lussuoso albergo nel cuore di una foresta. Delle sue stanze chiuse, dei suoi infiniti corridoi, dell’isola di luce del suo bar. Dei suoi ambigui ospiti – una vecchia cantante che tutto ha visto, e un losco uomo d’affari con un suo crudele disegno. E ancora, di un sinistro orfanotrofio, e di un enigmatico guaritore. Non tutti gli scrittori avrebbero saputo trasformare questa materia in un avvincente, misterioso romanzo. Ma Peter Cameron, questo nel tempo lo abbiamo imparato, è uno scrittore a parte.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Cose che succedono la notte è un romanzo difficile da giudicare perché è anche difficile da leggere e da capire.
E’ un sogno ad occhi aperti. Il lettore è catapultato nell’opaca, davvero non trovo un aggettivo migliore, vita di un uomo e di una donna che rimangono volutamente anonimi e si muovono in una ambientazione lasciata completamente all’immaginazione. Non si tratta di pigrizia ma di un efficace espediente che contribuisce al complessivo senso di estraniamento.
E’ davvero un libro “fatto di buio e di neve” come promette la quarta di copertina: tutte le scene sono caratterizzate da una tetra malinconia. In un certo senso sembra di essere spettatori di un film muto in bianco e nero dove tutto prende vita solo quando uno dei protagonisti mette piede della stanza.
Il treno che accompagna i due protagonisti fino alla remota località dove hanno prenotato un albergo sembra trasportarli dalla nostra realtà ad una completamente diversa, un po’ come l’auto che in Midnight in Paris porta il protagonista negli anni venti. Solo che, in questo caso, nessuno dei due trova dall’altra parte un sogno: ad aspettarli c’è la tetra realtà di quello che entrambi hanno ignorato per troppi anni. Allo stesso modo, quando il treno esce dalla bolla di irrealtà in cui li ha catapultati, anche la narrazione riprende colore e vigore, come se qualcuno avesse colorato la pellicola.
Come dicevo all’inizio della recensione, è difficile spiegare bene tutto quello che questo romanzo mi ha lasciato perché credo sia uno di quei rari libri che regalano a ciascun lettore un’esperienza diversa.
Come lettrice mi sono sentita profondamente a disagio: avevo la sensazione di stringere tra le dita l’anima di due persone e di spiarle nei loro momenti più intimi e vulnerabili. E’ un romanzo che mi ha fatto profondamente arrabbiare, non perché fosse brutto o perché non sia riuscito, al contrario: mi sono adirata perché era la perfetta rappresentazione di un fallimento.
Le vite dell’uomo e della donna suonano come una lunga bugia e la loro reciproca ritrosia nell’affrontare i problemi dà loro il colpo di grazia. E’ irritante come entrambi i personaggi siano profondamente egoisti e nascondano dietro questo individualismo tutte le proprie colpe.
La fine della lettura lascia sensazioni contrastanti: se da una parte ci si rende conto che quello è il solo finale davvero plausibile, dall’altra mi sono sentita insoddisfatta come se qualcosa mancasse. Però, credo che il profondo senso di mancanza che si sente a fine lettura sia esattamente quello che Cameron voleva trasmettere. Dunque, complimenti, non era semplice.
Lo stile è semplicissimo, scarno e crudo. Cameron ha scelto di togliere le virgolette ai dialoghi rendendo la narrazione ancora più straniante. I personaggi sono pochi e, pur essendo a mala pena abbozzati, hanno una loro strana profondità che attira il lettore. Le pagine volano e improvvisamente ci si trova alla fine del libro anche se lo si è appena iniziato. Non è un romanzo in cui si ha un buono e un cattivo, perché sensazioni positive e negative sono efficacemente mescolate per dare al lettore qualcosa che sia profondamente vero e infinitamente malinconico.

Il voto che mi sento di dare è 8/10, con un po’ di onestà devo ammettere di non essere certa di averlo capito appieno. Come ho già detto, si tratta di un libro con molteplici livelli di lettura che lascia ad ogni lettore qualche cosa di diverso.
Non è stata una brutta lettura, ma è stata malinconica e a tratti quasi deprimente. Il libro racconta esattamente quello che il titolo promette: parla di tutte quelle cose che succedono la notte. Lo consiglio a chi ha voglia di tuffarsi in un romanzo intimista e scuro, a chi non ha paura di soffrire ritrovando se stesso nell’abile penna di Cameron.

*Volpe

Fate: Winx Saga ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.

