Il libro della vita e della morte

IL LIBRO DELLA VITA E DELLA MORTE

Autore:  Deborah Harkness
Anno:  2011
Editore:  Piemme

.: SINOSSI :.

Quando Diana Bishop, una giovane storica studiosa di alchimia, scopre nella Bodleyan Library di Oxford un antico manoscritto che vi era rimasto celato per secoli, non si rende conto di aver compiuto un gesto decisivo per la sua vita. Discendente da una stirpe di streghe, Diana aveva sempre cercato di vivere una vita normale, da cui la magia era rigorosamente bandita. Ma ora sente che il potere del manoscritto è più forte di ogni sua decisione e, nonostante tutti i suoi tentativi, non riesce a metterlo da parte. Diana però non è la sola ad avvertirne con prepotenza l’attrazione. Perché le streghe non sono le uniche creature ultraterrene che vivono a fianco degli umani: ci sono anche demoni, fantasiosi e distruttivi, e vampiri, eternamente giovani; e tutti sono interessati alla scoperta di Diana. Uno in particolare si distingue dagli altri, Matthew Clairmont, un vampiro, professore di genetica appassionato di Darwin. Il cui interesse per il manoscritto viene presto superato da quello per la giovane strega. Insieme intraprendono il viaggio per sviscerare i segreti celati nell’antico libro. Ma l’amore che nasce tra loro, un amore proibito da leggi radicate nel tempo, minaccia di alterare il fragile equilibrio esistente tra le creature e gli umani, scatenando un conflitto che può avere conseguenze fatali.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Scritto cavalcando l’onda generata dai vampiri della Meyer, la Trilogia delle Anime offre ai lettori un fantasy contemporaneo in cui storia, romanticismo ed elementi fantastici si fondono in un intreccio convincente che soddisfa tanto gli amanti di streghe e vampiri quanto gli appassionati di storia e di filologia.
L’ambientazione, dopo tanta letteratura ambientata oltreoceano, è Europea e Oxford fa da cornice a una trama matura e tutto sommato avvincente che ha, come unica nota negativa, la scelta dei due protagonisti.
La storia è narrata in prima persona dal personaggio femminile Diana Bishop, che fin dalle prime pagine, riesce a risultare antipatico e contraddittorio.
Piccola enfant prodige, la strega viene  presentata come l’erede di una delle dinastie magiche più antiche e potenti del nuovo mondo e sfoggia un curriculum filologico e linguistico da far invidia a J.R.R. Tolkien; nonostante faccia parte di una delle schiatte più illustri della comunità magica, la  giovane precisa e ribadisce a più riprese il suo rifiuto per la magia, salvo poi utilizzarla a poche pagine dall’inizio del romanzo per una motivo piuttosto sciocco.
Altro tratto caratteristico e, alla lunga noioso, è la sua capacità di possedere e saper utilizzare ogni tipo di potere magico immaginabile: dal controllo degli elementi, alle visioni mistiche per finire con la capacità di piegare il tempo e lo spazio per passeggiate tra il passato, il presente e il futuro.
Basta quindi terminare il primo capitolo per capire di avere davanti una Mary Sue ritagliata seguendo perfettamente i contorni della sagoma che, nonostante la sua ribadita intelligenza, riesce a sorprendere con commenti e scelte non solo insensati, ma piuttosto inutili e volti soltanto a creare situazioni completamente prive di pathos e appositamente studiare per alimentare la storia d’amore tra Diana e il misterioso Matthew Clairmont.
Matthew Clairmont è la controparte maschile della storia ed è la prova scritta che “Dio li fa e poi li accoppia”. Con un comportamento sempre in bilico tra l’amante premuroso e lo stalker: Matthew è un vampiro centenario che nella sua lunga esistenza ha avuto modo di coltivare svariati interessi divenendo un’eccellenza nei campi in cui si è specializzato; un tratto in comune con la protagonista ma che, nel suo caso, è giustificato dal tanto tempo che il vampiro ha potuto dedicare allo studio e alla pratica. .
La caratterizzazione di Matthew è risultata, a mio parere, più convincente e mi ha permesso di empatizzare con questo personaggio la cui caratterizzazione, che ripropone un Edward Cullen più maturo e immune a crisi adolescenziali di qualsiasi tipo, è stata giustificata in maniera convincente dalla somiglianza del personaggio con i lupi e con la maggior parte dei predatori.
Gli altri personaggi sono, ad eccezione dei familiari stretti dei protagonisti, poco più che comparse che sfilando accanto a Diana e Matthew emergono come funghi da un capitolo all’altro senza alcuna spiegazione, fornendo informazioni e spunti interessanti, per poi sparire lasciando il lettore con un palmo di naso a domandarsi l’utilità di continuare ad introdurre nuovi personaggi ad una cinquantina di pagine dalla fine del romanzo.
Tralasciando la mediocrità dei personaggi e la loro inconsistenza, il romanzo propone una trama interessante che si sviluppa a metà tra un giallo e un fantasy storico.
la descrizione del misterioso Libro della Vita e della Morte, noto anche come Ashmole 782, è una gioia per gli occhi di chi, per studio o per passione, ha avuto il privilegio di poter lavorare con manoscritti e libri antichi e lo stesso vale per la descrizione della biblioteca Bodleiana di Oxford.
La descrizione delle creature che popolano l’universo della Harkness non eccelle di originalità, ma dopo tanta letteratura fantastica gli spunti per razze nuove ed originali cominciano a scarseggiare e, senza farne una colpa agli scrittori, tutto ricorda qualcosa di già letto o visto.
Lo stile con cui è vergato il romanzo è reso apprezzabile grazie a una buona aggettivazione; mentre poco convincente è la scelta del narratore in prima persona, ma tutto sommato la lettura è piacevole e, accantonata l’antipatia per la protagonista, le pagine scorrono ad una velocità impressionante. Molto interessante è la descrizione degli odori su cui la Harkness insiste molto: dopo aver creato un collegamento tra i lupi e i vampiri, l’autrice consolida questo legame accentuando i sensi “da predatore” dei suoi vampiri e facendo sì che anche le altre creature attingano alle stesse percezioni per individuare alleati o nemici o per allenare il proprio intuito.

