Io, Caterina

.: SINOSSI :.

“Se scrivessi la mia biografia, stupirei il mondo”, ha detto Caterina Sforza. Figlia illegittima di Galeazzo Maria Sforza, Caterina ha dato prova del suo carattere già a dieci anni, quando si è proposta per diventare la moglie di Girolamo Riario, in sostituzione della cugina undicenne, giudicata troppo giovane per consumare il matrimonio. Dotata di una cultura vastissima, si è distinta in discipline considerate appannaggio esclusivo degli uomini, come l’alchimia, la chimica e le arti belliche. Dopo la morte del marito, ha governato da sola Imola e Forlì, guidando persino l’esercito in battaglia. Durante l’assedio della rocca di Ravaldino, non si è lasciata mettere con le spalle al muro da chi le aveva intimato di arrendersi, minacciandola di ucciderle i figli; al contrario, Caterina ha risposto sollevando la gonna e urlando: “Fatelo, tanto qui ho lo stampo!” Nella sua breve vita, Caterina ha fatto di tutto, tranne scrivere una biografia. Seicento anni dopo, è una sua discendente, Francesca Riario Sforza, a celebrare la straordinarietà della sua antenata in un romanzo che ci restituisce l’immagine di una donna in anticipo sui tempi, che non si è rassegnata al ruolo di moglie e madre, ma ha lottato per farsi strada in un mondo dominato dagli uomini. Una donna forte, indipendente e incredibilmente moderna.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Quello di Francesca Riario Sforza è un libro molto difficile da giudicare: se da una parte abbiamo una storia vera e dettagliata che accompagna il lettore a scoprire le vicende che hanno visto Caterina Sforza come protagonista, dall’altra abbiamo un testo di qualità discutibile in cui i difetti forse superano i pregi.
Nonostante la copertina riporti la dicitura “romanzo”, il libro somiglia più ad una raccolta di documenti riguardanti Caterina Sforza trascritti per essere fruibili dal grande pubblico. Come per ogni libro-cronaca, la lettura è pesante e purtroppo questo ha avuto un’influenza negativa sullo stile: pur di inserire i numerosissimi dettagli della vita della famosa contessa di Imola e Forlì, l’autrice ha perso completamente di vista la narrazione, tanto che il romanzo quasi non ha una trama. I dialoghi sono pochi e, quando ci sono, risultano un po’ improbabili; le descrizioni sono didascaliche e poco curate. Alcuni passaggi degni di interesse sono trattati dall’autrice in pochissime pagine, mentre altre curiosità, di cui però esisteva evidentemente più materiale, sono trattate con una dovizia quasi eccessiva.

Bisogna amare moltissimo il personaggio storico, e io vi assicuro che stimo molto quello che Caterina Sforza è stata al suo tempo, per arrivare volentieri alla fine del romanzo che, altrimenti, risulta pesante.
Purtroppo, lo stile infastidisce e non permette di apprezzare completamente una storia che potrebbe essere molto affascinante e, raccontata nel modo giusto, coinvolgerebbe il lettore dalla prima all’ultima riga. Forse per paura di recare offesa alla propria antenata, Francesca Riario Sforza si è astenuta dal rivisitare un po’ i documenti in suo possesso e renderli più adatti ad un romanzo.
Un pregio dell’autrice, invece, è quello di rendere umani e tangibili, in un certo senso di nuovo vivi, i personaggi storici che si muovono tra le sue pagine. Alla fine del libro sembra di aver avuto a che fare davvero con Caterina Sforza e tutti coloro che, per un motivo o per un altro, hanno condiviso la vita con lei.

Sulla trama non c’è molto da dire: trattandosi della vita di Caterina Sforza, gli episodi riportati sono realmente accaduti e riportati con molta precisione. Il problema è che manca un filo conduttore, dunque la storia è lasciata un po’ a se stessa e questo è un vero peccato soprattutto perché, come molti autori di romanzi storici hanno mostrato con la loro penna, scrivere storie vere in modo accattivante è possibile.
Nel complesso, credo il libro meriti un 7/10. Tenendo conto che non si tratta di un romanzo quanto di una cronaca con alcuni paragrafi romanzati, un lettore interessato a conoscere con precisione la vita di Caterina Sforza troverà in questo libro proprio quello che cerca.
Personalmente, l’ho trovato molto interessante, anche se avrei preferito uno stile più semplice e meno storiografico che, forse, mi avrebbe coinvolta di più. Conoscevo già, in parte, la vita di Caterina Sforza e ho trovato tra le pagine di Francesca Riario Sforza alcune curiosità che hanno gettato nuova luce sulla figura della contessa di Forlì.

*Volpe

Rovina e Ascesa

.: SINOSSI :.

“Disprezza il tuo cuore.” Era quello che volevo. Non volevo più essere in lutto, soffrire per qualche perdita o per i sensi di colpa, o per la preoccupazione. Volevo essere dura, calcolatrice. Volevo essere impavida. Fino a poco prima mi era sembrato possibile. Ora ne ero meno sicura.
L’Oscuro ha ormai esteso il suo dominio su Ravka grazie al suo esercito di creature mostruose. Per completare i suoi piani, gli manca solo avere nuovamente al suo fianco Alina, la sua Evocaluce. La giovane Grisha, anche se indebolita e costretta ad accettare la protezione dell’Apparat e di fanatici che la venerano come una Santa, non ha perso però le speranze: non tutto è perduto, sempre che un certo principe, sfacciato e fuorilegge, sia sopravvissuto, e che lei riesca a trovare la leggendaria creatura alata di Morozova, la chiave per liberare l’unico potere in grado di sconfiggere l’Oscuro e distruggere la Faglia. Per riuscirci, la potente Grisha dovrà tessere nuove alleanze e mettere da parte le vecchie rivalità. Nel farlo, verrà a conoscenza di alcuni segreti del passato dell’Oscuro che getteranno finalmente luce sulla natura del legame che li unisce e del potere che l’uomo esercita su di lei. Con una nuova guerra alle porte, Alina si avvia verso il compimento del proprio destino, consapevole che opporsi all’ondata di crescente oscurità che lambisce il suo paese potrebbe costarle proprio quel futuro per cui combatte da sempre.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Nel cercare le parole giuste per scrivere questa recensione mi sono resa conto che un finale, di qualunque tipo esso sia, è sempre un argomento difficile da trattare.
Rovina e Ascesa mette la parola fine alla storia di Alina Starkov e, per quanto questo finale sia stato dibattuto e osteggiato, l’ho trovato adeguato. Non è né il finale che desideravo, né che il finale migliore mai letto: rispetto all’arco narrativo e all’evoluzione dei personaggi, però, è stato coerente. Solo un particolare, che non rivelerò per evitare spoiler a chi non ha ancora letto il romanzo, mi ha fatto storcere il naso, per il resto è l’unico finale possibile che chiude in modo definitivo la narrazione senza lasciare domande senza risposta o questioni insolute.