Nascosta in un mistico mondo parallelo, la scuola di Alfea addestra le fate nelle arti magiche da migliaia di anni. Bloom, studentessa della scuola, è una fata diversa dalle altre: la ragazza è infatti cresciuta nel mondo degli esseri umani, e, nonostante abbia un animo gentile, dentro di sé nasconde un forte potere magico in grado di distruggere entrambi i mondi. Per gestirlo, Bloom deve controllare le proprie emozioni, ma la cosa si potrebbe rivelare complicata dovendo anche fare i conti con le questioni adolescenziali.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Chi, come la sottoscritta, ha visto nascere le Winx rimarrà un po’ deluso da questa trasposizione che, di fatto, mantiene solo i nomi (e non tutti) e alcune peculiarità dei protagonisti rispetto alla serie originale.
Il risultato è apprezzabile, ma non eccellente: l’ambientazione, i personaggi, persino alcune battute e situazioni sembrano essere state copiate ed incollate da altre serie tv con il risultato che, in generale, sembra di avere davanti qualcosa di già visto e già sentito.
Le fatine glitterate, i cavalieri con la versione economica delle spade laser e le streghe amanti delle tute il lattex cedono il posto a personaggi decisamente meno sprovveduti, con vizi e virtù e privi di quell’innocenza che, ammettiamolo, era credibile per un cartone animato ma avrebbe decisamente lasciato a desiderare in una serie tv young adult.
L’episodio pilota, tra citazioni pop e battute che cercano di ammiccare al femminismo ma falliscono miseramente (Il signore delle mosche viene ribattezzato La signora delle mosche random), è intrigante e getta le basi per uno sviluppo di trama avvincente sulla falsa riga delle vicende trattate nella serie animata. Peccato che gli altri cinque episodi distruggano a colpi di accetta la credibilità di un prodotto che cerca di affrontare tematiche anche interessanti (bullismo, omofobia, bodyshaming per citarne alcuni), ma fallisce miseramente riducendosi all’ennesima brodaglia di situazioni riciclate da altri film e serie tv e personaggi che non sono intelligenti e non si applicano nemmeno.
Girata prevalentemente in Irlanda, la saga può contare su location davvero mozzafiato pregne della magia dei paesaggi irlandesi. Tuttavia, il college di Alfea è stato disegnato e realizzato in modo da sembrare un ibrido architettonico tra lo Xavier Institute, la Sword&Cross (Fallen Saga ndr) e Hogwarts: agli autori piacevano le citazioni, ma il troppo stroppia.
Ciò che manca a questa serie tv è lo spessore: i personaggi, gli elementi dell’intreccio, l’ambientazione non vengono minimamente approfonditi e, alla fine, si finisce per guardare con un po’ di rimpianto alle Winx originali con i loro costumini disegnati dallo stesso stilista di Trilli.
L’approfondimento psicologico dei protagonisti è inesistente e ogni personaggio risulta essere una caricatura di se stesso: c’è il bulletto, la dark, il bello ed ingenuo, la secchiona, quella che crede che tutto il mondo ce l’abbia con lei per motivi che solo lei sa, e così via.
Non esiste una trama né un intreccio e il viaggio dell’eroe si riduce ad un girotondo dove non mancano crisi adolescenziali e situazioni al limite non solo della credibilità ma dell’intelligenza (va bene essere giovani e ribelli, ma tutto ha un limite).

Intorno a questa serie tv si è detto e discusso molto a partire dal titolo: Fate the Winx Saga o Fate (= Destino) The Winx Saga? Ai posteri l’ardua sentenza.
La serie Netflix sulle Winx non è una serie low budget, ma di fatto la sensazione che si ha è quella: effetti speciali che lasciano un po’ a desiderare, una location che inquadra sempre le stesse quattro stanze, dialoghi che sembrano essere stati riciclati da altri film e serie tv e che, nel tentativo di modernizzare le Winx originarie, le appiattiscono.
Ovviamente, non sono mancate le polemiche e i sociali si sono accaniti accusando la produzione di whitewashing e di discriminazione verso le popolazioni latinoamericane e asiatiche che, nella serie originale, erano rispettivamente rappresentate da Flora e Musa.
Purtroppo, sì sa, la polemica è diventata lo sport nazionale di tanti e, personalmente, non ho trovato né discriminatoria né razzista la scelta di sostituire Flora con Terra che, nome mal tradotto a parte (Gea o Gaia sarebbero stati perfetti), cerca di mettere fine ad una tradizione televisiva e cinematografica in cui le ragazze “formose” erano ridotte a macchiette comiche o a pulcini indifesi in adulazione di chiunque rivolgesse loro cinque secondi di attenzione.
Un discorso analogo può essere fatto per Musa che, pur mantenendo alcune somiglianze con il personaggio originario (la passione per la musica e la perdita della madre), è stato rivoluzionato ed approfondito creando qualcosa di nuovo e, tutto sommato, gradevole.
Come compatriota delle Winx originali di Igino Straffi e della Rainbow, posso dire che mi è dispiaciuto vedere completamente cancellate quei dettagli che rendevano la serie “italiana” come, ad esempio, la città di origine della protagonista che da Gardenia (una città fittizia potenzialmente nostrana) è stata cambiata in una località californiana in modo da non perdere la presa sul pubblico internazionale. In generale la miscellanea di elementi appartenenti a tradizioni differenti, come i changelling di origine irlandese, si riduce ad un potpourri culturale dove tutto è conta ma niente è davvero importante e che, considerata la cornice gaelica in cui è ambientata la serie, suona come l’ennesima occasione brutalmente mancata.
Il voto che mi sento di dare alla serie è 5/10: alcuni elementi sono carini e attuali, ma in generale la serie sembra solo l’ennesimo teen drama come tanti altri.