Il voto che mi sento di dare al romanzo è 8/10: il capitolo conclusivo del romanzo è una sorta di corridoio letterario che suggerisce al lettore che, per arrivare a capo del mistero, dovrà leggere anche L’ombra della notte per sapere qualcosa di più; tuttavia, l’idea di avere a che fare per altre settecento pagine con Diana Bishop e la sua tendenza alla tuttologia mi ha fatto desistere dal cercare il secondo volume.
Consiglio il romanzo a chi è alla ricerca di una storia fantasy con protagonisti più “stagionati” e tematiche un po’ più mature e complesse di quelle proposte dagli Young Adult. La storia d’amore, travagliata e coraggiosa, di Diana e Matthew accontenterà i lettori più romantici, mentre i continui riferimenti alla storia faranno felici coloro che, pur amando le tematiche fantastiche, non vogliono distaccarsi troppo dalla realtà che li circonda.

*Jo

Ragazzo Italiano

RAGAZZO ITALIANO
Autore: Gian Arturo Ferrari
Casa Editrice: Feltrinelli
Anno: 2020

.: SINOSSI :.

La vita di Ninni, figlio del dopoguerra, attraversa le durezze da prima rivoluzione industriale della provincia lombarda, il tramonto della civiltà rurale emiliana, l’esplosione di vita della Milano riformista. E insieme Ninni impara a conoscere le insidie degli affetti, la sofferenza, persino il dolore che si cela anche nei legami più prossimi. Da ragazzino, grazie alla nonna, scopre di poter fare leva sull’immenso continente di esperienze e di emozioni che i libri gli spalancano di fronte agli occhi. Divenuto consapevole di sé e della sua faticosa autonomia, il ragazzo si scava, all’insegna della curiosità e della volontà di sapere, quello che sarà il proprio posto nel mondo. Nella storia di “Ragazzo italiano” si riflette la storia dell’intero Paese, l’asprezza, la povertà, l’ansia di futuro, la vicenda di una generazione figlia della guerra ma determinata a proiettare progetti e sogni oltre quella tragedia. Un’Italia dove la scuola è la molla di promozione sociale, e l’avvenire è affollato di attese e promesse. Un’Italia ancora viva nella memoria profonda del Paese, nelle peripezie familiari di tanti italiani.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un romanzo che può essere definita “un’autobiografia fantasiosa”, quello di Ferrari. L’autore racconta la particolareggiata vita di un bambino – poi ragazzino e infine ragazzo pronto ad affacciarsi all’età adulta – durante il secondo dopoguerra: con attenzione analizza tutti i cambiamenti culturali e sociali che inevitabilmente impattano anche sulla vita di Ninni, che riacquisterà il proprio vero nome con l’arrivo della maturità, e della sua famiglia.
Con uno stile semplice ma non privo di delicatissime descrizioni, Ferrari accompagna il lettore in un tempo non molto remoto, ma comunque molto diverso da quello in cui viviamo oggi: sicuramente i lettori più navigati rivedranno tra le pagine dell’autore la propria infanzia; mentre quelli più giovani, come me, avranno l’occasione di scoprire, grazie alla buona compagnia di Ninni, un mondo molto diverso.

Penso che il pregio più grande di questo romanzo sia proprio quello della chiarezza: tutto è raccontato, spiegato, in modo così vivido da essere reale. E’ evidente che l’autore abbia trasportato sulla carta il proprio vissuto, i propri ricordi e le proprie conoscenze così da rendere le proprie pagine tremendamente vive.
Il libro è diviso in tre parti, il bambino, il ragazzino e per ultimo “il ragazzo”; per caso, o forse volutamente, ciascuna parte non indaga solo i cambiamenti che avvengono nella mente e nel cuore di una persona, ma anche quelli che coinvolgono la società: la società rurale, campagnola e famigliare delle prime pagine lascia spazio ad una realtà aperta e cittadina che nelle ultime pagine diventa addirittura internazionale. Si parla di progresso, di innovazione, di cambiamenti e di paure: penso sia un libro in cui ci si possa facilmente riconoscere.
Particolarmente interessante ho trovato la dettagliata descrizione della scuola elementare, delle medie e poi del ginnasio e del liceo: le diverse personalità dei professori e quanto queste abbiano influito sulla vita del protagonista mi ha dato modo di riflettere sull’importanza di queste figure nella società contemporanea.

A mio avviso, il romanzo merita un voto piuttosto alto: 9.5/10. E’ un romanzo allo stesso tempo semplice e complesso, penso possa essere una buona lettura sia per gli adulti sia per ragazzi più giovani, se sono interessati ai temi trattati e non si fanno spaventare da lunghe descrizioni e pochi dialoghi.
E’ un libro che spinge alla riflessione, quindi non adatto a chi vuole una letture semplice e di puro svago o intrattenimento.
Mi sono approcciata alla lettura di questo libro grazie al gruppo di lettura #LeStregheDelloStrega, che ringrazio tantissimo perché forse da sola non avrei neanche provato!

*Volpe

La pagella di Arcadia

Come a scuola: in concomitanza con la chiusura dell’anno scolastico, Arcadia lo scaffale sulla Laguna chiama al voto i propri followers con la prima Pagella di Arcadia: un sondaggio che permetterà tanto ai lettori più affezionati quanto a quelli che ci hanno appena conosciuto di esprimere un giudizio sull’offerta del blog.

Sarà possibile votare per una settimana a partire da oggi 27 Maggio 2020.

Clicca sul banner per partecipare al sondaggio!