Il romanzo si apre esattamente dove si era chiuso quello precedente e le prime pagine sono frenetiche e dinamiche: in questa prima parte il lettore più attento scoverà altre succulente informazioni su Ravka, che però purtroppo non verranno approfondite nel corso della narrazione. Al contrario dei precedenti volumi, questo non soffre della “sindrome dei capitoli intermedi”: la narrazione non rallenta mai, perché anche quando manca l’azione vera e propria il lettore è comunque sommerso da informazioni rilevanti ai fini della trama.
Un colpo di scena dietro l’altro, il lettore viene trascinato fino all’ultima pagina, ed è qui che si nasconde il vero problema del romanzo: la scena risolutiva dura poco più di mezza pagina e manca totalmente l’adrenalina che è stata invece promessa al lettore durante tutto il corso del romanzo. Nonostante ciò, ho amato come l’autrice ha deciso di risolvere la questione della Faglia: non me lo aspettavo affatto e lo ho trovato un espediente adatto alla narrazione che mi ha anche fatta commuovere.

Per quanto riguarda i personaggi, in questo terzo capitolo ho trovato molte conferme. Alina è un personaggio interessante, soprattutto perché esce dallo stereotipo che accompagna quasi sempre le protagoniste dello Young Adult. Ha un carattere ambizioso, determinato e nonostante sia stata portata a credere di essere diversa da chiunque altro, in questo romanzo si rende condo che essere diversi non vuol dire necessariamente dover restare soli.
Mal si conferma come un ottimo amico, comprensivo nonostante continui a faticare per capire Alina fino in fondo: a mio avviso in questo romanzo riuscirà a conquistare anche i suoi detrattori più feroci perché non ne sbaglia neanche una!
L’Oscuro per me è un punto interrogativo: da una parte l’autrice prova a far intravedere al lettore il suo aspetto più umano, dall’altra gli fa compiere azioni deprecabili. Se da una parte questo lo rende un personaggio complicato e dicotomico, dall’altra confonde un po’ il lettore che non sa come approcciarsi al personaggio: essendo il romanzo scritto in prima persona ed essendo che l’Oscuro compare molto poco, non si ha il tempo di capire davvero la sua personalità. Non ho provato rabbia o rancore nei suoi confronti, né tantomeno l’ho trovato intrigante e interessante: mi ha fatto solo una gran pena, lasciandomi anche un po’ indifferente, e temo non fosse quello che l’autrice voleva suscitare nel lettore.
Nikolai, che aveva già conquistato il mio cuore in Assedio e Tempesta, in questo romanzo si conferma come il mio personaggio preferito: finalmente vediamo anche le fragilità che nasconde dietro alla maschera di principe sagace, inventivo e pieno di speranza.
Ad essere onesta tutti i personaggi mi sono piaciuti, in quest’ultimo volume hanno preso spessore e la loro personalità ne è uscita rinvigorita nel bene o nel male.

In generale, penso che il romanzo si meriti un 8/10. La trilogia del Grishaverse si conferma, con il finale di Rovina e Ascesa, come una saga fantasy di qualità. L’autrice inserisce temi all’interno della sua narrazione (per esempio la scoperta di sé; il bisogno di imparare ad amarsi; la forza che nasce dall’accettare ciò che è diverso da noi) che, a mio avviso, sono molto importanti per i ragazzi e rendono il romanzo qualcosa in più di un semplice fantasy.
La Bardugo è migliorata tantissimo nella scrittura: se confrontiamo una pagina di Rovina e Ascesa con una di Tenebre e Ossa la differenza sarà lampante. Nel primo volume della saga la scrittura era “incerta”, un po’ zoppicante e troppo incentrata sui pensieri della protagonista a scapito del contesto; in quest’ultimo volume, invece, il lettore si trova davanti ad una scrittura limpida, interessante e coinvolgente che accosta descrizioni incantevoli all’interiorità della protagonista. Finalmente, mi è sembrato di ritrovare la Bardugo di Sei di Corvi, romanzo che mi aveva stupita soprattutto per lo stile e la chiarezza della scrittura.

*Volpe

I simboli della pasqua: storie e leggende sui simboli pasquali

La Santa Pasqua è la festa più importante della cristianità e viene celebrata al termine della quaresima: il periodo di digiuno ed astinenza che ricorda quello fatto da Gesù prima della sua passione e morte.
Come il Natale, o altre feste religiose cristiane e non, anche la pasqua ha i suoi simboli e, soprattutto in concomitanza con l’arrivo della primavera, nelle vetrine dei negozi cominciano a far capolino pulcini, gallinelle, coniglietti e uova decorate.
In questo articolo ho raccolto i simboli della pasqua: quelli più famosi, come il coniglio e il pulcino, e quelli meno conosciuti o misteriosi come il fuoco e la luna.

AGNELLO – La tradizione dell’agnello pasquale risale alla festa ebraica da cui la Pasqua cristiana è stata coniata. Prima che l’ultima piaga si abbattesse sull’Egitto uccidendo tutti i primigeniti maschi, Dio ordinò agli ebrei di procurarsi un agnello o un capretto, una volta compiuto un olocausto, di segnare con il sangue dell’animale lo stipite della porta così che, passando, l’angelo non avrebbe recato danno a quella famiglia. Per il popolo ebraico l’agnello, così mite ed indifeso, era l’animale sacrificale per eccellenza e Giovanni Battista, riconoscendo Gesù lungo le rive del Giordano, lo chiama “Agnello di Dio” per indicare quale sia la missione di Gesù e quale sarebbe stata la sua fine. L’agnello, presente molto spesso anche nel presepe e nelle rappresentazione della natività, è quindi un’allegoria di Gesù stesso che, umile ed ubbidiente, si consegna per essere crocifisso e portare la salvezza al mondo intero.

COLOMBA – Nella religione cristiana la colomba ha diversi significati e ricorre in più di un episodio della Sacra Bibbia: essa rappresenta lo Spirito Santo e, nell’Antico Testamento, era messaggera di buone notizie. Una colomba, infatti, annuncia a Noé la fine del diluvio universale e, recando con sé un ramoscello di ulivo, fa capire al profeta che la terra è tornata asciutta ed abitabile. La colomba, inoltre, è universalmente noto come uccello simbolo di pace e, anticamente, era sacro alla dea Venere. Ancora oggi, durante i matrimoni, molti sposi sono soliti liberare in volo una coppia di colombi simbolo non solo di purezza e rettitudine, ma anche di fedeltà.

PAVONE – Quando si pensa alla Pasqua, il pavone non è esattamente il primo animale a cui si pensa: in mezzo a creature semplici ed umili come agnelli, pulcini, colombe e coniglietti; il pavone, per quanto maestoso, stona non poco.
Nonostante la sua fama di vanesio, il pavone è uno dei simboli pasquali più antichi e suoi disegni sono stati ritrovati in più di una catacomba accanto a simboli ugualmente antichi come quello del pesce e dell’agnello.
Il pavone ha sempre affascinato gli uomini e dall’oriente all’occidente egli accompagna mogli di imperatori e regine non che Era/Giunone stessa: la regina degli dei. A questo uccello erano attribuite virtù e capacità divine ed è proprio da questo immaginario che i protocristiani si sono ispirati nell’adottare questo uccello come simbolo di vita e resurrezione: si credeva infatti che, una volta morto, le carni del pavone non andassero in putrefazione; anche il suo colore così sgargiante aveva un’origine “magica” dal momento che si riteneva che il pavone fosse in grado di uccidere e mangiare serpenti velenosi senza subire alcun danno e che fosse proprio il veleno a donare alle sue piume il colore blu che tutti conosciamo. Come Gesù, quindi, il pavone non conosceva la corruzione della morte e, così come Cristo ha dovuto prendere su di sé il male del mondo per portare la redenzione, senza tuttavia rimanerne danneggiato; il pavone poteva mangiare animali velenosi senza subirne l’effetto mefitico.
Il pavone è, infine, un simbolo solare: la sua coda aperta, infatti, è stata in più di una cultura paragonata ad un sole con tutti i suoi raggi.