*Jo

14 curiosità su San Valentino

Prima che un nuovo dpcm decida di ribattezzare il 14 Febbrario “La festa dei congiunti” e sperando di vedere solo rose rosse e non altre zone rosse, ecco a voi una selezione delle tradizioni e delle curiosità più insolite sulla festa degli innamorati.

1. UN PO’ DI STORIA
La festa di San Valentino ha origini antichissime, addirittura risalenti all’antica Roma. Prima di essere il patrono degli innamorati, Valentino era un vescovo che predicò e praticò la fede cristiana sotto l’imperatore Aureliano, accanito persecutore dei cristiani. Sul martirio circolano numerose storie, ma la più toccante, non che quella che spiega perché egli sia divenuto il protettore degli innamorati, è sicuramente quella secondo cui Valentino sarebbe stato giustiziato per aver unito in matrimonio la cristiana Serapia e il legionario romano Sabino.

2. AMOR CH’A NULLO AMATO…
Durante il medioevo, in Inghilterra, la festa di San Valentino era attesa con impazienza dai giovani e dalle fanciulle dell’alta società. Durante questa ricorrenza uomini e donne estraevano da un cappello un biglietto su cui era vergato il nome del cavaliere o della dama con cui avrebbero dovuto ballare; per evitare brogli, questi cartigli venivano poi appuntati alle maniche del vestito in modo che tutti potessero sapere chi avrebbe danzato con chi. Questo rito sopravvive ancora nei modi di dire inglesi: “to wear your heart on your sleeve” (=”indossare il cuore sulla manica”) significa palesare al proprio innamorato sentimenti che gli altri hanno già intuito.

3. AMORE SACRO E AMORE PROFANO
Celebrati nel cuore dell’inverno, quando i lupi affamati si avvicinavano ai pascoli e la primavera cominciava a bussare alle porte, i Lupercali (o Lupercalia) erano festeggiamenti tipici dell’Antica Roma in onore del dio Fauno Lupercus: il protettore delle greggi e del bestiame. Durante queste feste, che anticamente attiravano tanto i pagani quanto i neonati cristiani, l’amore veniva celebrato nel suo aspetto più passionale e non mancavano episodi di libertinaggio.
Nel febbrario del 496, papa Gelasio abolì questa festa pagana e nominò il vescovo e martire Valentino patrono degli innamorati, sperando così di porre fine agli sfrenati e decisamente poco morali festeggiamenti di origine latina.

4. PAESE CHE VAI …
Se nei paesi europei ed anglofoni il 14 febbraio è da tempo immemore il giorno degli innamorati, lo stesso non vale per gli altri paesi.
In Brasile, per esempio, gli innamorati devono aspettare il 12 giugno per festeggiare. A vegliare sulle giovani coppie è, infatti, Sant’Antonio (protettore degli animali) da loro venerato come il patrono dei matrimoni.
In Giappone la festa si volge in due tempi: il 14 febbrario le donne regalano ai loro uomini dei cioccolatini, preferibilmente fatti in casa, ed esattamente un mese dopo, nel Giorno bianco, questi ricambiano regalando dei cioccolatini rigorosamente bianchi.
In Cina, ad inizio agosto, si celebra la festa di Qixi che ricorda la triste storia della la fata Zhinu e del contadino Niulang che pagarono il loro amore venendo trasformati in due stelle perennemente divise dalla via Lattea. Tuttavia, settimo giorno del settimo mese lunare, secondo il calendario cinese, il muro di stelle che separa i due amanti si abbassa e Zhinu e Niulang possono abbracciarsi.

5. … USANZA CHE TROVI
Non in tutti i paesi San Valentino gode della fama di patrono degli innamorati. In Russia la festa di San Valentino non è celebrata e solo chi è in procinto di convolare a nozze o è già unito in matrimonio può festeggiare l’8 luglio la festa di Petr di Murom e Fevronija: i protettori, secondo il culto ortodosso, della felicità familiare, dell’amore e della fedeltà.
Decisamente peggio va agli “sfortunati amanti” del Pakistan, non trovando la festa di San Valentino coerente con la fede islamica, le autorità locali hanno deciso di bandirla.

6. UN ANELLO PER …
In Irlanda la festa di San Valentino si mescola con le radici gaeliche del paese. Certo non mancano rose rosse e cioccolatini, biglietti e dichiarazioni d’amore; ma l’amore in Irlanda non può essere celebrato senza il Claddagh Ring. Le origini di questo gioiello sono incerte e le leggende che ne raccontano la creazione molteplici; ciò che non cambia, tuttavia, è la forma del Claddagh che, sia esso forgiato come anello o come pendente, è composto da due mani (l’amicizia) che sorreggono un cuore (l’amore) sormontato da una corona (la fedeltà duratura). Indossare un Claddagh Ring, tuttavia, non è facile e per evitare figuracce è bene informarsi prima su come posizionarlo.
Le persone single devono metterlo alla mano destra con la punta del cuore rivolta verso le dita, i fidanzati devono indossarlo sulla sinistra con la punta del cuore rivolta verso le dita, mentre gli sposi devono portarlo alla mano sinistra con la punta del cuore rivolta verso il polso.