*Volpe e Jo

Musica di libertà: le canzoni della resistenza italiana

Amata dai più, copiata da cantanti e musicisti di tutto il mondo, resa celebre da voci indimenticabili o tramandata di generazione in generazione la canzone italiana è, senz’ombra di dubbio, una delle maggiori ambasciatrici della nostra cultura nel mondo.
Chiunque, italiano o meno, ha sentito e canticchiato almeno una volta la melodia di canzoni come Volare o Azzurro, ma il nostro repertorio melodico è solo l’ultimo di una lunga e complessa tradizione musicale che, attraverso i secoli e le vicissitudini, ha raccontato con poesia gli eventi che hanno lasciato un segno nella storia italiana e mondiale.
Quando guerre e pericoli dividevano le regioni e la paura era troppa per chiamare con il loro nome i mostri e i pericoli che stavano in agguato oltre all’uscio di casa, la musica ha saputo dare voce a chi non poteva parlare né cantare e, a volte in dialetto a volte usando argute metafore, ha cantato la voglia di libertà e di unità di un popolo.
I testi della resistenza partigiana compongono uno dei repertori più importanti, drammatici e allo stesso tempo suggestivi della storia della canzone italiana.
La morte, il dolore, la paura, la dittatura e il sangue si intrecciano con la vita, la speranza, l’amore, la libertà e la fratellanza dando vita a brani in cui il dramma alimenta il desiderio di un mondo franco dove la giustizia sia reale e dove non vi sia posto per la violenza e la legge del più forte.
Dai monti e dalle pianure occupate dalle truppe nazifasciste e silenziosamente battute dalle brigate partigiane, cominciarono a levarsi canti che oggi sono conosciuti tanto in Italia quanto all’estero e che tutt’ora vengono intonati ogni qual volta si avverte un pericolo o si teme per la propria libertà.

Bella Ciao!
Bella Ciao! è sicuramente il testo della resistenza più famoso e la sua melodia è tanto amata in Italia quanto all’estero. Ha commosso il video girato in un quartiere di Bamberg in cui un gruppo di cittadini intona e canta, in un italiano un po’ maldestro ma comunque evocativo, questo canto.
Composta quando il conflitto volgeva ormai al termine, Bella ciao! è indebitamente ritenuta l’inno della resistenza nonostante storici e testimoni concordino sul fatto che, a dispetto del suo successo, questa allegra marcetta non fosse la canzone più diffusa tra le brigate.
Composta e cantata soprattutto in Piemonte, Lombardia e Veneto; Bella Ciao! può vantare due varianti: quella del partigiano, più famosa, con connotati più militareschi e maggiori richiami alla lotta partigiana, e quella della mondina che attingendo dalla quotidianità delle lavoratrici delle risaie, racconta un altro aspetto, meno conosciuto ed eroico, delle guerre partigiane.
La scarsa fama di questo canto ha fatto supporre ai musicologi e agli storici che la “Versione della mondina”  sia una variante posteriore alla fine della guerra o, comunque, più recente rispetto a quella del Partigiano.

Fischia il vento
Citata da Fenoglio ne Il partigiano Johnny, Fischia il vento è una canzone che attraversa epoche e nazioni. Composta in Russia con il titolo Katjuša, il testo originale racconta la storia di una giovane di nome Katjuša e del suo periglioso viaggio per ritrovare l’amato partito per il fronte. Di ritorno dalla guerra in Russia, il partigiano Giacomo Sibilla (nome di battaglia Ivan), inizia a strimpellare per i membri della sua compagnia questa melodia e in un momento successivo il compagno d’armi Felice Cascione ne verga una stesura iniziale che, di brigata in brigata, viene poi rimaneggiata fino ad ottenere il testo finale.
L’atmosfera della canzone descrive, sia nella versione italiana che in quella originale, un paesaggio primaverile che, tuttavia, ancora risente del freddo e dei rigori dell’inverno; ma se l’ambientazione è rimasta pressoché invariata, lo stesso non si può dire del testo che, abbandonato ogni riferimento romantico, si concentra sugli aspetti più duri della vita dei partigiani e pone l’accento sul loro desiderio di libertà e di una nuova primavera per l’Italia occupata.

I ribelli della montagna
Meno famoso, ma non per questo meno importante, I ribelli della montagna è l’inno che accompagnava i partigiani III Brigata d’assalto garibaldina in Liguria e che, come la maggior parte dei testi della resistenza, fu oggetto di rivisitazioni, rimaneggiamenti e aggiunte.
La canzone descrive con un linguaggio crudo, scarno e decisamente poco poetico, la dura vita dei partigiani: uomini e donne di ogni età ed estrazione sociale costretti a lasciare le loro case, a vivere nascosti e a veder morire in maniera crudele e impietosa i loro parenti, amici e compagni d’arme.
Nonostante il rigore e la drammaticità che trapelano da queste strofe, non manca un richiamo forte e deciso alla libertà e l’esternazione di un desiderio comune che auspica un avvenire all’insegna della giustizia e della fratellanza.
Cornice e spettatrice silenziosa del coraggio e dell’eroismo dei partigiani è la montagna che, nella poetica della resistenza, non rappresenta solamente il campo di battaglia ma è, all’occorrenza, un richiamo alle condizioni di vita dei dissidenti mandati al confino o metafora di una vita aspra fatta di “stenti e patimenti”.

Appare dunque evidente come la musica, spesso considerata un accessorio alle nostre giornate o un passatempo per impegnare piacevolmente qualche ora del nostro tempo, sia, e sia stata, una testimone della storia della resistenza non meno importante della letteratura, della fotografia e della cronaca.
In un periodo di guerra civile e divisione, le canzoni e le melodie della resistenza hanno diffuso il germe della speranza e alimentato la fiducia in un domani migliore avvicinando combattenti di regioni, dialetti e convinzioni politiche differenti ma uniti da un unico nobile desiderio: la libertà.
Cantate timidamente nei rifugi o intonate gagliardamente durante gli spostamenti esse hanno forgiato legami di amicizia e solidarietà capaci di sfidare e vincere una delle dittature più spietate e dure che la storia abbia mai visto.
Queste canzoni e la memoria che tramandano non sono retaggio di un solo partito o di un solo movimento politico, ma sono patrimonio di tutti gli italiani e di quanti anelano e lottano per la libertà e l’annientamento di qualsiasi forma di tirannia ed oppressione.