ACQUA – L’acqua è uno dei simboli pasquali più misteriosi ed importanti. Durante la veglia pasquale, le letture si concentrano infatti su questo elemento con la lettura degli episodi biblici del diluvio universale e del passaggio del popolo ebraico attraverso il Mar Rosso (la prima pasqua): l’acqua viene quindi esaltata sia come calamità e forza distruttrice, ma anche come fonte di salvezza. Durante il periodo che precede la pasqua, vengono tradizionalmente impartite le benedizioni pasquali sia nelle case che negli ambienti di lavoro e, la notte del Sabato Santo, dopo aver benedetto il fonte battesimale, nelle cattedrali rette da un vescovo si celebrano i battesimi dei neocatecumeni: coloro che non hanno ricevuto questo sacramento da bambini. L’acqua ricorda, infine, la parola di Gesù che in più di un vangelo paragona la buona novella ad un’acqua capace di saziare la sete di giustizia, amore e verità che arde in ogni uomo.

FUOCO – Anche il fuoco e le candele hanno una parte importante durante la celebrazione della Pasqua: all’inizio della veglia pasquale, infatti, il sacerdote benedice il fuoco che servirà poi per accendere il cero pasquale poi utilizzato durante l’anno liturgico durante le messe e i riti più importanti. Nella religione cristiana il fuoco è un simbolo potente e molto evocativo. Lo Spirito Santo viene, sopratutto in occasione della Pentecoste, rappresentato come una fiammella e, in generale, il fuoco, usato sin dall’antichità per illuminare la notte, rappresenta la vittoria della luce (=Dio) sulle tenebre (=il diavolo) e, quindi, il trionfo del bene sul male. Sempre durante la veglia pasquale, il sacerdote porta in processione il cero pasquale appena acceso e proclama ad alta voce “Lumen Christi”: la luce di Cristo.

CAMPANE – Campane e campanelle sono un simbolo di novità o di avviso: i loro rintocchi scandiscono lo scorrere del tempo e, a seconda del modo in cui vengono suonate, portano buone o cattive notizie. Anticamente, quando un pericolo minacciava la comunità, le campane venivano fatte suonare in modo che la gente potesse mettersi al riparo o correre a prestare soccorso. Come a Natale, le campane della Pasqua suonano a festa e i loro rintocchi gioiosi annunciano al mondo la resurrezione di Gesù. Durante il triduo pasquale le campane vengono “legate” e non vengono suonate in segno di lutto per la passione e morte di Cristo: solo con l’annuncio del Sabato Santo e della Domenica di Pasqua le campane vengono finalmente liberate e la loro musica festosa torna a riempire le città. In Francia, per giustificare il silenzio delle campane durante i giorni del triduo, ai bambini viene detto che le campane sono volate a Roma e, la mattina di pasqua, sempre ai bambini spetta l’onore di correre alla finestra per sentire e verificare che le campane siano tornate ai loro rispettivi campanili.

LUNA – La luna non è uno dei simboli più noti della pasqua, ma merita comunque una menzione. Soprattutto nelle raffigurazioni medievali, sole e luna compaiono ai lati di Gesù in croce come a simboleggiare la partecipazione di tutto il creato al dramma della crocefissione. Ma il valore della luna nella pasqua cristiana è tutt’altro che marginale, anzi, è proprio lei a stabilire il giorno in cui deve cadere la pasqua cristiana.
A differenza di altre festività, come Natale o l’Assunzione, la Pasqua (e tutte le festività a lei connesse come la Domenica delle Palme e la Pentecoste) è una festività “mobile” e il giorno della celebrazione muta di anno in anno.
Il Concilio di Nicea del 325 stabilì che la Pasqua cristiana non doveva coincidere cona la Pesach, la Pasqua ebraica, e, per non evitare sovrapposizioni, venne adottato un sistema basato proprio sulle fasi lunari. Tradizionalmente, la Pesach viene celebrata quattordici giorno dopo il plenilunio di marzo, il Concilio di Nicea fissò il 21 Marzo come data per l’equinozio di primavera e stabilì che la pasqua cristiana venisse festeggiata la domenica successiva al plenilunio dopo l’equinozio di primavera. Nonostante questi accorgimenti, tuttavia, pasqua cristiana e pasqua ebraica possono comunque coincidere come è successo nel 2017.

UOVA – Le uova di pasqua sono l’aspetto più dolce di questa festività e grandi e piccini aspettano con ansia la domenica di Pasqua per poterle aprire e scoprire quali sorprese vi siano nascoste al loro interno. Sempre la tradizione vuole che la domenica di Pasqua si mangino le uova benedette e, spulciando in internet, si trovano ricette provenienti da tutte le regioni che spiegano come inglobare le uova benedette in torte, ciambelle ed altre pietanze.
L’uovo ha sempre stuzzicato la curiosità e la fantasia degli uomini che, abituati a vedere la vita nascere al termine di una gravidanza, ha sempre trovato curioso, se non misterioso, il processo che porta il pulcino a nascere apparantemente “da solo”.
L’uovo è un simbolo di vita e di resurrezione e il pulcino che nasce rompendone il guscio è allegoria di Cristo che esce dal sepolcro. Anche l’alchimia ha adottato questo simbolo che, nel linguaggio alchemico, indica le ampolle e i recipienti in cui avviene la trasformazione degli elementi. Tracce di questo collegamento tra l’uovo e la vita sono rintracciabili anche in scienza e in medicina. I misteri della fecondazione e della nascita hanno sempre affascinato medici e scienziati che, nel corso dei secoli, hanno cercato di capirne i segreti. Già nel 1600 si ipotizzava che, come le uccelli e rettili (così come le piante), anche i mammiferi avessero delle cellule uovo. Con la dottrina “ex ova omne vivum” (dalle uova nascono tutte le cose viventi) l’ipotesi della presenza di queste cellule scalzò le precedenti teorie sulla procreazione come quella della “generazione spontanea” o quella del “preformazionismo” e, nel 1928, venne per la prima volta attestata la presenza di cellule uovo, poi ribattezzate ovuli, in un essere umano.