7. ROSE ROSSE PER TE…
La rosa rossa è il fiore simbolo dell’amore vero ed eterno. Questo fiore, infatti, era anticamente sacro alla dea Venere: dea dell’amore e madre di Eros. Se le rose rosse dovessero scarseggiare ci sono molti altri fiori su cui si può ripiegare per promettere amore eterno.
Il garofano, per esempio, è un fiore fortemente legato alla passione e al desiderio carnale (in inglese, infatti, si chiama carnage): un garofano singolo significa “amore puro”, mentre una coppia di garofani rossi indica “amore puro e ardente”.
Se, invece, volete cogliere la palla al bazzo e fare una proposta di matrimonio nel giorno degli innamorati, un bouquet di fiori d’arancio ed edera è l’ideale per voi.

8. I NUMERI NON MENTONO
Tra fede e superstizione, cabala e coincidenze ecco un simpatico gioco matematico con cui stupire la vostra dolce metà.
La festa di San Valentino venne istituzionalizzata il 14 febbraio del 496 d.C, se si sommano i singoli numeri 1,4,2,4,9,6 si ottiene il numero 26 e sommando nuovamente le due cifre (2+6) si ottiene 8: il numero che, rovesciato, è il simbolo dell’infinito e dell’amore eterno.

9. IL GIORNO DELL’AMORE
Notoriamente San Valentino è la festa degli innamorati, ma non tutti i paesi riconoscono agli amanti l’esclusività di questa festa.
In America, fin dalla scuola materna, è usanza scambiarsi le “Valentine”: biglietti a forma di cuore e con frasi romantiche che possono essere indirizzate ad una persona cara.
Nel Sud America, invece, il 14 febbrario è il “Día del amor y la Amistad” (= il giorno dell’amore e dell’amicizia) ed è molto simile alla festa finlandese di “Ystavanpaiva” (=giorno degli amici). In Danimarca, invece, è usanza regalare agli amici dei fiori bianchi chiamati “snowdropos”, mentre gli olandesi preferiscono condividere un cuore di liquirizia.

10. PRENDERE PER LA GOLA
Molte storie d’amore iniziano tra i fornelli: d’altronde chi mai direbbe di “no” ad un partner capace di sfornare manicaretti gustosi ogni giorno diversi? Se, tuttavia, essere Master Chef Italia non rientra tra i vostri obbiettivi per il 2021, potete sempre ripiegare su dei cioccolatini o qualche dolcetto. In questo periodo le case dolciarie di tutto il mondo danno il meglio di sé mettendo in commercio versioni speciali o confezioni a forma di cuori e di rose. Già dal 1800 alcuni medici consigliavano il consumo di cioccolato e, recenti studi, hanno effettivamente dimostrato che, grazie alle sostanze nutritive presenti, il cioccolato è un ottimo alleato del benessere fisico e mentale.

11. LETTERS TO…
Forse non tutti sanno che è possibile scrivere una lettera a niente popodimeno che Giulietta Capuleti. A Verona, infatti, esiste un vero e proprio ufficio postale gestito dalle “segretarie di Giulietta” che raccolgono le storie e le lettere delle coppie e delle innamorate che scrivono a Giulietta per confidarsi o chiedere consigli per impedire che il loro amore si trasformi in tragedia. Secondo le stime fatte dal Juliet Club (l’associazione a capo dell’iniziativa), in occasione di San Valentino sono oltre mille le lettere che vengono scritte a Giulietta e altrettante le risposte inviate dalle sue efficentissime segretarie.

12. AMORE ED AMORINI.
Non solo cuori e rose, grazie a Geoffrey Chaucer, autore de I Racconti di Canterbury, Eros diventò a sua volta uno dei patroni, pagani, della festa degli innamorati. Nel poema The Parliament of Fowls (=Il Parlamento degli Uccelli) scritto in occasione del matrimonio fra Riccardo II e Anna di Boemia, l’autore traccia un collegamento tra la figura di Eros e San Valentino. Da allora, raffigurato come un putto alato o un angioletto e con il nome di “Cupido”, Eros volteggia sopra la festa degli innamorati scoccando le sue frecce e facendo sbocciare l’amore.

13. VUOI SPOSARMI?
Sì stima che, il giorno di San Valentino, oltre 220mila coppie si scambino una proposta di matrimonio. Questi numeri, per quanto alti, sono un nulla in confronto al numero di matrimoni celebrati il 14 Febbraio. In alcuni paesi, come ad esempio le Filippine, questa data è talmente richiesta dalle coppie che si organizzano matrimoni “di massa” con cerimonie tenuti in luoghi come teatri, stadi e anche centri commerciali.

14. AMORI ANIMALI
Gli amici a quattro zampe non sono, ovviamente, esclusi dai festeggiamenti e sono molti i padroni che decidono di fare anche al proprio amico animale un pensiero per San Valentino.
Si stima che in America, il 14 febbraio, vengano spesi 751.3milioni di dollari in regali per animali e, in effetti, non è difficile trovare sul mercato, oltre a giocattoli ed accessori, cioccolatini e dolcetti fatti appositamente per cani e gatti in modo da non nuocere al loro organismo.

*Jo

Volpe 8

.: SINOSSI :.