*Jo

Io leggo a casa: la catena dei lettori

Quando la paura ci vuole divisi e il dolore segna distanze che sembrano insuperabili.
Basta allungare la mano per scoprire di non essere soli e ritrovare la voglia di sorridere.
Abbiamo nomi, storie e lingue diverse, ma una passione comune: leggere; e condividendo le storie che amiamo, nutriremo la nostra voglia di vita e di speranza.

Io leggo a casa è la nostra iniziativa volta ad incentivare la lettura e il senso di responsabilità che, ancora una volta, ci chiede di restare a casa e di non abbassare la guardia.
Booklovers italiani e stranieri possono inviare la loro foto seguendo le indicazioni sotto riportate e utilizzando i nostri canali social Instagram e Facebook o scrivendo a arcadia.loscaffale@gmail.com.

Resistiamo ancora un po’, distanti ma uniti come mai prima d’ora.

*Lo Staff

La ricamatrice di Winchester

LA RICAMATRICE DI WINCHESTER

Autore: Tracy Chevalier
Casa editrice: Neri Pozzi
Anno di Edizione: 2019

.: SINOSSI :.

Winchester, 1932. A trentotto anni Violet Speedwell sembra ormai inesorabilmente destinata a un’esistenza da zitella. La Grande Guerra ha preteso il suo tributo: il suo fidanzato, Laurence, è caduto a Passchendaele insieme a migliaia di altri soldati, e ora le «donne in eccedenza» come lei, donne rimaste nubili e con scarse probabilità di convolare a nozze, sono ritenute una minaccia, se non una vera e propria tragedia per una società basata sul matrimonio.
Dopo essersi lasciata alle spalle la casa di famiglia di Southampton, e le lamentele della sua soffocante madre, ferma all’idea che dovere di una figlia non sposata sia quello di servire e riverire i genitori, Violet è più che mai intenzionata a vivere contando sulle proprie forze.
A Winchester riesce in breve tempo a trovare lavoro come dattilografa per una compagnia di assicurazione, e ad aver accesso a un’istituzione rinomata in città: l’associazione delle ricamatrici della cattedrale.
Fondata dalla signorina Louisa Pesel e diretta con pugno di ferro dall’implacabile signora Biggins, l’associazione, ispirata a una gilda medievale, si richiama a un’antica tradizione: il ricamo di cuscini per i fedeli, vere e proprie opere d’arte destinate a durare nei secoli. Sebbene la Grande Guerra abbia mostrato a Violet come ogni cosa sia effimera, l’idea di creare con le proprie mani qualcosa che sopravviva allo scorrere del tempo rappresenta, per lei, una tentazione irresistibile.
Mentre impara la difficile arte del ricamo, Violet stringe amicizia con l’esuberante Gilda, i capelli tagliati alla maschietta, la parlantina svelta e un segreto ben celato dietro i modi affabili, e fa la conoscenza di Arthur, il campanaro dagli occhi azzurri e luminosi come schegge di vetro. Due incontri capaci di risvegliare in lei la consapevolezza che ogni destino può essere sovvertito se si ha il coraggio di sfidare i pregiudizi del tempo. Due incontri che insegnano anche che basta a volte un solo filo per cambiare l’intera trama di una vita.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ho iniziato La ricamatrice di Winchester piena di aspettative, sia per le molte recensioni positive che avevo letto, sia per la buona fama di cui gode la Chevalier.
Tuttavia, queste aspettative non sono sempre state rispettate.

I primi capitoli introducono molto bene il romanzo e incentivano la lettura: le descrizioni sono splendide, ricche di poesia e precisione. Sembra proprio di camminare accanto a Violet, di seguirla al lavoro e di conoscere per davvero i personaggi secondari che, proprio grazie alla capacità di scrittura della Chevalier, risultano vivi e realistici.
Lo stile è da promuovere a pieni voti, i problemi che ho riscontrato si concentrano sulla trama e, soprattutto, sulla protagonista.
Violet Speedwell, purtroppo, non è un personaggio né interessante né memorabile.
E’ una donna single, non per scelta, negli anni trenta. Nonostante l’autrice calchi la mano sul suo bisogno di cercare la propria indipendenza e libertà, Violet è una donna che vuole un uomo accanto.
La trama non gira attorno al ricamo o attorno all’associazione delle ricamatrici, che mi sarebbe piaciuto approfondire, ma attorno all’infatuazione di Violet per un uomo. A mio avviso, questo ha tolto un po’ sia ai personaggi, sia al contesto, sia al romanzo in generale che poteva essere sviluppato molto bene al di là di questa tresca amorosa.
Ho trovato fastidiose alcune scene che non avevano nessun senso ai fini della trama: durante una scampagnata, Violet incontra un uomo che cercherà da lì in poi di metterle le mani addosso in ogni occasione possibile.
Le ragioni di questo personaggio o la sua psicologia non verranno mai indagate, né tantomeno questi sarà utile ai fini della trama: le scene restano lì, fini a loro stesse, dando solo un senso di disagio al lettore.

I personaggi secondari, al contrario della protagonista, sono molto interessanti: a partire da O e Mo per arrivare alla signorina Pesel, passando per i caratteri singolari di Gilda e Dorothy, ogni personaggio è descritto alla perfezione e risulta sia bello da leggere, sia necessario a mandare avanti la trama.

In generale, il romanzo merita, secondo me, un 7.5/10. Le premesse erano buone ma si sono infrante contro una protagonista poco interessante e una trama che ha lasciato il tempo che ha trovato.
Sicuramente, ricorderò le descrizioni della Chevalier che, lo ripeto, meritano molto sia per stile sia per concretezza.
Credo il romanzo potrebbe piacere a chi cerca una storia romantica un po’ fuori dalle righe, ma deluderà chi desidera leggere un libro dal sapore prettamente storico.