ULIVO – L’ulivo è un simbolo di pace ed era sacro alla dea Atena. Racconta la leggenda che gli ateniesi, indecisi su chi dovesse essere il patrono della loro città, invocarono Poseidone e Atena che, per ingraziarsi il favore del popolo, portarono un dono ciascuno: Poseidone si presentò con un bellissimo cavallo e ne lodò la forza e il valore militare, mentre Atena, piantata la lancia nel terreno, offrì agli ateniesi un alberello gracile da cui pendevano piccoli frutti neri. Come la dea spiegò, si trattava di un ulivo: non il più imponente tra gli alberi, ma comunque utile perché con i suoi frutti gli ateniesi avrebbero potuto sia sfamarsi che illuminare le loro notti oltre, ovviamente, usarne il legno. Gli ateniesi scelsero, come suggerisce il nome, Atena e sulle vecchie 100 lire vi era raffigurata proprio la dea nell’atto di creare l’ulivo.
L’ulivo è un altro dei simboli pasquali più diffusi e, come per la colomba, la sua fama affonda le radici nell’Antico Testamento e nelle tradizioni del popolo ebraico. L’olio, ottenuto dalle olive, era usato per consacrare re e profeti e tutt’ora, durante i sacramenti del Battesimo, della Cresima (o Confermazione), dell’Ordine Sacro e dell’Unzione degli Infermi; il sacerdote unge chi riceve il sacramento con il crisma (o crismale): l’olio benedetto.
Un giardino di ulivi, chiamato Orto degli Ulivi o Getsemani, compare nelle letture del triduo pasquale ed è il luogo in cui avviene il tradimento di Giuda che segna l’inizio della passione di Cristo. A parte questo chiaro riferimento, non ci sono altri episodi che vedano protagonisti degli ulivi, tuttavia, durante la Domenica delle Palme, nelle chiese viene fatta la tradizionale benedizione dei rami di ulivo che i fedeli portano poi nelle case; si tratta di una “variazione sul tema”: considerata la scarsità di palme in Italia (e la difficoltà nel raccoglierne le foglie) nel corso dei secoli si è optato per piante più facilmente reperibili e meno difficili da potare come, per l’appunto, gli ulivi ugualmente molto presenti in Terra Santa.

CONIGLIO – Reso celebre, e mai così dolce, da una nota azienda dolciaria, il coniglio, e più raramente la lepre, ha consolidato la propria posizione tra i simboli pasquali per eccellenza. Nonostante il suo successo, sopratutto nei paesi anglosassoni, le origini del Coniglio di Pasqua, noto anche come Coniglietto di Pasqua, sono più sacre che profane.
Il coniglio è universalmente noto per la sua proliferosità: le colonie di conigli selvatici possono contare svariate dozzine di esemplari e, grazie alle loro gallerie e velocità, i conigli possono dare la sensazione di spostarsi velocemente da un’apertura all’altra anche se molto distanti tra di loro. Il coniglio è associato alla Luna (una leggenda cinese sostiene che la luna sia una colonia di conigli) e al mondo degli spiriti, ma anche al rinnovamento e alla vita. La sua natura timida e difficilmente avvicinabile fece sì che presso i popoli celtici il coniglio fosse considerato un viaggiatore tra i mondi: una creatura capace di passare indenne dal mondo dei morti a quello dei vivi facendosi foriero di profezie o presagi. Tuttavia è sotto il luteranesimo che il coniglietto di Pasqua comincia a diffondersi diventando ricoprendo un ruolo analogo a quello di Santa Klaus: una sorta di Babbo Natale primaverile che, invece dei doni, nasconde uova colorate.
Come molti animali notoriamente classificati come “prede”, il coniglio si riproduce molto più frequentemente rispetto ai grandi erbivori e ai carnivori e ogni parto può contare fino a 15 cuccioli per nidiata. Questa sua caratteristica, per quanto fonte di ilarità e battute non sempre lusinghiere, lo rende un vero e proprio simbolo di vita e rinnovamento, non che di speranza e di nuovi inizi: tutti valori e messaggi fortemente legati al messaggio pasquale portato da Gesù con la sua resurrezione dai morti.

*Jo

Heartstopper

.: SINOSSI :.

Charlie e Nick frequentano la stessa scuola ma non si sono mai incontrati… fino al giorno in cui si trovano seduti l’uno accanto all altro. Diventano subito amici. Anzi di più. Charlie si innamora perdutamente di Nick, anche se pensa di non avere alcuna possibilità. Ma l’amore è sempre sorprendente, e anche Nick si scopre attratto da Charlie. Molto più di quanto entrambi potessero immaginare.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Più che una graphic novel la definirei una “comfort graphic novel”, perché Heartstopper coccola il lettore con continue carezze e dolcezze.
Purtroppo non sono diventata una fan sfegatata di questa serie e non credo di voler leggere i prossimi volumi. Penso l’autrice si sia persa l’ottima occasione di parlare, bene, di temi attuali e stimolanti per dedicarsi invece alla stesura di una semplice storia d’amore. C’è un solo momento, una sola battuta su quasi trecento pagine, in cui il tema dell’omosessualità viene affrontato in maniera dignitosa, ossia quando l’insegnante di ginnastica rimprovera i compagni di squadra dei due protagonisti ricordando loro che l’aspetto fisico non è sufficiente ad etichettare una persona come etero od omosessuale. Considerata, appunto, che uno dei due personaggi ha molte difficoltà nel capire il proprio orientamento sessuale (cosa che può succedere alle persone che si trovano alle loro prime esperienze con persone dello stesso sesso), l’autrice avrebbe potuto creare un testo in grado di essere d’ispirazione per quei lettori che stanno ancora scoprendo loro stessi e sentono il bisogno di essere supportati.
Per il resto, Heatstopper è una normale storia d’amore tra due adolescenti, ricca di tutti quei cliché che la rendono sia dolce sia un po’ banale e prevedibile. Insomma, il problema più grosso è che i protagonisti potrebbero essere tranquillamente scambiati di posto con due ragazze o con una coppia eterosessuale e non cambierebbe sostanzialmente niente nella narrazione.

La trama è pressoché inesistente: i due giovani protagonisti si incontrano, fanno amicizia, si piacciono e si innamorano nel giro di pochissime pagine. Al di là dell’ex fidanzato di Charlie, arco narrativo che si risolve in un batter d’occhio, non esiste un antagonista che renda la narrazione movimentata e non ci sono colpi di scena.
Gli altri personaggi sono comparse senza alcuna caratterizzazione, semplicemente finalizzati allo sviluppo della storia d’amore tra Nick e Charlie.
Quello che mi piaciuto di più è forse l’aspetto grafico: i colori della copertina, una palette molto primaverile, così come il tratto del disegnatore che riempie tutto il romanzo, rendono bene l’idea di “comfort novel” di cui vi parlavo prima. Il libro sprigiona dolcezza dalla copertina fino all’ultima pagina.
I disegni mi sono piaciuti davvero: sebbene siano molto semplici, il lettore non ha alcuna difficoltà ad identificare i personaggi e le loro differenze sono chiare anche ad un primo sguardo, cosa che è davvero apprezzabile.

A mio avviso, la graphic novel merita un 6.5/10. Capisco benissimo perché sia piaciuta: è comunque una storia davvero molto tenera che fa sentire bene e questo è innegabile. Credo sia adatta ad una domenica pomeriggio, quando ci si vuole prendere del tempo per sé e si sente il bisogno di essere coccolati.
Fortunatamente, nonostante sia una storia colma tanti piccoli stereotipi, mancano quelli che definirei “gravi”: Nick non è il tipico bad boy, anzi è un personaggio molto dolce che ha davvero a cuore Charlie; Charlie non è né imbranatissimo né senza personalità e, tutto sommato, è piacevole vederlo fare i conti con un sentimento crescente verso quello che sembra un ragazzo assolutamente irraggiungibile (dal suo punto di vista, perché da quello del lettore è tutto abbastanza palese).