George Saunders torna con una novella, un apologo in forma di lettera che va dritto al cuore del problema della convivenza fra umani e animali, del rapporto fra la natura e i suoi abitanti. La storia è narrata da un peloso quattrozampe entrato in contatto con i cosiddetti esseri civilizzati. Una volpe gentile e sognatrice che con il suo candido sguardo riesce nell’impresa di commuovere, divertire e far riflettere con la sua originalissima e improbabile eloquenza. “Volpe 8” è un racconto comico e crudele, semplice e profondo. Una lettura attraverso la quale vedere il mondo come se fosse la prima volta.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un’idea interessante, purtroppo mal tradotta.
Questo è il pensiero che lascia la lettura di Volpe 8, una fiaba firmata George Saunders.
In primo luogo, il target non è chiaro: sebbene la storia, abbastanza semplice, abbia la giusta profondità per essere apprezzata da un pubblico di bambini, lo stile di scrittura lo rende sconsigliabile a persone che senza una buona preparazione grammaticale.
In un tentativo di creare una storia innovativa, Saunders ha scritto un romanzo il cui focus centrale sono gli errori grammaticali: Volpe 8 è scritto interamente dal punto di vista di una Volpe che ha imparato il linguaggio “Humano” ascoltando una madre raccontare le fiabe ai suoi bambini.
Il problema di questo esercizio di scrittura è che in inglese aveva senso, in italiano fa solo venire il mal di testa. In originale, l’autore ha scritto le parole così come si pronunciano (un esempio? “Human” diventa “Yuman”; “Food” diventa “Fud”); in italiano, invece, gli errori non hanno alcuna logica: per esempio, il verbo avere è scritto “o” o “a” quando dovrebbe essere scritto “ho” o “ha” (e fin qui ci stava), ma prende improvvisamente la “h” in “havevamo”. Gli errori, soprattutto quando sono parte della parlata dei personaggi, devono essere coerenti tra loro: non basta apostrofare una parola in modo totalmente casuale (Esempio: “prot’eggere”) o inserire una h (una lettera MUTA che il protagonista non può aver SENTITO proprio per definizione) all’interno delle parole (Esempio: Erhba) per dare la sensazione che qualcuno abbia imparato una lingua da poco e solo ascoltandola.
Non posso dare la colpa esclusivamente al traduttore, anche la casa editrice ha un certo grado di responsabilità per aver approvato questa traduzione come versione finale: alcuni testi hanno bisogno di un lavoro molto accurato e approfondito che qui, evidentemente, è mancato.
In inglese un testo sgrammaticato che ha il suo centro su errori causati dalla pronuncia è semplice, in italiano è molto più difficile perché la maggior parte delle parole si leggono così come si scrivono. I modi, tuttavia, c’erano (Esempio banalissimo: “l’erba” poteva essere scritto “lerba”, a suono può sembrare una parola unica; eliminare le doppie; errori di concordanza tra maschile e femminile; coniugazioni verbali errate) ma non sono stati sfruttati in favore di errori più eclatanti ma assolutamente senza senso.

Di per sé, la storiella non è niente di eccezionale né in positivo né in negativo. Di fiabe simili, in cui gli animali apostrofano gli umani affinché questi migliorino e smettano di essere crudeli non solo tra loro ma anche con la natura, ne esistono a bizzeffe: la reale innovazione di Volpe 8 era la scrittura che, come vi ho già ampiamente descritto, in italiano perde qualsiasi senso.
Unica nota positiva, e riconducibile all’autore, è che effettivamente si ha la sensazione che il libro sia stato scritto da qualcuno che ha appena imparato una lingua e sta cercando di farsi capire: le frasi sono brevi e semplici, non ci sono descrizioni né pensieri chissà quanto profondi, Volpe 8 ha imparato le parole che è riuscito ad intuite e le sta riutilizzando al meglio per scrivere una lunga e accorata lettera.

In inglese, la storia merita un 7/10, premiando l’originalità dello stile e la simpatia del protagonista piuttosto che quella della trama, in italiano il voto cala drasticamente arrivando a risicare un 5/10. Mi dispiace, perché un metodo così originale di scrittura avrebbe meritato di essere trattato meglio.

*Volpe

Bridgerton

.: TRAMA :.

La serie, ambientata in una utopica Età della reggenza inglese, narra le vicende della famiglia Bridgerton: la madre Violet, Lady Bridgerton; i suoi quattro figli Anthony, Benedict, Colin e Gregory e le sue quattro figlie Daphne, Eloise, Francesca e Hyacinthe. Altra famiglia protagonista sono i Featherington, composti da: la madre Portia, Lady Featherington; suo marito, il barone; le tre figlie Philippa, Prudence e Penelope. Siamo nell’alta società londinese nella stagione in cui le giovani donne cercano marito e le madri sono in fermento, intente a trovare una buona sistemazione per le proprie figlie. Protagonista della prima stagione è Daphne Bridgerton che, al debutto nell’alta società, incontrerà il duca di Hastings, Simon, scapolo ambìto e amico di suo fratello Anthony. Per eludere politiche matrimoniali svantaggiose per entrambi, fingeranno di instaurare un legame.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Bridgerton la serie del momento, tanto amata quanto criticata.
Tra le più viste da sempre, secondo Netflix, Bridgerton ha saputo incantare il pubblico con i suoi colori e la sua freschezza; ma la sua presunta mancanza di realismo ha irritato molti spettatori.