*Volpe

La “Buona novella” della Terra di Mezzo: Tolkien e le allegorie invisibili

Contemporaneo di C.S.Lewis, uomo di lettere e storico, linguista e filologo e, a ragion veduta, consacrato padre della letteratura fantasy moderna, John Ronald Ruel Tolkien è un autore che non ha bisogno di presentazioni. 
Dalla loro pubblicazione, i suoi romanzi non hanno mai abbandonato gli scaffali delle librerie e sono già tre i volumi, curati dal figlio Christopher Tolkien (recentemente scomparso), pubblicati postumi.
Contemporaneo dell’autore de Le cronache di Narnia, Tolkien forgia le sue opere dando fondo alla sua vasta cultura e agli arricchimenti e suggerimenti che gli vengono dalla compagnia di accademici di Oxford. 
Tuttavia, nonostante l’ambiente culturale comune, la contemporaneità, le tematiche affini e l’amicizia che legava i loro autori, Le cronache di Narnia e Il Signore degli Anelli appaiono più che mai distanti, quasi agli antipodi.

L’intento pedagogico, e chiaramente evangelizzatore, di Lewis è declinato in una trama semplice con una spartizione netta tra bene e male, tra divino e malefico; gli stessi personaggi sono figure precise che, tanto nei nomi quanto nei tratti, richiamano figure bibliche ed evangeliche.
Il contesto quasi fiabesco in cui si muovono i beniamini di Lewis resiste,  alla moda di Tolkien, ne Lo Hobbit, antefatto de Il Signore degli Anelli e favola dell Terra di Mezzo, e nei primi capitoli de La compagnia dell’anello, per poi cedere il passo a scenari ereditati dai poemi epici medievali e germanici. 

Come l’autore a più riprese afferma, Il Signore degli Anelli non può essere considerato una parafrasi religiosa, né può essere utilizzato per leggere il contesto storico (caratterizzato da due guerre mondiali) in cui esso vede la luce. 
Tolkien è,  prima di tutto, un linguista e solo in seconda battuta uno scrittore: la Terra di Mezzo,  e tutti i suoi abitanti, sono conseguenti agli esperimenti linguistici compiuti nella creazione delle lingue degli elfi e delle altre creature che vivono in questo mondo. Sempre Tolkien è fermo nel chiarire i natali della sua opera e la sua natura meramente fantastica in cui trovano spazio personaggi nati per caso o emersi improvvisamente dalle ombre senza nome di una locanda.
Nonostante la sua caparbietà ad affrancare l’opera da qualsiasi interpretazione religiosa, filosofica e politica; l’autore non nega l’esistenza di un messaggio invisibile che, come un fiume sotterraneo, scorre dietro le pagine dei suoi romanzi.

Se identificare Aslan come figura cristica è automatico, quasi scontato, lo stesso non si può dire de i personaggi de Il Signore degli Anelli.
Molti hanno cercato di decifrare l’opera alla luce della fede cristiana, ma questi tentativi si sono rivelati per lo più fallimentari o forzati.
La salita di Frodo sul Monte Fato, piegato dal peso dell’Anello e reduce dalle torture degli orchi, è facilmente paragonabile alla salita di Cristo sul monte Golgota e tale analogia è rafforzata dal fatto che la distruzione dell’ Unico Anello avviene il 25 Marzo: festa dell’Annunciazione e data che, secondo un’antica tradizione inglese, coinciderebbe con il primo Venerdì Santo. 
Tuttavia questa interpretazione non tiene conto del fatto che, giunto al momento decisivo, Frodo sceglie di non distruggere l’Anello e, di fatto, tradisce la sua missione e tutti coloro che su di lui avevano riposto le loro speranze e fiducia.
Tolkien scrive un romanzo che parla di creature tanto fantastiche quanto umane e per questo corruttibili.
I limiti che vincolano lo scrittore: le sue debolezze, paure e iniquità; sono le stesse che zavorranno i suoi personaggi facendoli oscillare costantemente tra il bene e il male senza negare a nessuno un’opportunità di riscatto.
Alla luce di queste considerazioni un protagonista “perdente”, sconfitto, è quanto mai apprezzabile, perché ci permette di empatizzare e comprendere meglio la sua condizione mentale e spirituale.

Sempre l’episodio culmine della trilogia, permette di introdurre in maniera tanto silenziosa quanto incisiva il concetto della Provvidenza. 
La forza divina che muove le vicende de I promessi sposi, è, nelle opere tolkieniane, personaggio invisibile ma non silenzioso: camaleontico nel suo cambiare volto e voce senza mai diventare didascalico o moralista.

Frodo (parlando di Gollum): Che peccato che Bilbo non l’abbia ucciso quando poteva.

Gandalf: Peccato? È stata la pena che gli ha fermato la mano. Molti di quelli che vivono meritano la morte e molti di quelli che muoiono meritano la vita. Tu sei in grado di valutare Frodo? Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi. Anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti. Il mio cuore mi dice che Gollum ha ancora una parte da recitare nel bene o nel male, prima che la storia finisca. La pietà di Bilbo può decidere il destino di molti.

(Il signore degli anelli: La compagnia dell’Anello, Peter Jackson, 2001)

Ed è proprio Gollum, la vile creatura consumata dell’Anello che è sua croce e delizia, suo inizio e sua fine, l’ultimo personaggio ad incarnare la Provvidenza che, mentre Frodo e Sam sono dinnanzi alle fiamme del Monte Fato, segna con il suo intervento il destino dell’Anello e mette la parola “fine” all’intera faccenda .