*Volpe

L’uomo che scrisse la Bibbia

.: SINOSSI :.

Questo romanzo narra la storia di William Tyndale il Traduttore, l’uomo che scrisse il libro più letto nella storia dell’Occidente: la Bibbia in inglese. È una storia popolata da sicari, vescovi oltranzisti, avidi mercanti, subdoli traditori, alchimisti e re, e ambientata in una delle epoche più turbolente, complesse e avvincenti che l’Europa abbia conosciuto: la prima metà del Cinquecento, il secolo che si apre con la scoperta dell’America, la Riforma luterana e la definitiva spaccatura fra Oriente e Occidente.
Narra di un genio che osò scrivere la Bibbia come se fosse la prima volta, nella lingua del popolo e non dei potenti, e che, così facendo, inventò l’inglese moderno, la lingua di Shakespeare. Dalla sua penna sono scaturiti neologismi come «il sale della terra», «i segni dei tempi», «capro espiatorio» e frasi piene di ritmo che Tyndale afferra «a orecchio» dalla gente comune, dal modo di esprimersi di quei commercianti, tessitori, marinai, tosatori, sarti e venditori di stoffe che ha conosciuto da ragazzo, nel Gloucestershire, la terra di confine affacciata sul mare dove è nato e cresciuto.
È, infine, il racconto di un viaggio, avventuroso e insidioso come quello dei primi esploratori, che porta da una lingua misteriosa, l’ebraico del Vecchio Testamento, a una lingua non ancora nata. Un viaggio in cui, per un libero pensatore alle prese con i demoni della propria creatività, per un rivoluzionario braccato da potenti nemici, il prezzo da pagare è sempre molto alto.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

L’uomo che scrisse la Bibbia non è un romanzo per tutti, ma è un romanzo che tutti i lettori dovrebbero leggere. Marco Videtta regala al suo pubblico un trattato di linguistica e teoria della traduzione camuffato da romanzo storico e riesce, grazie a questo travestimento letterario, a parlare di temi che difficilmente trovano spazio tra la pagine di un romanzo senza scadere nel didascalico o senza essere lentamente accantonati.
La traduzione della Bibbia in inglese è il pretesto per discutere non solo di filosofia e teologia, ma getta sopratutto le basi per una seria e ben strutturata riflessione sul come nasca la lingua e quanto potere si celi in ogni parola sia essa vergata o sussurrata.
Una cosa tanto quotidiana quanto scontata diventa così un terreno su cui si scontrano religione e politica, tradizioni e inventiva e, accompagnando Tyndale nel suo ramingare da una città all’altra, abbiamo modo di approfondire sempre di più quella che può essere definita una vera e propria “questione linguistica”.

Come linguista e come credente ho amato questo libro sia per la riflessione religiosa, che pur non essendo sempre perfettamente coerente con la dottrina cattolica è comunque valida e stimolante; che per le pagine in cui, dalla viva voce di Tyndale (o da quella dei suoi compagni) si assiste alla nascita di neologismi come “peacemaker” (=operatori di pace nella versione italiana) o si ascoltano le ragioni per cui una traduzione è da preferire ad un’altra.
Le parti dedicate alla traduzione mi hanno fatto, letteralmente, vibrare l’anima e il mio piccolo cuore da linguista si è commosso più di una volta nel vedere comparire, come lo spettro dell’arcobaleno, sulla carta le mille e più sfumature di uno scritto o di una singola parola capace, se utilizzata, di cambiare un testo rendendolo ora più profondo, ora provocante e duro o al contrario discreto ed elegante.
Il libro si guadagna un pieno e più che meritato 10+/10; è una lettura che, pur non essendo semplicissima, scorre fluida grazie ad una scrittura che sembra ricamare intorno ai concetti cardine del libro e che risulta equilibrata: né appesantita da un’aggetivazione eccessiva né ridotta all’essenziale.

*Jo

I leoni di Sicilia

.: SINOSSI :.

C’è stata una famiglia che ha sfidato il mondo. Una famiglia che ha conquistato tutto. Una famiglia che è diventata leggenda. Questa è la sua storia.

Dal momento in cui sbarcano a Palermo da Bagnara Calabra, nel 1799, i Florio guardano avanti, irrequieti e ambiziosi, decisi ad arrivare più in alto di tutti. A essere i più ricchi, i più potenti. E ci riescono: in breve tempo, i fratelli Paolo e Ignazio rendono la loro bottega di spezie la migliore della città, poi avviano il commercio di zolfo, acquistano case e terreni dagli spiantati nobili palermitani, creano una loro compagnia di navigazione… E quando Vincenzo, figlio di Paolo, prende in mano Casa Florio, lo slancio continua, inarrestabile: nelle cantine Florio, un vino da poveri – il marsala – viene trasformato in un nettare degno della tavola di un re; a Favignana, un metodo rivoluzionario per conservare il tonno – sott’olio e in lattina – ne rilancia il consumo in tutta Europa… In tutto ciò, Palermo osserva con stupore l’espansione dei Florio, ma l’orgoglio si stempera nell’invidia e nel disprezzo: quegli uomini di successo rimangono comunque «stranieri», «facchini» il cui «sangue puzza di sudore». Non sa, Palermo, che proprio un bruciante desiderio di riscatto sociale sta alla base dell’ambizione dei Florio e segna nel bene e nel male la loro vita; che gli uomini della famiglia sono individui eccezionali ma anche fragili e – sebbene non lo possano ammettere – hanno bisogno di avere accanto donne altrettanto eccezionali: come Giuseppina, la moglie di Paolo, che sacrifica tutto – compreso l’amore – per la stabilità della famiglia, oppure Giulia, la giovane milanese che entra come un vortice nella vita di Vincenzo e ne diventa il porto sicuro, la roccia inattaccabile.

Intrecciando il percorso dell’ascesa commerciale e sociale dei Florio con le loro tumultuose vicende private, sullo sfondo degli anni più inquieti della Storia italiana – dai moti del 1818 allo sbarco di Garibaldi in Sicilia – Stefania Auci dipana una saga familiare d’incredibile forza, così viva e pulsante da sembrare contemporanea.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ho sempre trovato difficile scrivere la recensione di un libro che, per quanto mi sia piaciuto, mi ha lasciato l’amaro in bocca. Sembra le parole non bastino mai e mettere in fila le emozioni che la lettura ha scatenato non è semplice.