Bridgerton è una serie statunitense, la prima stagione è basata sul romanzo Il Duca e io, di Julia Quinn ormai praticamente introvabile: dopo aver divorato la serie tv, uno stormo di fan è corso ad acquistare ogni singola copia esistente. Un bel colpo per Julia Quinn: dopo vent’anni di attesa si vede riconosciuto un discreto successo.
Il romanzo, e quindi il telefilm, è un harmony: ruotando attorno alla ricerca, da parte delle giovani protagoniste, di un marito, la trama non è altro che il racconto di una travagliata storia d’amore. Il pregio di questo racconto è la presenza di Lady Whistledown, una misteriosa dama pronta a rivelare al mondo, con ironia e uno spiccato senso dell’umorismo, gli scheletri nell’armadio delle nobili famiglie londinesi.

Se vi aspettate una serie televisiva sullo stile dei romanzi di Jane Austen, rimarrete inevitabilmente delusi: i romanzi sono stati scritti nel 2000 e, figli del nuovo millennio, raccontano in modo a dir poco spregiudicato la vita matrimoniale. Come è naturale, certe cose capitano oggi come capitavano allora, ma le acrobatiche avventure tra le lenzuola descritte in Bridgerton fanno sorridere lo spettatore per la loro assurdità. Del resto, come ho già sottolineato, si tratta di un Romance Storico: scene eccessivamente avventurose ed esplicite sono quasi un obbligo in questo tipo di letteratura.
Pur non arrogandomi il diritto di definire quanto accurata o meno sia la serie televisiva rispetto al periodo storico in cui è ambientata, sono sicura gli autori si siano presi non poche libertà nella rappresentazione dell’età della Reggenza: tra i “dettagli” più anacronistici spiccano l’elevatissimo numero di nobili di colore (impossibile, non solo improbabile, in un periodo in cui erano ancora presenti sia il colonialismo sia la segregazione razziale); i tacchi a spillo (ma la chiameremo “scelta editoriale”); la colonna sonora che, talvolta, si prende moderne libertà e trasforma un ballo in una festa dal sapore quasi liceale; la boxe, praticata dal bel Duca di Hastings, che fa somigliare il protagonista maschile più a Christian Grey che a Mr. Darcy.

Tutto questo, dunque, è un problema?
Sì, e no.
Sì, perché in nome del politically correct un periodo storico è stato preso e ribaltato fino ad essere svuotato della sua oggettiva realtà.
No, perché comunque non è una serie televisiva da prendere sul serio. Guardata con la giusta superficialità, è una serie che permette di passare qualche ora tranquilla a godersi una storia piacevole e spensierata. Lanciarsi in spietate critiche riguardo alla presunta mancanza di accuratezza storica è abbastanza inutile: penso che rendere la serie tv il più simile possibile all’epoca storica in cui è ambientata fosse proprio l’ultimo dei pensieri dei suoi creatori. Bridgerton è una serie che non viene guardata né per la trama e tantomeno per l’ambientazione storica: viene guardata perché è una storia d’amore con la giusta tensione che, tutto sommato, funziona.
Parlo per cognizione di causa. Ascoltando i pareri di chi ha davvero amato Bridgerton, ci si rende conto che la maggior parte di essi ruotano tutti attorno ad un unico argomento: il duca di Hastings. Il resto della trama sembra scomparire di fronte alla sua presenza che ha letteralmente conquistato le (ed i) fans. Regé-Jean Page, il giovane attore che interpreta il duca, è ancora molto acerbo e non è dotato né di particolare bravura né di chissà quale espressività. E’ anche vero che è stato rinchiuso nello stereotipo del belloccio dannato e misterioso, ruolo che non dà molte possibilità di mostrare il proprio talento. Però è riuscito comunque, con il suo fisico e la sua aria misteriosa, a conquistarsi le simpatie del pubblico diventando quasi un sex symbol; pare che la scena in cui lecca un cucchiaino, di cui mi ero totalmente dimenticata ma che una conoscente mi ha ricordato con molto ardore (e prove fotografiche), sia stata molto provocante per alcuni spettatori.
Phoebe Dynevor, la giovane Daphne, promette piuttosto bene: riesce a coinvolgere lo spettatore con le sue emozioni, per esempio le urla di quando scoppia a piangere in teatro ancora mi echeggiano in testa.
I personaggi che ho amato, e che ho trovato ben interpretai dagli attori, sono stati: Penelope Featherington ed Eloise e Colin Bridgerton. I loro personaggi, nonché le loro sottotrame, sono quelle che ho trovato più interessanti e meglio studiate.