È dunque sbagliato cercare a tutti i costi un senso religioso a Il Signore degli Anelli? Quale significato hanno le allegorie invisibili che compongono il messaggio nascosto di Tolkien, la “Buona novella” della Terra di Mezzo?
Il signore degli Anelli, come abbiamo già chiarito, non è Le cronache di Narnia né ambisce ad avere lo stesso scopo.
Lo stile e le tematiche non sono per bambini e, abbandonato ogni intento pedagogico, Tolkien alza il tiro costringendo personaggi e lettori a confrontarsi con un concetto che supera la mera distinzione tra bene e male, che restano comunque due concetti chiari tanto nella distinzione di determinati ruoli quanto nell’intimo dei personaggi, e tocca nel profondo le coscienze.
Isildur e Sauron per primi e poi Frodo, Boromir, Aragorn, Galdriel e tutti gli altri protagonisti dell’opera vengono posti davanti ad una domanda che supera le barriere del tempo e dello spazio: “Come reagire alla tentazione?”
E questa domanda è subito seguita da un’altra: “Si è in grado di riconoscere il male?”
Coloro che sono maggiormente tentati e che più soffrono del distacco dell’anello sono coloro che non ne comprendono appieno la minaccia o che hanno la presunzione di esserne immuni o in grado di domarlo.
Il signore degli Anelli non è meno formativo di altri romanzi, semplicemente non fa dell’insegnamento il fine, lasciando al lettore la libertà di approcciarsi a una storia fantasy ben scritta piuttosto che ad una parabola su valori immortali quali: amicizia, fedeltà, onore, sacrificio, onestà e amore.

*Jo

Leggi anche Il leone, la fede e il libro – Il simbolismo del leone ne “Le cronache di Narnia”

Animali Fantastici e come evocarli: i patronus più rari del mondo di Harry Potter e il loro significato

Uno degli incantesimi più complicati che vengono insegnati alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts è senza dubbio Expecto Patronum.
A differenza degli altri incantesimi, l’Expecto Patronum è considerato un incantesimo “soggettivo”: che si basa sui ricordi e le emozioni di chi lo lancia; una sfida ben più ardua di un semplice movimento di bacchetta e di una formula ben recitata.
Già dal terzo capitolo della saga, questo incantesimo entra, con un ruolo tutt’altro marginale, nella trama ma è solo nel quindi romanzo che viene approfondita la sua natura e i suoi usi.
Sempre ne L’Ordine della Fenice, vengono inoltre presentati i patroni corporei dei personaggi principali.
Nonostante le decine di creature fantastiche presentate nel corso dei vari romanzi, e nelle recenti pellicole dedicate a Newt Scamander, i patronus tendono a prendere le sembianze di animali “comuni” e solo pochi maghi riescono ad evocare un patronus corporeo con le sembianze di un animale magico.
Vediamo dunque quali sono le forme corporee mitologiche più diffuse nel mondo magico.

.: FENICE :.

La fenice è il Patronus e l’animale da compagnia di Albus Silente. In ogni tempo e luogo è conosciuta per la sua natura immortale e per la sua capacità di risorgere dalle proprie ceneri.
La fenice è collegata all’idea di rinnovamento e di purificazione e alle pratiche alchemiche. La fenice si distrugge e si crea da sola e, di conseguenza, non riconosce l’autorità di nessuno. Da un punto di vista spirituale la morte e la rinascita della fenice rappresentano il processo di redenzione e purificazione di un’anima e il mutamento spirituale di una persona.

.: DRAGO :.

Il drago è uno di quei patronus più rari e non ha bisogno di presentazioni.
Animale mitologico per eccellenza: il drago è una creatura ricorrente in tutte le culture e le tradizioni del mondo e può vantare una lunga serie di significati, non che una più che nutrita letteratura.
Nella cultura occidentale, esso è spesso associato al serpente e, di conseguenza, all’idea di malvagità e pericolo.
Fin dagli albori della civiltà greca, è raffigurato come il mostro da cui salvare principesse e città e la sua cattiva reputazione si consolida nel medioevo dove viene spesso utilizzato come allegoria del diavolo, del peccato e anche del paganesimo.
Al contrario, presso i popoli dell’estremo oriente, il drago rappresenta il cosmo e l’ordine universale: è un simbolo buon auspicio ed è uno dei segni dello zodiaco cinese.
Il drago è l’animale che meglio incarna l’idea di forza e di totalità, infatti egli è considerato l’unione dei quattro elementi: corpo di rettile (terra), ali (aria), fuoco e tane costruite presso grotte umidi e paludi (acqua).

.: UNICORNO :.

L’unicorno è una delle immagini più ricorrenti nei bestiari medievali e da sempre stuzzica la fantasia di scrittori e sognatori.
Il timido cavallo con il corno in mezzo alla fronte è forse una delle creature che meglio incarna il concetto di “magia” e, di fatto, è uno degli animali più usati per rappresentare la letteratura fantastica.
La sua natura timida, mite e riservata hanno fatto sì che l’unicorno venisse associato all’universo femminile, ai suoi vizi e alle sue virtù: se infatti l’unicorno è simbolo di purezza (stando alla leggenda solo le vergini possono avvicinarlo), gentilezza e saggezza, è anche vero che è anche associato alla frivolezza e alla vanità.
In senso più lato l’unicorno racchiude in sé ideali di forza, energia, libertà, indipendenza, spiritualità e nobilità, motivo per cui esso compare, insieme al leone, nello stemma reale del Regno Unito.

.: CAVALLO ALATO :.

Il cavallo alato Pegaso è uno dei cavalli più famosi e affascinanti dell’universo fantastico.
Nato, secondo la tradizione, dal sangue di Medusa: questo animale è il degno compagno di dei ed eroi.
Stando alle leggende, domare un cavallo alato è un’impresa pressoché impossibile e proprio per questo motivo Pegaso incarna, come molti dei suoi parenti equini, ideali di libertà, indipendenza ed è un simbolo apprezzato anche da chi non ama adeguarsi al conformismo: infatti la sua rappresentazione più comune, rampante e con le ali spiegate, è un chiaro invito a cercare la propria strada e a puntare in alto.

.: SALAMANDRA :.