Di cosa parla questo romanzo? Anche se ormai penso lo sappiate più o meno tutti, è doveroso da parte mia raccontarlo (senza spoiler, ovviamente). I leoni di Sicilia è la storia della famiglia Florio: la narrazione copre ben tre generazioni con un arco temporale di circa settant’anni. Questo vuol dire che i personaggi nascono, crescono, invecchiano e quindi si susseguono. Nella prima metà del romanzo il lettore segue le vicende di Ignazio – che è il vero protagonista di questa prima parte – e Paolo Florio; i due fratelli si lasciano la Calabria alle spalle e partono per Palermo dove costruiscono le basi per il commercio che li porterà al successo. Quello che ho apprezzato, in questa prima parte del romanzo, è che l’autrice mostra molto bene l’ingegno che deve aver caratterizzato il vero Ignazio Florio: sebbene sia descritto dalla Auci come un uomo mite e tranquillo, è dotato di una grandissima forza di volontà e una creatività fuori dal comune che lo rendono la vera colonna portante del romanzo. Ignazio è, oltretutto, un personaggio piacevole con il quale il lettore empatizza volentieri.
Purtroppo, non si può dire lo stesso di Vincenzo Florio, il secondo grande protagonista del romanzo.
Come per molti altri libri, la trama de I leoni di Sicilia coinvolge il lettore, tanto che ne ho lette cento pagine in neanche un giorno, per tutta la prima metà. Poi, purtroppo, il romanzo rallenta e il lettore tende ad arenarsi tra le pagine che vedono Vincenzo come protagonista. Questo anche perché, come dicevo, Vincenzo è un personaggio difficile da amare e tende ad allontanare anche il lettore.
Lungi dall’essere un protagonista gradevole, è caratterizzato da una fortissima ambizione e da una profondissima rabbia: questo lo rende un uomo davvero capace di qualsiasi cosa pur di ottenere quello che desidera. L’autrice cerca di mostrarci, e a volte ci riesce, il lato umano di Vincenzo Florio ma credo che non fosse nelle sue intenzioni farlo passare come una persona buona. Credo che la Auci abbia cercato di costruire personaggi credibili e coerenti con la vicenda e, che piaccia oppure no, Vincenzo lo è. Anche qui, l’ingegno e la creatività sono tratti caratteristici del personaggio ma s in Ignazio erano caratterizzati da un generale alone di positività, quando si parla di Vincenzo si vede quanto il suo lavoro sia stato mosso principalmente dalla rabbia.
Una cosa che invece non ho affatto apprezzato è la caratterizzazione dei personaggi femminili. Qui, oltretutto, la sinossi inganna un po’ il lettore: pretende di presentare Giuseppina come donna eccezionale, ma all’interno del romanzo il personaggio è petulante e sicuramente rientra tra quelli negativi più che tra i positivi . Per Giulia sono più propensa a spezzare una lancia perché, devo essere, onesta mi è piaciuta. La sua forza è essere ostinata e comprensiva, cose che la rendono un’ottima controparte per Vincenzo: entrambi se vogliono una cosa la ottengono.

Stefania Auci ha scritto questo libro con tanta passione e presenta al lettore una Sicilia bella, riconoscibile, ben descritta nei suoi particolari geografici e culturali. Il linguaggio con cui l’autrice parla al suo pubblico è semplice, a tratti didascalico, ma generalmente adatto alla narrazione che richiede un linguaggio schietto e scevro da metafore troppo ardite.
Il voto che mi sento di dare a questo romanzo è un 8/10. La trama, come avevo già accennato è gradevole, ma solo a tratti. La prima metà del romanzo cattura e tiene il lettore incollato alle pagine, mentre dalla seconda metà in poi c’è qualcosa che non va: non saprei dire esattamente che cosa non abbia funzionato, ma mi rendevo conto di aver perso il coinvolgimento iniziale. Forse il problema sta nel fatto che succedono davvero tante cose e che tutte le vicende sono riassunte in poche pagine, come se l’autrice avesse avuto modo solo di grattare la superficie delle vicende che hanno coinvolto i Florio.
Ciò che ho apprezzato particolarmente di questo romanzo è il fatto che l’autrice abbia cercato di portare al lettore una storia non solo verosimile ma anche vera. La storia dei Florio è caratterizzata da tanti successi ma anche da tantissima discriminazione:penso che la Auci sia stata molto brava a raccontare al suo lettore la società siciliana della prima metà del diciannovesimo secolo mostrandola sia nei suoi lati positivi, come per esempio la grandissima apertura commerciale, sia in quelli più negativi che ruotano principalmente attorno alla difficoltà di accettare il cambiamento in tutte le sue numerose sfaccettature.
Consiglio questo romanzo a chi ha proprio voglia di una lettura complessa e non ha paura di annoiarsi tra le pagine di un romanzo difficile da leggere (perché di dialetto siciliano ce n’è tanto e, soprattutto all’inizio, ho fatto una gran fatica) e pesante nella trama e nei personaggi.

*Volpe

Detto da Dante – Parole e modi di dire resi celebri dal Sommo Poeta.

Istituito dal Consiglio dei Ministri, il Dantedì è dal 2020 la giornata nazionale dedicata a Durante di Alighiero degli Alighieri, noto in tutto il mondo come Dante Alighieri. La data scelta per questa celebrazione è il 25 Marzo: giorno in cui, secondo gli studiosi, Dante iniziò il suo viaggio nell’aldilà narrato nelle tre Cantiche che compongono la Divina Commedia.
Dante Alighieri non ha bisogno di presentazioni e il suo contributo alla cultura italiana, e in parte anche mondiale, è indiscusso: il suo viaggio nell’aldilà ha ispirato, nell’arco di secoli, artisti, scrittori e anche registi; e la sua rappresentazione dei regni ultraterreni continua tutt’ora ad essere presa come modello anche nelle rappresentazioni contemporanee dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso.
Tra le pagine della Divina Commedia, infatti, si trova ben più di un semplice racconto, di un affresco della cultura medievale e delle dottrine teologiche e filosofiche che si discutevano nelle università e nelle corti.
Politica, storia, mitologia, astronomia, ma anche tecniche agricole e navali vengono descritte facendo sì che la Commedia diventi, al pari dell’Iliade e dell’Odissea di Omero, una sorta di enciclopedia trecentesca in cui, per esempio, si fa cenno a pratiche come quella del maggese (la rotazione delle colture che prevede la messa “a riposo” di un terreno per l’anno successivo) o alle operazioni di calafataggio, di impermeabilizzazione, condotte “nell’Arzanà de’ Viniziani” con la “tenace pece” (Inferno: C. XXI, v. 7-8).
La Divina Commedia è un testo che parla di Dio, parlando agli uomini: una sinossi di teologia medievale che, tuttavia, era comprensibile tanto ai contemporanei di Dante quanto ai lettori dei nostri giorni che, tra i canti, incontrano personaggi che palpitano di vita ed eroismo, tanto meschini e vili, alcuni, quanto puri e nobili altri; ma tutti incredibilmente umani e per questo vicini al pubblico di ogni epoca e luogo.