Il mio voto complessivo è un 7.5/10. Mentirei se non ammettessi di averla guardata con gusto, ma non penso che sia una di quelle serie tv che resteranno nella mia memoria per l’eternità. Divertente, leggera e piena di simpatica ironia, è uno show da guardare proprio come passatempo e soprattutto da non prendere sul serio! Non è una serie televisiva storica: è quasi reinterpretazione in chiave fantasy. E’ ambientata in un’epoca che somiglia alla reggenza ma non è la reggenza: qui, esiste una completa parità tra bianchi e neri; qui, una ragazza può permettersi di negare un “sì” a pretendenti non rifiutabili; qui, gli scandali svaniscono con la stessa facilità con cui sono venuti a crearsi; gli abiti sono reinterpretati in chiave moderna
Ciò che mi è piaciuto davvero molto dello show sono le ambientazioni: sarei rimasta ore ad osservare i dettagli dei palazzi, delle sale e dei negozi in cui si svolge la vicenda. Un’altra chicca è la totale mancanza di gusto, sia nei modi di fare sia nel vestire e nell’atteggiarsi, della famiglia Featherington: impossibile non sciogliersi in una risata!

*Volpe

La bastarda degli Sforza

.: SINOSSI :.

1463. In una Milano splendida e in subbuglio dopo l’ascesa al potere di Galeazzo Maria Sforza, tiranno crudele e spietato ma anche amante delle arti e della musica, nasce Caterina, figlia illegittima di Galeazzo, la quale fin da bambina dimostra qualità non comuni e uno spirito ribelle: impossibile imbrigliarla nell’educazione che sarebbe appropriata per una femmina, ama la caccia, la spada, la lotta.
Una sola regola sua nonna Bianca Maria riesce a inculcarle nell’animo: la necessità, per una nobildonna, di pagare il privilegio della sua nascita accettando il proprio destino, qualunque esso sia, per il bene del casato cui appartiene, anche a costo di tradire la propria natura. Per questo, quando è costretta a nozze forzate per salvare il ducato da una pericolosa guerra scatenata dal papa Sisto IV, Caterina subisce il matrimonio e, con esso, gli orrori perpetrati dal marito, che si rivela tanto violento quanto pavido e imbelle.
Quando però, dopo la morte improvvisa di Sisto IV, loro protettore, si troverà coinvolta in una serie di feroci scontri tra gruppi di potere e opposte fazioni, il suo palazzo assalito e distrutto, la vita sua e dei figli in gravissimo pericolo, ritroverà lo spirito battagliero e il coraggio indomabile di un tempo e combatterà come e meglio di un uomo, lasciando un segno così indelebile nella vita di chi la ama e di chi la odia da guadagnarsi l’appellativo di Tygre.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La scrittura di Carla Maria Russo non delude mai: poetica ed avvincente, senza scadere nel pomposo o perdersi dietro mille orpelli, riesce a descrivere con una prosa elegante tanto la grazia quanto la brutalità dell’essere umano regalando affreschi che commuovono, provocano o generano ribrezzo a seconda delle immagini immortalate sulla pagina.
Il romanzo è da intendere come una composizione di cori battenti: un primo narratore è esterno e a lui è affidato il compito di descrivere ora la corte di Milano, ora i palazzi romani o i giochi di potere architettati nelle residenze delle nobili famiglie fiorentine o romagnole; il secondo è un solista che, calandosi nelle vesti di Caterina Sforza, racconta gli eventi dal punto di vista della protagonista arricchendo, o almeno provandoci, la narrazione. Ogni capitolo è quindi diviso in due parti: una scelta che non solo spezza il ritmo, ma rende davvero difficile cogliere tutte le sfumature dei personaggi ad eccezion fatta per Caterina Sforza.
Quando, ormai 10 anni fa, lessi Hunger Games, apprezzai la scelta del narratore in prima persona e trovai l’espediente vincente per permettere al lettore di immedesimarsi nei panni di Katniss (il mio punto di vista cambiò leggendo gli altri due capitoli della trilogia). Come ho già detto, l’alternarsi di narratore interno ed esterno non giova al ritmo della storia: il risultato è un testo zavorrato dove un tentato approfondimento psicologico della protagonista si riduce ad un incensare, decantare, enfatizzare ed esagerare i tratti di Caterina Sforza fino a rendere il personaggio antipatico annientando così ogni possibilità di empatizzare con lei.
I personaggi “buoni” con Caterina, o che hanno la fortuna di rientrare tra le sue grazie, sono descritti come uomini e donne senza macchia e senza paura: perfetti sotto ogni punto di vista.
I personaggi, al contrario, che ostili alla “bastarda degli Sforza” sono invece puntualemente descritti come scialbi, fisicamente non appetibili (perché è risaputo che per essere intelligenti si debba essere belli come il sole) e privi di pregi o qualità.
L’ultima volta che ho accettato una divisione così netta, che non rende oltretutto pienamente giustizia a personaggi storici come Galeazzo Maria Sforza, Papa Sisto o Francesco Pazzi, è stata durante la lettura di Harry Potter al liceo e ho trovato questa caratterizzazione superficiale e fine a se stessa.
I tratti caratteriali di Caterina vengono ripetuti e ribaditi ad ogni pié sospinto.
La sua bravura con le armi viene decantata in ogni capitolo.
La sua astuzia e il suo estro vengono lodati ogni tre pagina e se, per sbaglio, l’attenzione sembra spostarsi per qualche riga su un altro personaggio, una comparsa appare strategicamente per riportare l’attenzione sulla protagonista (a questo link trovate contenuti multimediali che rendono meglio l’idea).