Simbolo alchemico per eccellenza la salamandra (o salamandra di fuoco) è un animale tutt’altro che scontato sospeso fra realtà e fantasia.
Raffigurata come una grossa lucertola (o un drago senza ali), essa è presente nei bestiari e nei libri di alchimia come animale legato al fuoco, al calore e, in ultimo, alla vita e, per questo, ricorre come allegoria di Cristo.
Tuttavia, la fama della salamadra di fuoco non si ferma al medioevo e anche nella letteratura contemporanea e nelle produzioni cinematografiche essa ricorre come simbolo del fuoco: i pompieri di Fahrenheit 451 la adottano come loro emblema per via della sua capacità di resistere alle fiamme e in Frozen – Il segreto di Arendelle, la regina Elsa doma lo spirito del fuoco incarnato in una salamadra color ceruleo.
Altra dote della salamadra, forse attribuitale per via dei suoi occhi grandi e sporgenti, è quello della profezia.
Come tutti gli anfibi, la salamandra si distingue per la sua vitalità (altro tratto in comune con il fuoco) e per la sua velocità: è per questo che, tra i suoi connotati troviamo, oltre alla vita e alla luce, anche la vivacità (sia fisica che intellettuale e spirituale), l’energia, la forza e la passione.

.: THESTRAL :.

Considerato un presagio di morte e di sventura, l’opinione pubblica sul thestral e la sua reputazione sono tutt’altro che lusinghiere.
Il thestral è il patrono degli incompresi e degli anticonformisti, di coloro che non si fermano alle apparanze ma indagano cercando di cogliere la vera essenza delle cose.
Pur non potendo contare su un aspetto particolarmente accattivante, il thestral ha uno spirito docile e gentile, protettivo e devoto nei confronti di coloro che riescono a guadagnarsi la sua fiducia. Come il cavallo alato, il thestral incarna ideali di dinamismo e libertà, ma ha anche un legame stretto con l’introspezione e denota un carattere leale.

.: IPPOGRIFO&GRIFONE:.

L’ippogrifo è forse una delle creature mitologiche più antiche e affascinanti: metà cavallo, metà leone e metà aquila; esso compare nelle leggende greche e romane e, attraverso il medioevo, viene consacrato quale cavalcatura di eroi e paladini.
I bestiari medievali consacrano l’ippogrifo, e il grifone (sua variante privo di caratteristiche equine), come il re di tutti gli animali perché nato dalla fusione di un leone (il re indiscusso della foresta e della terra ferma) e dell’aquila (la signora dei cieli).
Nonostante le numerose leggende che lo riguardano, il primo a darne una descrizione accurata è Ariosto che affianca questa creatura portentosa ai suoi paladini permettendogli così di compiere imprese leggendarie e viaggi impensabili per un uomo del rinascimento.
L’ippogrifo è un animale altero e nobile e, per questo, doppiamente pericoloso: di carattere indipendente, è tuttavia disposto a farsi domare solo da chi ne è veramente degno e, per questo, è spesso considerato il destriero di eroi, cavalieri e stregoni.

.: OCCAMY :.

Presentato nel film Animali fantastici e dove trovarli, l’occamy è una delle creature più affascinanti e allo stesso tempo pericolose del mondo magico: caratteristiche che si riscontrano anche nei patronus corporei che assumono questa forma.
Creatura dai natali orientali, nonostante la sua somiglianza con il serpente piumato delle civiltà mesoamericane, l’occamy è un gigantesco bipede con corpo da serpente e volto da uccello noto agli zoologi del mondo magico per la sua capacità di adattarsi perfettamente per riempire lo spazio circostante riuscendo così a modificare le proprie dimensioni a seconda della necessità.
La caratteristica che contraddistingue l’occamy è il suo istinto materno che lo spinge ad essere molto protettivo nei confronti di quelli che considera come parte della famiglia.

*Jo

The Read-Zone: come leggere può rendere più leggère le giornate in quarantena.

All’indomani dell’adozione delle nuove misure per contenere il COVID19, molti lettori hanno subito visto nel divieto di uscire di casa l’opportunità per portare a termine le letture in corso e per sfoltire la lista di quelle arretrate.
Armati di ottimismo e buoni propositi, e spronati da iniziative come quella lanciata dalla Feltrinelli #chileggenonsiferma, lettori e bookblogger hanno iniziato nuove maratone di lettura certi di aver, finalmente, trovato il giusto incentivo per leggere.

L’entusiasmo iniziale si è tuttavia spento nel giro di qualche giorno e sui social scrittori, editori e lettori hanno iniziato ad accusare qualche difficoltà nel trascorrere queste lunghe giornate in compagnia dei loro amici di carta.
Ai lettori in quarantena ha risposto su Twitter Nicola Lagioia, direttore del Salone del Libro di Torino (al momento rimandato a data da definirsi):

“Sto facendo fatica anche io. È complicato riuscire a entrare nella giusta disposizione d’animo. Forse anche perché i libri di solito raccontano avendo come punto di vista il “dopo” mentre noi invece siamo nel mezzo del guado”.

I libri, come più volte abbiamo detto e sentito dire, sono finestre su mondi e realtà lontane: leggendo entriamo in contatto con storie e situazioni al limite del possibile e empatizziamo con personaggi alle prese con sfide tanto eroiche quanto terrificanti.
Attraverso le pagine di un libro, abbiamo affrontato la pestilenza del 1630 e esplorato i regni ultratterrenti dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso; siamo fuggiti dall’incendio di Atlanta e abbiamo tremato di rabbia e di frustrazione insieme Hans Schwarz. Eravamo tutti con il fiato mentre Harry Potter si muoveva tra i corridoi del labirinto magico e la stessa ansia l’abbiamo provata anni dopo varcando i confini di Panem e del distretto 12.
Leggendo non c’è mostro, pericolo o situazione da cui, solo chiudendo il libro, si possa fuggire ed è questa confortante scappatoia a rendere la lettura uno dei passatempi più avvincenti ed emozionanti che l’uomo abbia mai ideato.