Tuttavia, la Divina Commedia non si può ridurre ad un mero almanacco trecentesco: a Dante va il merito di aver vergato uno dei testi che ha ufficializzato il volgare fiorentino contribuendo alla nascita e al progressivo imporsi di quella che sarebbe diventata l’italiano.
Con Dante, Petrarca e Boccaccio (le Tre Corone fiorentine) nasce la nostra lingua: che non è fatta solo da grammatica e vocaboli, ma si avvale di modi di dire che, per la prima volta, vengono messi su carta divenendo parte attiva di una nuova cultura ed una nuova Italia.
È così che espressioni, come fa tremare le vene e i polsi (Inferno: C.I, v. 90) approdano nell’italiano corrente riuscendo, oggi come allora, a descrivere sentimenti ed emozioni universali come la paura, se non addirittura il terrore, davanti a situazioni o cose raccapriccianti o che paiono invincibili. Modi di dire  come “stare freschi”, “cosa fatta capo ha”, “non mi tange”, parole come “merda” o il tipicamente toscano “babbo”, squisitamente dialettali nella loro spontaneità, superano il tempo e lo spazio e fuggono dalla carta tornando al popolo che li ha coniati e che continua ad usarli.
Confrontando la Divina Commedia con la lingua di tutti i giorni si scopre l’aspetto giocoso, quasi pop, di Dante e della sua opera.
Non esiste studente al mondo che non sia stato, almeno una volta nel corso della sua carriera scolastica, apostrofato dal proprio professore con le parole “fatti non foste a vivere come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.” (Inferno: C.XXVI,v.119-20). E che dire della locuzione “Galeotto fu…” (Inferno: C. V, v. 37) che è comunemente usata per indicare qualcosa che, per quanto spiacevole, ci ha fatto cadere in tentazione o prendere una libertà in più.
Dante non è solamente un coniatore di citazioni e, come l’inglese William Tyndale e come qualunque letterato che si affacci sulle potenzialità di una nuova lingua, egli gioca ed inventa ritagliando parole da altre parole o creandone di nuove quando il vocabolario corrente manca di quel termine atto a descrivere azioni, emozioni o atteggiamenti.
Latinismi come “quisquilia” o francesismi come “gabbare”, dal francese antico “gaber”(=”scherzo”), scivolano via dalle pagine garantendo la sopravvivenza di parole che, altrimenti, sarebbero oggi estinte. Non tutti i neologismi di Dante sono, purtroppo, giunti fino a noi e, sebbene siano molti le frasi e le espressioni per cui il Sommo Poeta è ricordato, ci sono alcuni verbi che, pur suonando strani se non addirittura buffi, sono forse la testimonianza più grande dell’estro e della conoscenza che Dante aveva della lingua e della linguistica. Espressioni come “indracarsi” (Inferno: C.XVI, v. 115), con l’accezione di divenire furioso come un drago, “infuturarsi” (Inferno: C. XVII, v. 98), estendersi al futuro, o “imparadisare” (Inferno: C. XXVIII, v.3), qualcosa che ti fa sentire “in paradiso”, colpiscono per la loro schiettezza e l’espressività con cui riescono a veicolare il messaggio di Dante.

Fiumi di inchiostro sono stati versati e, tutt’ora, le opere di Dante Alighieri continuano ad attirare l’attenzione di linguisti e storici e continuano  a regalare, anche a distanza di secoli, sorprese e ad essere oggetto di studio.
Una menzione va fatta all’Accademia della Crusca (il cui contributo è stato fondamentale per questa stesura) che, in occasione del 700° anniversario dalla morte di Dante Alighieri, ha deciso di pubblicare ogni giorno una parola “dantesca”: neologismi o espressioni dialettali entrate, in maniera più o meno consapevole, nella lingua di tutti i giorni.

*Jo

Dante al cinema ~ Streaming and Pajamas

Il Dantedì si avvicina e, per tale occasione, abbiamo pensato di suggervi due film che, per tematiche ed ambientazioni, si rifanno all’immaginario dantesto e alla sua opera più famosa: la Divina Commedia.

INFERNO (2016)

.: Trama :.
Il professor Robert Langdon si sveglia in un ospedale di Firenze con una ferita d’arma da fuoco alle testa e nessun ricordo di quanto accaduto, se non allucinazioni orribili che parlano di un pericolo incombente e che sembrano provenire direttamente dall’Inferno così come narrato da Dante Alighieri.

.: Il nostro giudizio :.
Tratto dal romanzo di Dan Brown Inferno (2013), il film si riassume in una rocambolesca corsa da Firenze a Costantinopoli con una tappa intermedia a Venezia (lo stesso percorso di Ezio Auditore nella trilogia di Assassin’s Creed: coincidenze? Io non credo) per cercare di impedire lo scoppio di una pestilenza che decimerebbe l’umanità.
Con una pandemia in corso Inferno non è esattamente il film adatto per passare una serata in tranquillità, ma anche senza il Coronavirus in circolazione il lungometraggio di Ron Howard risulta essere una cozzaglia di elementi che niente hanno a che spartire né con la Divina Commedia né con Dante, la storia e la cultura italiana, né tantomeno con i principi base della demografia.
Come per i capitoli precedenti Il codice Da Vinci e Angeli e Demoni, Brown (produttore esecutivo del film) gioca a fare il professore di storia farcendo il romanzo e di informazioni infondate o che fanno sorridere per la loro ingenuità.
Per noi il film risica la sufficienza 5-6/10: Firenze, Venezia e Istanbul offrono una cornice mozzafiato e la colonna sonora di Hans Zimmer è meravigliosa; ma non bastano a salvare una pellicola che sembra uno spin off, o un lontano parente, de National Treasure ( Il mistero dei templari in italiano ndr).

AL DI LÀ DEI SOGNI

.: Trama :.
L’amore che unisce Chris e sua moglie, la pittrice Annie è infinito: nulla, neanche l’aldilà può separarli. Chris muore in un incidente e raggiunge un paradiso che la sua fantasia ha ambientato in uno dei meravigliosi dipinti di Annie. Non potendo immaginare di vivere senza sua moglie, per raggiungerla si avventura in un fantasmagorico e coloratissimo viaggio guidato da un angelo molto particolare.

.: Il nostro giudizio :.
What Dreams May Come ( Al di là dei sogni in italiano ndr) è un inno e mescola con grazia e crudeltà elementi tra di loro agli antipodi ricordando che non ci può essere vita senza morte, né dolore senza speranza o coraggio senza amore
Il film, del 1998, è tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore statuintense Richard Matheson e fin dai primi minuti colpisce per il forte impatto visivo e per l’utilizzo dei colori che concorrono sapientemente, ma allo stesso tempo discretamente, alla narrazione divenendo a loro volta protagonisti.
Tutti i temi del film, infatti, sono uniti da questo filo rosso che corre, come una pennellata, con continui riferimenti all’arte: sia quella impressionista che ispira alcune location o i quadri dipinti da Annie ( la “moglie” di Robin Williams).
La trama del film e le ambientazioni rievocano con forza le suggestioni e le tematiche presenti nella Divina Commedia: come Dante, il protagonista compie un viaggio “a ritroso” nell’aldilà scendendo dal Paradiso all’Inferno dove l’ispirazione dantesca si fa più evidente.
Il film è tutt’altro che leggero e, se non approcciato con la giusta disposizione d’animo, può risultare impegnativo se non addirittura indigesto, per noi merita un 8.5/10.

*Jo

Arcadia wants you!