Il voto che mi sento di dare è 7/10: dopo la lettura de Il cavaliere del giglio avevo aspettative altissime su questo romanzo; aspettative che, purtroppo sono state deluse facendomi arrancare fino all’ultima pagina.
Appellandomi a quello che Pennac indica come secondo diritto del lettore, ho saltato a piedi pari intere parti del romanzo concentrandomi sulle pagine scritte in terza persona che permettevano comunque di capire l’avanzamento di trama senza doversi subire l’ennesima elogia su Caterina Sforza ridotta, in queste pagine, più ad una protagonista di Young Adult che non alla Tygre di Romagna.
La scrittura è impeccabile (l’unico appunto è sulle parti in dialetto forlivese dove l’autrice ha usato un po’ di fantasia nel trascrivere parole e modi di dire della zona) e riesce a salvare in zona cesarini il romanzo.
La mia curiosità su Caterina Sforza non è affatto soddisfatta e, nonostante questa lettura sia stata più un buco nell’acqua che non un piacevole passatempo, resto impaziente di scoprire qualcosa di più su questo personaggio storico.

*Jo

Prom ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.

Prima di finire il liceo, Emma e Alyssa vogliono solo una cosa: andare al ballo di fine anno, e andarci insieme. Un desiderio quasi impossibile se il prom (il ballo studentesco appunto) è in una località sperduta, Edgewater dello sperduto Indiana, a andarci in coppia vuol dire dichiarare la propria omosessualità. Emma vive dalla nonna da quando i genitori l’hanno cacciata di casa dopo il suo coming out. E l’afroamericana Alyssa, che ancora non si è dichiarata, è sotto il giogo della madre che ha grandi aspettative sociali. Emma allora prende tempo, compra due biglietti per il ballo, per sé e per una ragazza misteriosa. Ma anziché aiutare Alyssa, questo scatena il caos; e tra pettegolezzi, atti di bullismo e genitori indignati, il tanto atteso prom rischia di saltare. Finché la notizia della rivolta di questa anonima ragazza dell’Indiana arriva alle orecchie di un cast di stelle di Broadway il cui ultimo musical Eleanor su Eleanor Roosewelt è durato un solo giorno massacrato da critiche negative. Le stelle sono Dee Dee Allen e Barry Glickman , cui si unisce la corista Angie. L’idea è di accorrere opportunisticamente in aiuto di Emma e tornare ad avere le luci della ribalta.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

L’adattamento Netflix di Prom non è sicuramente destinato a far parte del pantheon dei più celebrati musical, tuttavia le tematiche trattate riescono a colmare egregiamente le grosse lacune lasciate dalla musica e dalla sceneggiatura.
Meryl Streep e Nicole Kidman ribadiscono ancora una volta il loro talento dando nuovamente prova delle loro abilità canore. Tuttavia, per la maggior parte del film, i loro personaggi, Dee Dee e Angie, sembrano la versione senior di altri personaggi portati in vita dalle attrici in altri lungometraggi e contesti e questo, purtroppo, dà un retrogusto un po’ stantio all’interpretazione delle due artiste.
Le due protagoniste convincono a tratti: la loro caratterizzazione è essenziale e, per quanto in un primo momento riescano a creare empatia e simpatia, alla lunga risultano prive di spessore e incastrate in situazioni non sempre credibili.
L’altro grosso neo del musical è la colonna sonora. Prom non ha una canzone iconica, un motivetto che, al pari di Do You hear the people sing?, City of stars o This is me (rispettivamente da Les Miserables, Lalaland, The Greatest Showman); sia orecchiabile e facilmente memorabizzabile e canticchiabile. In generale il lungometraggio sembra un patchwork di stili e melodie forse più adatte ad una serie tv come Glee che non ad un musical.

Il voto che mi sento di dargli è 7/10.
Se il lungometraggio non pretendesse di essere un musical (buone le intenzioni ma a malapena sufficente l’adattamento) probabilmente avrebbe avuto un giudizio più alto, ma tanti piccoli e grossi difetti hanno decisamente inciso sul mio giudizio che viene salvato in zona Cesarini dalla tematica affrontata nel lungometraggio.
Di film denuncia sull’omofobia ce ne sono molti e, a fronte di una maggiore sensibilizzazione su questo tema, l’argomento viene sempre di più affrontato e declinato in modi diversi spostando l’attenzione sulle sue tante sfaccettature.
Prom cambia approccio e non segna, come tanti suoi predecessori, un confine tra “loro” e gli “altri”, tra etero e omosessuali, bianchi e neri, etc …; ma al contrario cerca di ricucire uno strappo causato ed accentuato da anni di strumentalizzazioni che hanno a tratti anche incoraggiato il conflitto tra le due “fazioni”.
Il messaggio di Prom non è drastico né si arroga il diritto di giudicare ed etichettare chi, per convinzioni religiose o personali, non riesce ad accettare e apprezzare il diverso e il nuovo. Al contrario, l’insegnamento che trapela è quello di “amare il prossimo tuo” a prescindere da tutto e di riservargli il rispetto e l’amore che merita in quanto essere umano.

*Jo