Ma cosa succede quando il mostro è fuori dalle nostre porte e in ogni istante sentiamo l’eco di parole che ad oggi suonavano così lontane e assurde, quasi irreali?
Rilassarsi in questi giorni è tutt’altro che facile: basta accendere la televisione, sfogliare un quotidiano online o aprire i social per essere aggiornati sui dati di questa pandemia.
Alla luce di ciò, isolarci tra le pagine di un libro può darci la spiacevole sensazione di “estraneamento” e, che ci piaccia o no, ci costringe ad abbassare momentaneamente la guardia per concentrare la nostra attenzione e le nostre energie nell’esercizio della lettura.
Un altro grosso ostacolo alla lettura è rappresentato dal telelavoro: se infatti lo smart working ha rappresentato per molte aziende e lavoratori una conquista, dal punto di vista tecnologico e non solo, dall’altra ha catapultato centinaia di persone in una condizione in cui “staccare” e “disconnettersi” è ancora più difficile. Terminato l’orario d’ufficio, infatti, e con il computer già acceso e connesso, aprire le pagine dei social e iniziare a sfogliare la home e i post di Facebook e Instagram è un automatismo a cui è difficile sottrarsi.

Nonostante questi presupposti non proprio ideali, leggere può, e di fatto è, essere un ottimo modo per rilassarsi, scaricare la tensione e rendere più leggère queste giornate di isolamento forzato. Volete sapere il perché? Ecco qualche motivo.

1) UNA SCUSA PER USCIRE
Leggere è, come lo sport, un’attività che può essere svolta comodamente in casa seduti sul divano, ma anche all’aria aperta: basta infatti sistemare una sedia e un tavolino accanto alla finestra, o sul balcone, per potersi dedicare alla lettura senza rinunciare alla piacevole sensazione dell’aria e del sole sulla pelle e, sopratutto, senza doversi allontanare da casa!

2) BOOK&FITNESS
Contrariamente a quanto si crede, leggere non è affatto un passatempo da “secchioni” e “pesi mosca”. Pur non richiedendo particolare sforzo fisico, la lettura coinvolge tutto l’organismo in un esercizio di concentrazione e attenzione e, cosa da non sottovalutare, ha anche benefici per il fisico: mantenere la stessa posizione per diversi minuti e adottare una postura corretta fa bene ai muscoli, alla schiena e al petto.
Studiando e lavorando, infatti, è molto facile assumere posizioni sbagliate che, alla lunga, possono causare l’infiammazione della cartilagine dello sterno.

3) TUTTI PIÙ SOCIAL
Leggere migliora la nostra capacità di empatizzare con il prossimo e dà ottimi argomenti per iniziare una conversazione con il vicino. In questi giorni, in cui i contatti sono ridotti al minimo, è confortante poter parlare con qualcuno che riesce a capire e a partecipare alle nostre emozioni e, chi legge, è sicuramente avvantaggiato. I libri avvicinano anche sul web: in questi giorni, infatti, sono raddoppiati i gruppi di lettura, i profili instagram e le pagine Facebook che propongono argomenti e suggerimenti inerenti al mondo della letteratura.

4) SCACCIANOIA
In questi giorni, apparentemente tutti uguali, la noia è sempre in agguato: un buon libro è un ottimo diversivo e, a volte, può anche rappresentare l’occasione per conoscere nuovi hobby e iniziare a coltivare passioni e interessi prima sconosciuti.
L’accuratezza con cui gli scrittori descrivono le attività dei loro personaggi, ha più di una volta avvicinato i lettori a mondi e passatemi nuovi come la pittura, la musica, il giardinaggio o la cucina.

5) CE LA FAREMO
I libri sono una fonte di speranza: a dispetto di quanto drammatiche siano le situazioni e le sfide affrontate dai protagonisti, leggendo si alimenta la speranza che, alla fine, tutto andrà per il meglio e che le cose torneranno com’erano.
Leggere, in un momento come questo, non è quindi un modo per fuggire dalla realtà, ma piuttosto un esercizio a guardare con ottimismo alla difficile situazione che stiamo affrontando coltivando la certezza che, un giorno, tutto questo finirà e potremo tornare alla vita di tutti i giorni.

*Jo

The Areonauts ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.

Nel 1862, Amelia Wren, temeraria pilota di mongolfiere, si unisce al pionieristico meteorologo James Glaisher per far progredire gli studi sulla meteorologia e per volare più in alto di chiunque altro nella storia.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Non è una storia facile quella che Tom Harper si propone di portarci sullo schermo: è una vicenda accaduta davvero e, come tale, si porta dietro l’incredibile peso della verità.

Il film comincia in médias res, la partenza dell’enorme mongolfiera è stata preparata in tutto e per tutto, e non resta altro che aspettare il pilota: l’eccentrica Amelia Wren.
Ad accompagnarla in un viaggio che segnerà la storia dei voli con i palloni aerostatici, c’è il meteorologo James Glaisher che, come tutti i pionieri in campo scientifico, è considerato un visionario ed è ignorato da tutta la comunità.
La scrittura dei personaggi è molto buona: Amelia viene presentata come una donna di spettacolo, ma nasconde dentro di sé il coraggio di un vero pilota e non mancherà di dimostrarlo, soprattutto quando si avrà più bisogno di lei; lo schivo James, invece, imparerà le meraviglie che solo l’agire sa dare, aprendosi anima e corpo allo spettacolare mondo del volo. I personaggi cambiano, sia da soli sia insieme, mostrando allo spettatore cosa significa avere coraggio, inventiva e voglia di andare sempre avanti.

Le sequenze sul pallone sono puro spettacolo: paesaggi mozzafiato dove le nuvole la fanno da padrona, accadimenti straordinari come banchi di farfalle e fiocchi di neve sospesi nel vuoto, scene colme di dinamismo che costringono lo spettatore a restare incollato alla sedia si susseguono dando lentamente vita a una storia dal sapore fantastico e scientifico allo stesso tempo.

Il film, secondo me, si merita un bel 8/10. Una delle cose che ho apprezzato maggiormente è stata la volontà del regista di portare sullo schermo una vicenda insolita che mescola coraggio e scienza, volontà e forza d’animo. Amelia è il coraggio, James è l’intelligenza, e insieme smontano un po’ quegli stereotipi di genere che erano tanto di moda in epoca vittoriana. I due si completano senza aver bisogno di essere uniti dall’amore e sono un vero e proprio esempio per chi ha bisogno di trovare la forza per non lasciarsi scoraggiare.
Un appunto a chi, come me, ha di paura di volare: alcune scene del film possono mettere ansia.

*Volpe