Ne abbiamo fatta di strada in questi anni, ma siamo consapevoli che il meglio debba ancora venire ma, per migliorare, abbiamo bisogno di te!
Abbiamo creato un breve sondaggio a cui ti invitiamo caldamente a partecipare: rispondendo alle domande che ti verranno poste ci aiuterai a capire quali sono i nostri punti di forza e dove, invece, dobbiamo correggere il tiro e ci darai preziose informazioni sui lettori che visitano il nostro scaffale virtuale.
Non è richiesta alcuna forma di registrazione e non verranno richiesti dati sensibili, se non vuoi rispondere ad una o più domande scegli “altro” e vai avanti.

Bastano pochi minuti per rispondere, che cosa aspetti? Arcadia wants you!
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*Lo staff

Raya e l’ultimo drago ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.
Raya e l’Ultimo Drago viaggia nel fantastico mondo di Kumandra, dove molto tempo fa umani e draghi vivevano insieme in armonia. Ma quando una forza malvagia ha minacciato la loro terra, i draghi si sono sacrificati per salvare l’umanità. Ora, 500 anni dopo, quella stessa forza malvagia è tornata e Raya, una guerriera solitaria, avrà il compito di trovare l’ultimo leggendario drago per riunire il suo popolo diviso. Durante il suo viaggio, imparerà che non basta un drago per salvare il mondo, ci vorrà anche fiducia e lavoro di squadra.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Chi, come la sottoscritta, è cresciuta a pane e film d’animazione Disney (l’animazione tradizionale pre Pixar per intenderci) si è ormai rassegnato a protagonisti in CGI e ad ambientazioni tanto realistiche quanto prive di quei dettagli che hanno reso iconiche location come la foresta di Pocahontas o la Rupe dei Re de Il Re Leone; fatta questa doverosa premesse torniamo a Raya e l’ultimo drago: il 59° classico Disney.
Esattamente come Frozen il regno di ghiaccio, Raya e l’ultimo drago pecca di diverse ingenuità e si avvale di più di un pretesto di trama per mandare avanti una narrazione che, per quanto interessante, risulta alla lunga ripetitiva e anche un po’ noiosa: più simile ad una quest di D&D che non ad un intreccio vero e proprio.
Dal punto di vista grafico il film è impeccabile e sopratutto le ambientazioni, minuziose nei dettagli quanto nella resa generale, risultano realistiche e ricreano alla perfezione le suggestioni e le atmosfere del continente asiatico: per esempio alcuni frame ricordano, almeno adl’impatto visivo, il famoso Esercito di Terracotta di Xi’an.
Come per Moana (Oceania nella versione italiana) sono evidenti lo studio antropologico e il lavoro fatto per cercare di creare un continente che, seppur inventato, risulti culturalmente, cromaticamente e geograficamente coerente con la cornice orientale in cui è iscritto. Nel complesso l’accostamento degli elementi è non solo lodevole, ma anche convincente e dà a Kumandra un background culturale che, purtroppo, non viene sfruttato al 100% e sembra ridursi allo stereotipo Asia= draghi e arti marziali.
La stessa Kumandra è mal descritta e, nonostante la cartina che la protagonista porta sempre con sé, è impossibile stabilire se si tratti di un continente, di una regione o di un mondo sorto intorno ad un unico lago/mare a forma di drago. Un vero peccato considerato che, di per sé, il worldbuilding è non solo ben fatto, ma anche ben sortito ed armonico nonostante la varietà di culture che lo ha ispirato.
La trama, come già accennato, è piuttosto ripetitiva e sembra tentennare tra la voglia di tentare qualcosa di più maturo e complesso e la necessità di non lasciare indietro il giovane pubblico a cui il film è destinato.

Già da tempo la Disney ha abbandonato le principesse in attesa di “un uomo possente” (cit.) che risolva i loro problemi e Raya e l’ultimo drago non fa eccezione. Fin dai primi minuti del film facciamo la consocenza, oltre che delle principesse Raya e Namaari, di Virana (capo della nazione di Zanna) e del capo di Coda; a cui, nel corso della narrazione, si aggiungeranno Sisu, la piccola Noi e il generale Atitaya di Zanna. Ridurre questa platea di personaggi femmili ad un inno all’ormai abusta GirlPower è sbagliato e non rende giustizia né al film né alle culture a cui esso si ispira. Contrariamente a quanto si pensi, infatti, l’immaginario di molti paesi asiatici affonda le radici in un folklore ricco di personaggi femminili che spesso ricoprono cariche civili e/o militari (basti pensare alla divinità indù Durga, alla più famosa Hua Mulan o all’altrettanto celebre e contemporanea Aung San Suu Kyi recentemente tornata sotto i riflettori della politica internazionale dopo il golpe in Birmania).
In tempo di pandemia e crescente diffidenza, la Disney distribuisce un lungometraggio che cerca di lenire e stemperare il clima di sfiducia alimentato dal Covid-19 e dalle norme di distanziamento sociale adottate dai paesi per contenere il contagio.
Kumandra è, in vero, un allegoria del nostro tempo: un mondo stravolto dai cambiamenti climatici dove si lotta per accaparrarsi le risorse naturali come l’acqua e la terra, perennemente minacciato da calamità e mostri in agguato e pronti a colpire senza alcun preavviso.
La dicotomia tra fiducia e diffidenza è il leit motiv del film e riesce a disegnare una parabola interessante e coerente con il periodo storico che stiamo attraversando senza scadere nel banale o nel didascalico. Al contrario, la morale del film si può riassumere in: la fiducia nel prossimo è una condizione sine qua non se si vuole cambiare il mondo per il meglio.
La mancata caratterizzazione dei personaggi è un’altra nota dolente del film e tale mancanza è difficile da giustificare dal momento che l’intera vicenda ruota, sostanzialmente, intorno a cinque personaggi. La sensazione è quella di avere a che fare con delle sagome: personaggi per cui non si deve provare chissà quale simpatia e pensati in funzione del secondo, altrettanto valido, insegnamento del film: solo perché una persona non è d’accordo con te non significa che sia cattiva o meno volenterosa di migliorare il mondo.
Da ultima, ma non meno importante, vi è la questione ambientale che, già toccata in Frozen il segreto di Arendelle, è qui approfondita mostrando senza troppe censure gli effetti negativi di una malagestione delle risorse naturali.
Sisu, l’ultimo drago, è un drago acquatico e l’acqua è l’unico elemento in grado di respingere i Druun (esseri opposti ai draghi che trasformano in statua chiunque si trovi sul loro cammino). Con la scomparsa graduale dei draghi si assiste al decadimento di Kumandra che culmina con la scomparsa della preziosa acqua. Se in Frozen il segreto di Arendelle la produzione si era concentrata sull’ambivalenza degli elementi (forze della natura incontrollate o alleati in grado di portare vita), in Raya e l’ultimo drago la Disney calca la mano sul futuro che ci aspetta se continueremo a sfruttare irresponsabilmente il pianeta accaparrando risorse a favore di pochi e a scapito di molti.
In conclusione, Raya e l’ultimo drago si aggiudica 8+/10: pur non essendo particolarmente impegnativo, il film è ben fatto e le atmosfere orientali scaldano il cuore riempiendo gli occhi di colori e suggestioni stimolanti. La colonna sonora non è particolarmente memorabile, ma si avvale comunque di un tema principale molto bello che ben rende la leggiadria dei draghi e i loro movimenti.

*Jo